Via dall'esilio - di Fabrizio Papotto

Via dall’esilio – di Fabrizio Papotto

Andiamo e veniamo.
Andiamo e torniamo.
Andiamo e, talvolta, non torniamo.
Mentre ascolto i Mostly Autumn sorrido al pensiero che quando sono partito era proprio quasi autunno. O meglio, lo era dal punto di vista climatico visto che eravamo a metà ottobre.
Era stata un’estate strana, con due mesi di giornate calde intervallate a giornate di temporale e di libeccio, mareggiate e rami dei pini spezzati dalla furia del vento.
A pensarci oggi, forse sarebbero potuti sembrare segni mandati sulla Terra da una qualche divinità, se solo ci si volesse credere.
Era seguito un settembre meraviglioso, dall’aria pulita e limpida e una temperatura tiepida che ti invogliava a stare fuori sempre, dalla mattina alla sera. Un senso di nostalgia e di incompletezza mi pervadeva nel profondo senza che potessi dargli un nome.
All’epoca ero quasi trentenne e ancora non avevo assolutamente capito cosa cavolo desiderassi dalla vita. Navigavo a vista, in attesa di un segnale, di un Godot qualsiasi, di qualcuno o qualcosa che rendesse significative le mie giornate. Non che fossi triste o inquieto, molto più semplicemente, non ero in sintonia né col mondo né con me stesso.
Lavoravo come segretario in una scuola dove ragazzi brufolosi e svogliati passavano le loro mattinate in attesa di arrivare a quel cazzo di diploma per il quale tutti abbiamo manifestato disinteresse, ma che in realtà era un Graal da conquistare ad ogni costo, una sorta di prova di virilità tribale senza la quale non potevamo entrare a pieno titolo nel mondo degli adulti. E, all’altare di questo attestato, abbiamo sacrificato gli anni migliori della nostra vita, i più fervidi, i più creativi, quelli che ci avrebbero potuto portare verso orizzonti sconosciuti, mai esplorati. Mi domando se, in qualche tribù africana o amazzonica o australiana, ci sia mai stato qualche ragazzino che ha rifiutato di sottoporsi al dolore delle prove voltando le spalle a tutto, vagando solo e libero in un mondo nuovo da esplorare. Ma ho paura che da certi riti non si possa fuggire: in un modo o nell’altro ci si ritrova sempre a dover fare i conti con i propri condizionamenti.
Quell’anno era stato nominato un nuovo preside. Al suo primo giorno convocò tutto il personale docente e non docente e iniziò a elencare una serie di regole e di imposizioni per tutti con un tono assurdamente autoritario che ce lo resero da subito insopportabile. Era completamente calvo e corpulento: gli mancavano le mani sui fianchi e il mento prominente e sarebbe stata una perfetta copia del duce. Forse nacque anche da questo la mia avversione nei suoi confronti, che si fece sempre più profonda man mano che i giorni passavano. Sicuramente la cosa doveva essere reciproca perché non perdeva occasione per umiliarmi davanti a colleghi e studenti. Mi chiedeva spesso di portargli un caffè a metà mattinata e, nonostante gli avessi educatamente spiegato che non rientrava tra le mie mansioni lavorative, lui iniziava a sbraitare fino a che, per quieto vivere, non soddisfacevo la sua richiesta.
Una mattina di inizio ottobre, dopo avergli portato l’ennesimo caffè, uscì come una furia dalla presidenza urlando che il caffè era freddo e che gliene portassi immediatamente un altro. Il corridoio era pieno di studenti che ridacchiavano a quella scena e i colleghi di lavoro si erano prontamente eclissati. Presi la tazzina, feci per allontanarmi, poi qualcosa scattò nella mia testa cancellando ogni altro pensiero, un desiderio insopprimibile che non consentiva ripensamenti di nessun tipo.
– Preside! – chiamai con forza.
Lui si voltò di scatto e io gli tirai il caffè in faccia, poi scaraventai la tazzina contro il muro, infine uscii dall’edificio. Mentre varcavo la soglia sentii un applauso generale scaturire dalle mani degli studenti e, per la prima volta in vita mia, mi sentii totalmente libero.
Adesso avevo la necessità di inventarmi una nuova vita e mi resi conto che i condizionamenti non finivano col diploma di scuola superiore. Sapevo che mi era preclusa ogni possibilità di lavorare nel comparto pubblico con il mio curriculum segnato in maniera indelebile da una macchia di caffè.
Ero sempre stato una persona solitaria e comunque i miei migliori amici abitavano lontano, chi a Roma, chi in Piemonte, chi nelle Marche. I miei genitori vivevano serenamente la propria vecchiaia e mio fratello era sposato con due figli e abitava poco distante da loro.
Dopo avere riscosso la liquidazione decisi che era venuto il momento di lasciarmi qualcosa alle spalle, di liberarmi di un po’ dei miei condizionamenti, di provare ad accettare la solitudine, quella vera.
Di andarmene da qualche parte.
E il cuore e la mente gridavano Nord con tutta la loro forza.
Ero sempre stato affascinato dai paesaggi, dalla cultura e dalla musica che proveniva dalla Gran Bretagna, ma non avevo mai avuto l’occasione, o il coraggio piuttosto, di partire e andare, forse per la paura di scoprire che non mi sarebbe piaciuta.
Presi l’aereo che da Pisa mi avrebbe portato a Gatwick col cuore che mi martellava in petto: era la prima volta che volavo ed ero terrorizzato.
Il decollo fu un incubo.
Sudorazione, tachicardia e senso di panico si stavano impadronendo di me. Attesi con gli occhi chiusi che l’aereo si stabilizzasse, poi, al primo passaggio della hostess, chiesi un whisky che mandai giù in un’unica sorsata. Al secondo whisky avevo già recuperato un po’ di padronanza e al terzo ero quasi euforico. Riuscii anche a trovare il coraggio di affacciarmi al finestrino e il respiro mi si fermò: al di sopra di uno spesso, candido tappeto di nuvole, sporgevano le cime delle Alpi che scintillavano. Sembravano piramidi tempestate di pietre preziose e filoni di argento sulla superficie di un pianeta sconosciuto. Rimasi affacciato osservando le pianure della Francia, il canale della Manica e le scogliere bianche domandandomi perché non mi fossi deciso prima a prendere un aereo.
L’atterraggio mi riportò a dimensioni più consone al mio modo di essere e pregai ogni dio e santo esistente che mi facesse arrivare a terra sano e salvo.
Restai a Londra per qualche giorno prima di decidere che era un po’ eccessiva per i miei gusti: troppo di tutto.
Presi il treno e andai a nord: York, Newcastle, Berwick upon Tweed, Edinburgo.
Mi fermai a lungo nella capitale scozzese fino a conoscerne ogni più remoto anfratto, anche se non passava giorno che non mi offrisse uno spunto nuovo.
Girai la Scozia in lungo e in largo e pian piano, ad ogni nuovo paesaggio, ad ogni città o lago che mi si parava di fronte, anche i miei pensieri si facevano nuovi. Tutto quello che era stato il mio passato appariva distante nel tempo e nello spazio, quasi indistinto.
I colori, gli odori nuovi di quella terra, dei pub o dei bed&breakfast, stavano diventando ormai più familiari di quelli che mi ero lasciato dietro.
Iniziavo a sentirmi parte di quel mondo nuovo: cieli differenti, piogge improvvise, persino un’aurora boreale erano i miei nuovi orizzonti.
Gli anziani in kilt mi salutavano come ad un figliol prodigo che tornava alla casa natia.
E, a un tratto, un’epifania, un pensiero come una affilata lama di coltello, aprì la mia mente: siamo tutti in esilio e la nostra casa è da qualche parte nel mondo, ma abbiamo dimenticato dove sia e viviamo sempre con questo eterno desiderio di ritrovare la strada di casa.
Forse tra qualche anno mi sentirò in esilio anche qui, ma intanto, mentre guardo Angus e Laura che giocano, sorseggio il caffè (Dio benedica i caffè, anche quelli freddi) che Annabel ha preparato e ascolto in cuffia i Mostly Autumn: so per certo che sono tornato a casa.

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