Peter Hammill - Over - di Fabrizio Papotto

Peter Hammill – Over – di Fabrizio Papotto

Ci sono dei dischi che possono essere tranquillamente identificati per intero con uno stato d’animo. Dischi che impersonificano la rabbia, la gioia, l’allegria.

Over di Peter Hammill è la malinconia fatta disco.

Peter Hammill è il cantante, frontman e principale compositore dei Van Der Graaf Generator, gruppo di punta del progressive rock inglese. Fin dagli esordi hanno manifestato una originalità fuori da ogni schema prefissato. Lontani dalle atmosfere barocche di Yes o Emerson, Lake & Palmer o dal romanticismo dei Genesis, così come dallo spirito di sperimentazione totale che permea ogni disco dei King Crimson, i Van Der Graaf Generator si fanno notare subito per alcune peculiarità che gli altri gruppi menzionati non hanno. Per prima cosa non hanno né un chitarrista né un bassista in formazione (perlomeno nella formazione “classica”) il che li rende veramente atipici nel panorama rock. Hanno un flautista/sassofonista (David Jackson) che, mediante l’uso di effetti elettronici e pedali vari, riesce a riempire il vuoto di un chitarrista solista. Hanno un organista (Hugh Banton) che riempie tutti gli spazi musicali possibili anche grazie ai pedali bassi dell’organo che sostituiscono degnamente un bassista di ruolo (anche se lo stesso Banton si cimenta talvolta al basso). Hanno un batterista (Guy Evans) che ha un drumming molto preciso e jazzato che fa da spina dorsale ai pezzi del gruppo, ma hanno soprattutto la voce e la personalità di Peter Hammill, un basso/baritono che riesce comunque a piazzare degli acuti tenorili impressionanti e che fa della drammaticità del canto e dei testi la sua caratteristica principale. Quando canta sembra sempre che “senta” quello che sta cantando, che si tratti di testi intimisti, oscuri o che riguardino la fantascienza. Inoltre Hammill si cimenta alla chitarra acustica e al pianoforte. Ma sarebbe riduttivo, in questo spazio, descrivere la musica del Generatore e l’importanza che esso ha avuto sia per la musica prog che per la musica in generale, considerando anche il fatto che i Van der Graaf sono considerati anche, sotto certi aspetti, come i precursori del punk e, comunque, esistono interi libri a loro dedicati.

Mi preme invece ricordare la prolificità musicale di Peter Hammill che ha inciso la bellezza di 47 dischi da solista e 13 con i Van Der Graaf dal 1969 ad oggi.

Il cantante, nato nel 1948 in un sobborgo di Londra, a 21 anni aveva in progetto l’incisione di un disco solista, ma, affiancato da altri musicisti, incide invece, sotto il nome di Van Der Graaf Generator, The aereosol grey machine. Da quel momento, la carriera solista di Hammill e quella del gruppo si sono intersecate per tutti questi anni.

Il primo disco con il solo nome di Hammill (Fool’s mate) è del 1971 e, alla media di un disco l’anno, nel 1976 pubblica il suo sesto album in studio: Over.

È un momento particolare nella vita privata di Peter Hammill. Ha appena chiuso la sua relazione con la compagna Alice, o, per meglio dire, è stato abbandonato da lei che ha a sua volta iniziato una nuova relazione con un amico di Peter. Storia vecchia come il mondo, ma che, per un’anima sensibile come quella del cantante, diviene fonte d’ispirazione per gettare fuori da sé tutta la disperazione e il dolore della fine del rapporto.

Ha qualcosa di diverso da innumerevoli dischi che trattano di questo argomento? Sì. Per prima cosa è di una sincerità disarmante. Raramente si vede un artista mettersi a nudo con questa delicatezza e compostezza, cantando la sofferenza con versi di inusitata poesia. Inoltre è quasi una sorta di concept album proprio sul tema della solitudine.

Incominciando dalla copertina, scarna, con Peter Hammill solo, seduto sul davanzale di una finestra che si staglia su un paesaggio altrettanto scarno, con unica compagnia la fedele chitarra, la Meurglys III (a cui dedicherà una canzone nel successivo album dei Van der Graaf World Record), il disco inizia con Crying wolf un brano duro che riprende le tematiche musicali del precedente Nadir’s big chance dove Hammill si esprime con un protopunk che avrà epigoni successivi anche nei Sex Pistols. In questo pezzo il testo è una forma di auto–rimprovero per essersi sentito talmente forte ed autocompiaciuto da non rendersi conto che la sua situazione sentimentale stava andando a rotoli: “pensavi di essere un lupo, ma sei soltanto una pecora”. Il secondo brano, Autumn è spiazzante. Un ventottenne che canta della solitudine di due genitori anziani i cui figli si sono allontanati e che oramai sono rassegnati al loro autunno. In realtà Hammill sta parlando di se stesso, ma il brano è comunque cantato con una intensità drammatica che sfiora il melodramma, accompagnato dal violino struggente di Graham Smith che, un paio di anni dopo, sostituirà David Jackson nei Van der Graaf:

So here we’re alone” inizia il pezzo: “così eccoci qui soli”…pianoforte, violino e orchestra per un pezzo che ci trascina per mano verso la solitudine disperata e quieta.

Il disco continua con Time heals, (Il tempo guarisce). Probabilmente una sorta di mantra col quale Hammill prova a consolarsi, ma il testo dice tutt’altra cosa. Intanto qua le metafore lasciano il posto al vissuto reale: “perché il dolore e l’amore procedono mano nella mano e mano nella mano andate tu e il tuo amico, tu sei sua ed io sono tuo, non posso sfuggire a questo”. “Se mi lasci ora questo mi porterebbe quasi a morire. Ti ricordi di me? Ti ricordi di noi tre? (e se prima era “tu e il tuo amico”, adesso il ricordo va anche all’amicizia tradita) e la canzone si conclude con un “Il tempo guarisce, il tempo guarisce, ma io ancora ne porto i lividi”:

Il disco procede entrando ancora più in profondità nel proprio intimo con la successiva scarna canzone Alice (letting go) accompagnato dalla sola chitarra acustica: “A cosa servono le canzoni in ogni caso? Non sono che esercizi in solitudine, avrei dovuto essere pronto ad oggi, ho sempre pregato perché tu non te ne andassi ed immagino di aver sempre saputo che lo avresti fatto” e si conclude con “Abbiamo trascorso sette anni insieme nel nostro modo, non posso credere che la storia finisca come questa, oggi. Dovunque tu sia la pensi realmente così, Alice?”.

La successiva canzone, (This side of) The looking glass, è la summa della intensità drammatica di Peter Hammill, una piccola opera per voce e orchestra con un’energia espressiva che non ha eguali nel mondo della musica contemporanea, fatte salve alcune interpretazioni di chansonniers francesi (Ne me quitte pas di Jacques Brel su tutte), ma che qui, con l’ausilio dell’orchestra raggiunge veramente delle vette di lirismo assolute. Il titolo è un rimando alla fiaba–romanzo di Lewis Carroll Alice nel Paese delle Meraviglie/Attraverso lo specchio, e, di conseguenza, un rimando alla “sua” Alice.

“le stelle nel cielo brillano ancora su di me

come sarebbero da amare se tu fossi con me

ma tu hai attraversato lo specchio

e mi hai lasciato solo a passare queste notti

sono perso, sono instupidito, sono cieco

sono ubriaco di tristezza, annegato dalla follia

l’onda mi travolge, lo specchio mi respinge

l’eco della tua risata attraversa lo specchio

ed io sono solo

nessuna amicizia, nessun conforto, nessun futuro, nessuna casa

il passato si ferma con me

tu sei tutto l’amore che io abbia mai conosciuto

e senza di te io non sono altro che vuoto e silenzioso

rifletto (su) quello che ho perso

ti ho lasciata scappare troppo presto<iframe width=”560″ height=”315″ src=”https://www.youtube.com/embed/Fv91WoqYcMs” frameborder=”0″ allow=”autoplay; encrypted-media” allowfullscreen></iframe>

riesci a sentirmi? questa è la mia canzone

sto morendo; te ne sei andata

Le due successive canzoni, Betrayed e (On tuesday she used to do) Yoga entrambe dallo stesso tono scarno di Alice (letting go) con chitarra acustica e violino nel primo caso, solo chitarra nel secondo, hanno però caratteristiche diverse dal punto di vista delle liriche: la prima è una riflessione generale sulla perdita dell’innocenza e sui sogni infranti per proseguire poi con la negazione dell’amicizia e sul concetto di essere importanti per gli altri solo in maniera interessata fino ad arrivare ad un dolore assoluto: “Non ho niente per cui combattere tranne far sentire la mia passione. Non credo in niente in nessuna parte del mondo”.

In (On Tuesday she used to do) yoga c’è l’ammissione di non avere capito in tempo le necessità di Alice: (il martedì lei era solita fare yoga mentre io la guardavo immobile come se fossi un vegetale e sempre pronto a dire a me stesso che io ero un artista, sottintentendo che lei non lo era. …è buffa la maniera in cui l’autocommiserazione può nascere dall’autostima…). E termina con un’amara constatazione: “I martedì lei era solita fare yoga. Un martedì se n’è andata via”.

Il disco si conclude con Lost and found (perduto e ritrovato oppure anche “oggetto smarrito” a seconda di come lo si voglia tradurre), ad accendere una fiammella di ottimismo in un disco altrimenti claustrofobico nella sua disperazione.

Riprende la metafora del lupo della canzone che apriva il disco e la piega a nuovi orizzonti: “Anche il lupo può imparare, anche la pecora cambiare e anche il rospo alla fine diventa principe…niente più “se solo”, niente più “e tuttavia”, non più desideri per il futuro…sono libero infine, innamorato, perso e ritrovato…metti il tuo vestito rosso bambina, metti le scarpe con il tacco alto. Questa sera andrà tutto bene”:

Un disco che attraversa tormento, disperazione, sofferenza, solitudine e un tentativo di risollevarsi che vanno probabilmente di pari passo con i sentimenti e le emozioni provate da Peter Hammill in quel periodo. Un disco aspro anche per l’ascoltatore che non può fare a meno di soffrire insieme a Peter. Perché quando un artista mette a nudo la sua anima si viene emotivamente coinvolti nel percorso stesso dell’artista che, per un breve periodo (che può durare solo per l’ascolto del disco oppure per un periodo difficile della nostra vita) sta parlando di noi, della nostra sofferenza, della nostra malinconia e si diventa tutt’uno con lui. Noi non lo conosciamo personalmente, ma ognuno di noi ha o ha avuto la propria Alice.

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