C'è solo la strada su cui puoi contare - di Fabrizio Papotto

C’è solo la strada su cui puoi contare – di Fabrizio Papotto

Davanti a lui si stendevano campi e lande, maggesi inariditi e boschi cupi; forse al di là c’erano cascine e mulini, forse un villaggio, una città. Per la prima volta il mondo gli si apriva davanti, in attesa, pronto ad accoglierlo, a fargli del bene e a fargli del male:
Egli non era più uno scolaro che vede il mondo dalla finestra, il suo cammino non era più una passeggiata che finisce immancabilmente nel ritorno.Il grande mondo era finalmente diventato reale, egli era una parte di esso, in esso stava il suo destino; cielo e clima erano cielo e clima suoi. Ed egli era piccolo nel grande universo e correva, piccolo come una lepre, come un insetto, attraverso il suo azzurro e il suo verde infinito.” (Herman Hesse – “Narciso e Boccadoro”).

C’è solo la strada
su cui puoi contare
la strada è l’unica salvezza
c’è solo la voglia e il bisogno di uscire
di esporsi nella strada e nella piazza.

Perché il giudizio universale
non passa per le case
le case dove noi ci nascondiamo
bisogna ritornare nella strada
nella strada per conoscere chi siamo.

Era il 1974 quando Giorgio Gaber cantava questi versi tratti dal suo spettacolo “Anche per oggi non si vola”. Il significato che l’artista milanese gli attribuiva era una critica al chiudersi al mondo, al vivere nella routine quotidiana. Ma se, in questo caso, la strada è sinonimo di libertà e di incontro, in realtà, il percorso non è mai semplice e lineare. Spesso è duro, in salita, e diventa metafora della lotta quotidiana o delle difficoltà che s’incontrano sul cammino.

E così, se l’argomento principe di tutte le canzoni è l’amore in tutte le sue sfaccettature, anche la strada è stata cantata da molti artisti: può essere lunga e tortuosa, dura, noiosa, stimolante, gioiosa, luogo di scoperta o di avventura, sacrificio o aiuto reciproco, ma è comunque sempre ricca di incontri sia con altri che con se stessi. Può essere un percorso o un obbiettivo o entrambi. Molti gruppi e cantanti si sono cimentati con questo tema.
Perché partire significa lasciarsi alle spalle certezze o, viceversa, cercare nuova linfa. E talvolta si è costretti a partire, come nel caso di The parting glass, una canzone scozzese della fine del 1700 che si dice che sia stata scritta come saluto prima di partire per la guerra, ma che, a tutti gli effetti, può rappresentare un addio da tutto ciò che si è vissuto fino a quel momento per intraprendere un nuovo cammino:

Tutto il denaro che ho avuto l’ho sempre speso in buona compagnia e tutto il dolore che ho causato l’ho causato solo a me stesso…così riempitemi il bicchiere della partenza, buonanotte e la gioia sia con voi.”

La canzone è stata ripresa fino ai giorni nostri ed è diventata uno dei cavalli di battaglia di un cantante pop come Ed Sheeran.

Nel 1968 furono i Canned Heat a lanciare la loro hit On the road again dove la strada da percorrere è metafora di solitudine, di momenti da percorrere piangendo per una storia finita lasciandosi tutto alle spalle prima di ritrovare qualcuno con cui camminare insieme:

Sempre nel 1968, in Italia, una band cercava di uscire dagli schemi musicali del beat ed affidandosi per i testi a un giovane Fabrizio De André scrisse una canzone di tutt’altro spirito. I New Trolls con Andrò ancora tratta dall’album Senza orario senza bandiera. Le strade del mondo sono simbolo di curiosità, di arricchimento, di purezza:

Sicuramente gli anni ’70 furono un periodo estremamente fertile per la strada come immaginario collettivo. A partire dalla diffusione mondiale di romanzi come On the road di Jack Kerouac che si affermò nel periodo immediatamente successivo al 1968 come uno dei capisaldi letterari della controcultura giovanile di quell’epoca nonostante fosse stato scritto più di dieci anni prima. Il viaggio inteso come libertà totale, foriero di incontri sia fisici che spirituali, diventò ben presto uno dei simboli di quel decennio. I giovani si muovevano avanti e indietro per il mondo attraverso mezzi semplici come l’autostop. Ma era anche l’epoca delle autostrade americane attraversate con le Harley Davidson di Easy Rider.

E così, per esempio, gli America nel 1972, con Ventura Highway, cantavano “del vento libero che soffia attraverso i capelli…le giornate sono più lunghe e le notti sono più forti del chiaro di luna”. È un addio, ma è una sensazione mista di malinconia e speranza:

Ma per qualcuno che parte verso l’ignoto, c’è qualcun altro che invece cerca di ritrovare la strada di casa. È John Denver con Take me home , country roads, pubblicata nel 1971, che ripercorre tutti i luoghi della sua memoria fino a riportarlo, addirittura, a “mamma montagna”:

Ovviamente non per tutti la strada è così serena o foriera di speranze e nuova vita. Per Danny O’ Keefe che scrive The road nel 1972, la strada è noia, ripetitività, routine. Qua viene fuori anche l’angoscia dell’artista che ogni giorno calca un palcoscenico diverso, dorme in un albergo diverso, ma che, alla fine, diventano sempre un unico luogo, un perpetuarsi incessante degli stessi ritmi e rituali come in un reale “Giorno della Marmotta” (film di Harold Ramis del 1994 con Bill Murray, tradotto in italiano con “Ricomincio da capo” dove il protagonista ogni giorno rivive sempre lo stesso giorno): “e quando ti fermi perché tutti lo sappiano, tu hai già capito: è solo un’altra città lungo la strada”. La versione più famosa di questa canzone è comunque di Jackson Browne. C’è anche una cover italiana di Ron dal titolo Una città per cantare che riprende il tema, ma senza rendere appieno il senso di frustrazione dell’originale:

Ma la strada è anche lunga e tortuosa quando deve servire a ricongiungerti alla persona che ami. È così che Paul McCartney scrive una delle sue più belle ballate nel 1969 nell’album che chiuse per sempre l’epopea dei Beatles come gruppo, Let it be. Ma anche se il quartetto di Liverpool smise di incidere dischi insieme, le loro canzoni restano tuttora pietre miliari della storia della musica e The long and winding road è una di queste:

Due gruppi invece, agli antipodi dal punto di vista musicale, ma che affrontarono l’argomento dando quasi lo stesso significato scrissero due canzoni nello stesso anno, il 1970. Da una parte gli Osibisa con Woyaya, dall’altra gli Amazing Blondel con Anthem. Entrambi i gruppi provenienti dall’Inghilterra, ma mentre i primi erano composti da musicisti africani e giamaicani che affondavano le mani nella loro cultura dando un’impronta musicale estremamente etnica ed esotica, i secondi invece attingevano alla tradizione della musica elisabettiana di musicisti come John Dowland, vissuto a cavallo tra il 1500 e il ‘600. In entrambe le canzoni la strada è vista come un qualcosa di oscuro e pericoloso da dover percorrere, ma grazie alla compagnia, alla tenacia e alla fede, si può arrivare comunque a percorrerla:

sarà dura, lo sappiamo, e la strada sarà fangosa e polverosa, ma ce la faremo”. Di questa canzone esiste anche una cover molto più delicata di Art Garfunkel.

La strada è presente anche in altre due canzoni diametralmente opposte per il loro significato: Hit the road, Jack lanciata nel 1961 da Ray Charles, dove il Jack del titolo viene sbattuto fuori di casa da una donna che lo accusa di essere un incapace e lo esorta a “battere la strada e non tornare mai più” e Can’t find my way home del 1969, scritta da Steve Winwood e suonata nel supergruppo Blind Faith con lo stesso Winwood e Eric Clapton dove il protagonista si rende conto di non essere più in grado di ritrovare la strada di casa, metafora dell’essersi perso e del non ritrovare più se stesso.

Nel 1976 il duo Jon and Vangelis, formato dal cantante degli Yes Jon Anderson e il tastierista ex Aphrodite’s Child Vangelis Papathanassiou autore di numerosi dischi strumentali e colonne sonore, incide l’album Short Stories. Quando il talentuoso tastierista Rick Wakeman aveva lasciato gli Yes per intraprendere la carriera solista, furono provati alcuni possibili sostituti, tra cui Vangelis. Il greco–francese non venne scelto, ma tra lui e Anderson si sviluppò un’amicizia che li portò ad incidere diversi album insieme. All’interno di Short stories si trova la canzone The road. Anche qui, come nella canzone di John Denver, i primi versi indicano un ritorno a casa, ma, in realtà, la casa di cui si parla è più spirituale che terrena: “C’è una strada che attraversa tutti i percorsi. C’è una strada che io vedo qui, in mezzo al creato. C’è una strada per te e per me”:

Arrivando a tempi più recenti, nel 1995 esce The ghost of Tom Joad di Bruce Springsteen e la tematica del brano omonimo, ispirato al personaggio del romanzo Furore di John Steinbeck, è di tutt’altro tenore. Finito il sogno americano la strada è sinonimo di sofferenza, regno di disperati che si spostano attraverso le autostrade come quelle descritte da Steinbeck nel suo romanzo. “L’autostrada è viva stanotte…”, ma popolata da gente senza speranza che si scalda attorno ad un fuoco, sotto un ponte:

Nel 1996 il gruppo italiano folk dei Modena City Ramblers, che s’ispira alla musica celtica, registra l’album La grande famiglia dal quale è tratta la canzone La strada dove si riprende il tema dell’incontro con gli altri:

E, in conclusione di questo per niente esaustivo scritto sul tema della strada metafora della vita (per ogni brano che ho descritto ce ne sono altre decine) vale la pena ascoltare The road, strumentale del pianista ungherese Havasi pubblicata nel 2016:

Challenges, trials, duty. Life itself. Being stationary makes you weary, yet it’s hard to move. Are you going to move on or are you going to give up? Your choice. Success is right within your reach, you just have to realise it.”

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