Una ninnananna del Lincolnshire - di Fabrizio Papotto

Una ninnananna del Lincolnshire – di Fabrizio Papotto

Era il 1973. Novembre, per essere esatti. Seconda media e una scarsissima capacità di avvicinarmi, nel passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, al misterioso mondo femminile.

Per il mio compleanno decido di fare una festa in casa, una di quelle dove si mettevano su i dischi lenti e si ballava rigorosamente alla lunghezza che le braccia consentivano, con le mani sui fianchi di lei, spostandosi di pochi centimetri lateralmente.

Le compagne di classe, già ampiamente sviluppate e soggetti di fantasie erotiche rudimentali (e chi ne sapeva niente di cosa si dovesse fare?), mi avevano regalato l’ultimo disco di Lucio Battisti, Il mio canto libero. Era la prima volta che mi avvicinavo con un certo interesse ad un long–playing perché, fino a quel momento, avevo ascoltato solo quelli che mio padre comprava e portava in casa, oltre ai 45 giri. Musica melodica (Claudio Villa su tutti), classica e lirica. Affascinanti senz’altro (avevo una fissa per le Quattro Stagioni di Vivaldi), ma non “mie”. E così, il romanticismo battistiano unito a suoni decisamente più contemporanei, ad una copertina che aveva un particolare significato con le sue decine di braccia nude alzate su sfondo bianco, mi spinsero con forza verso un nuovo mondo musicale e di costume, verso nuovi gusti più personali e meno di “seconda mano”. Ma non è del capolavoro di Battisti–Mogol che voglio parlare: quello fu solo un primo passo.

In quei giorni entrò in casa un altro disco e anche quello fu un nuovo imprinting. Mio fratello Sandro, di un anno più grande, che vantava amicizie molto più modaiole e più “scafate” rispetto alle mie, introdusse il suo primo disco prog: Fantasia Lindum degli Amazing Blondel.

Mi si aprì un mondo. Innanzi tutto, il trio inglese originario di Scunthorpe nel Lincolnshire, non era un gruppo prog nel senso stretto del termine che intendiamo oggi, con tastiere, chitarre elettriche, basso e batteria a dipanare arazzi sonori che si ispiravano alla musica classica, al jazz e ai Beatles. Gli Amazing Blondel attingevano a piene mani nel passato remoto della cultura inglese andando a ripescare madrigali, gighe e danze rinascimentali che avevano in John Dowland, vissuto a cavallo tra il 1500 e il 1600, un punto di riferimento fondamentale:

Anche il trio utilizzava strumenti antichi come il liuto, la tiorba, il cromorno, vari flauti barocchi e le cornamuse oltre alle chitarre classiche.

La differenza stava nel fatto che i suoni del cosiddetto folk elisabettiano venivano mutuati in nuove composizioni che tenevano comunque conto del panorama musicale loro contemporaneo creando uno stile del tutto personale.

La loro storia musicale inizia alla fine degli anni ’60 quando John David Gladwin e Terence Allan Wincott militavano nella band dei Methuselah, gruppo hard rock con venature blues dove Gladwin e Wincott suonavano le chitarre. Durante i concerti i due si ritagliavano uno spazio acustico che riscuoteva un notevole successo. Decisero così di dare vita ad un nuovo progetto che avesse come base queste sonorità. Il nome scelto all’inizio, Blondel, era un omaggio a Blondel de Nesle, un menestrello leggendario che suonava alla corte di re Riccardo I d’Inghilterra, poi fu deciso di aggiungere l’aggettivo Amazing. Il duo incise un disco, The Amazing Blondel, che però riscosse uno scarso successo. Subito dopo si unì alla band il terzo elemento, Edward Baird, ex compagno di scuola degli altri due. Nella classica formazione a tre ottennero un contratto con la Islands Records, incidendo i tre album più importanti della loro carriera musicale: Evensong, Fantasia Lindum e England. Se il primo li portò all’attenzione del panorama musicale del tempo (gli Amazing Blondel aprirono i concerti di Genesis, Procol Harum e Steeleye Span), con il secondo raggiunsero un livello di ispirazione e precisione tecnica ineguagliato. Purtroppo, dopo questi tre album, il loro manager insisteva perché continuassero con i tour dal vivo, mentre la band prediligeva di più il lavoro in studio. Le pressioni della casa discografica portarono all’abbandono di Gladwin, autore della maggior parte delle musiche e voce principale. I due rimasti incisero numerosi album sotto il nome di Blondel abbandonando in parte lo stile folk elisabettiano e gli strumenti antichi per cercare un suono un po’ più in linea con i tempi, ma con l’avvento del punk si ritirarono momentaneamente dalle scene per riprendere il percorso interrotto nel 1997 con un nuovo album. Il primo decennio del 2000 li vede ancora in tour col ritorno di Gladwin per riproporre le loro magiche atmosfere.

Fantasia Lindum, il secondo album come trio, è senz’altro quello che più ha segnato un perfetto equilibrio tra tecnica e ispirazione. A partire dalla copertina, dove i tre indossano abiti scuri di ispirazione cromwelliana del periodo della guerra civile inglese a metà del 1600. Ai piedi dei tre musicisti un alano appartenente a Wincott.

Fantasia era un termine per indicare un tipo di composizione musicale con vari temi all’interno del brano e Lindum è il nome latino di Lincoln, capoluogo del Lincolnshire, per cui il titolo si potrebbe tradurre Fantasia di Lincoln.

La facciata A è un’intera suite dal titolo omonimo: Fantasia Lindum e si divide in 13 movimenti dove il motivo iniziale viene ripreso varie volte con arrangiamenti diversi intervallato da danze e canzoni di cui la prima Swifts, Swains and Leafy Lanes già ci indirizza in pieno nell’atmosfera barocca, ma solenne di questa prima facciata:

poi troviamo una danza, il tema ricorrente, un’altra danza e infine la seconda canzone, Lincolnshire Lullaby:

poi di nuovo lo schema danza/tema/danza/canzone con Celestial light:

si prosegue con danza/tema/conclusione.

La seconda facciata si apre con altre due canzoni, Toye e Safety in God alone, dal punto di vista musicale la punta più alta di tutto il disco:

Il disco prosegue con altre due danze, una nuova canzone e si conclude con lo strumentale Siege of Yaddlethorpe dove Wincott si esibisce alla cornamusa e con l’ausilio alle percussioni di Jim Capaldi, batterista dei Traffic:

Un disco i cui testi, non si sa se per convinzione personale dei tre musicisti o semplicemente per la suggestione legata al genere musicale, sono pervasi di misticismo religioso.

Ma, nel 1973, con la nostra scarsa conoscenza dell’inglese, questo non ci interessava minimamente. Quello che ci affascinò fu l’ingresso in un mondo completamente nuovo, fatto di suoni e musiche che sembravano sempre state accanto a noi, nella nostra testa, ma che in realtà erano il frutto di una ricerca serrata che portava verso nuovi universi, sia che gli autori attingessero ad antichi stilemi, sia che si proiettassero nel futuro. Il fascino della musica prog nei primi anni ’70 fu proprio questo: si poteva andare in qualsiasi direzione senza essere mai fuori strada. E dopo Fantasia Lindum in casa entrarono i Genesis, i Pink Floyd, i Jethro Tull, i King Crimson, Emerson Lake & Palmer, Yes…e niente fu più lo stesso.

Fabrizio Papotto

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