Thunder Road, la canzone della vita - di Annalivia Arrighi e Luisa Trudy

Thunder Road, la canzone della vita – di Annalivia Arrighi e Luisa Trudy


(Thunder Road, da Born to Run – Bruce Springsteen – 1975)

 

La canzone della vita è quella che ti porti dentro per sempre, questa è la nostra. Abbiamo scritto queste righe senza leggerci l’una con l’altra, ma tante sensazioni sono sovrapponibili, anche a distanza di una generazione. Non siamo amiche per caso 🙂

Annalivia (nata negli anni 80):

Quel momento me lo ricordo bene, anche se sono passati più di dieci anni. Lo stereo è acceso in camera dei miei genitori. Vieni un attimo qui, devo farti sentire una canzone. Questo è Bruce Springsteen, questa è Thunder Road. Ho l’aria annoiata, di una che non ti darebbe soddisfazione neanche se tu la pagassi. Questa è una canzone sulla libertà. Mary non se lo aspetta, ma lui sta correndo da lei per strapparla ad una vita che non le appartiene, per aiutarla a spezzare le catene che la legano a quella piccola cittadina. Le note si susseguono in uno schema perfetto, gli strumenti si avvicendano per raccontare una storia: armonica e piano fanno spazio, quasi con discrezione, alla chitarra e alla batteria, mentre una voce si fa sempre più potente e decisa, in un crescendo che si traduce in un grido di speranza e riscatto. Ho fatto di tutto per restare impassibile e probabilmente ci sono riuscita – è questo il mio modo bizzarro di ribellarmi ai miei genitori. Forse ho accennato un sorriso tirato e ho concesso un “sì, non è male”. Sicuramente mi sono voltata e sono uscita, lasciandomi alle spalle la porta socchiusa e mia mamma, già intenta a cantare a squarciagola la canzone successiva. Dentro di me, però, ha appena iniziato a farsi largo quella sensazione che non mi avrebbe mai più abbandonato: io voglio essere quella voce, diventare quel coraggio, trasformarmi in quella rabbia che esplode in un inno alla vita.

Come ogni adolescente sentivo di essere diversa, destinata a “grandi cose”. La banalità dei giorni tutti uguali e delle chiacchiere di provincia non mi avrebbero mai più riguardato quando, finalmente, avrei intrapreso il mio cammino verso la “terra promessa”. Forse all’epoca avevo già sperimentato l’insoddisfazione e avevo una vaga idea di cosa fossero insofferenza e delusione, ma certamente non avevo avuto ancora modo di comprenderne le implicazioni. Ad un certo punto ti accorgi che è più facile essere meschini che eroici, che è più comodo nascondersi in un angolo piuttosto che gridare al mondo “io sono qui”, ed allora capisci anche che la vera ribellione non sta nel gesto eclatante o nella fuga in macchina verso il tramonto. La vera ribellione sta nell’essere straordinari nella propria normalità, nell’andare avanti nonostante le promesse non mantenute, nel farsi coraggio, giorno dopo giorno, forti soltanto della propria rispettabilità di persone perbene. E Springsteen parla proprio di questo: personaggi in attesa di un riscatto che forse non arriverà mai, impotenti di fronte ai propri sogni infranti, illusi da speranze mai soddisfatte, ammaliati da scelte che si riveleranno tragicamente sbagliate. Ma comunque fermi, impassibili nella loro dignità. Springsteen parla di gente comune, dei miei nonni, dei miei genitori e di tutti quelli che “alla fine di ogni dura giornata di lavoro trovano una ragione per continuare a credere” e lo fa rivolgendosi direttamente a loro, senza giudicare, cosciente che un fugace attimo di gloria può rivelarsi assai più insidioso di un compromesso accettato con fatica e per necessità.

Ed ecco che quel momento, quello in cui mia mamma mi fece conoscere la musica di Springsteen, è rimasto cristallizzato nella mia memoria. Intanto gli anni sono trascorsi e noi siamo andati avanti. Ho conosciuto il dolore del lutto, l’ansia che paralizza, la delusione senza consolazione. Ma ho imparato anche a lanciarmi nonostante la paura e a vedere “al di là dei muri” alti di fronte a me. Quella ragazzina che sentiva soltanto il grido di liberazione, oggi riconosce anche l’urlo dell’afflizione. Certe canzoni crescono con noi, cambiano insieme a noi. Il fallimento è sempre dietro l’angolo e oggi so che questo monito, insospettabilmente, si nasconde anche tra le righe di una canzone come Thunder Road: non c’è luce senza oscurità, non c’è speranza senza disperazione.

Luisa (nata negli anni 70):

Spiegare nel dettaglio perchè Thunder Road è la “canzone della vita” è troppo intimo, quasi un coming out o una seduta di psicanalisi in diretta streaming.

Thunder Road è stata scritta quando avevo meno di 5 anni, ma l’ho scoperta solo a 16. Comprai il vinile di Born to Run e “lei” è era lì, in seconda di copertina a guardarmi e tendermi la mano quando più avevo bisogno di lei. Non lo sapevo ancora, ma avevo trovato un’amica per la vita. Meglio di una seduta di terapia, di una droga, di un farmaco, di una sbronza. Finalmente avevo trovato qualcuno che capisse come mi sentivo e che mi dicesse le parole che avevo un gran bisogno di sentire. E non importava che fossero quelle di un rocker figo, attraverso la copertina di un disco, ero sufficientemente strana per crederci e farne tesoro. Mi ha fatto credere davvero che ce l’avrei fatta, che in un modo o nell’altro sarebbe stato possibile riuscire a cambiare le cose, lasciare da parte quello che non andava ed andare avanti. Che le ferite guariscono, diventando cicatrici e che c’è sempre una speranza.

Thunder Road è meravigliosa perchè ti fa credere che puoi farcela anche tu, che non importa se non sei una “beauty”, che non importa quanto ti senti sola: puoi sempre sperare che arrivi qualcuno che ti porti via con sé, lontano da quello che ti fa soffrire. Perchè siamo state tutte un po’ Mary, su quel portico, ad aspettare di essere salvate da una vita che senti non appartenerti.  Poi cresci, ma quelle parole ti rimangono cucite addosso, forse perchè una parte di te ci rimarrà sempre, a danzare da sola ed a gettare rose sotto la pioggia.

Passano gli anni ed anche se hai tradito le aspettative, le tue e quelle degli altri, se non sei riuscita ad abbandonare la tua town full of loosers, puoi ancora sognare un paradiso da raggiungere e delle ruote che si trasformino in ali, solo che alla fine una parte di te comincia a capire che non hai bisogno di qualcuno che ti faccia salire sulla sua macchina e ti porti via, ma che alla guida puoi esserci tu: sei tu che devi dire a te stessa ed a tutto il mondo che sei allright e che hai trovato la forza necessaria per convivere con la realtà, nel bene e nel male. Perchè non tutte le principesse trovano un principe ed una carrozza che le porti nel regno incantato: la maggior parte deve tirar fuori le p**** , rimboccarsi le maniche ed affrontare le proprie paure. Forse a volte il paradiso da raggiungere è trovare qualcosa di buono in quello che ti circonda, nelle piccole cose. Il paradiso, a volte, è anche trovare la forza per non andarsene via. “I know it’s late, but we can make it if we run“. E noi correremo per tutta la vita Bruce, te lo prometto.

 

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