Closing time - di Fabrizio Papotto

Closing time – di Fabrizio Papotto

Era il 1986. Al cinema esce Daubailò di Jim Jarmusch. Un amico mi porta a vedere questo film con Roberto Benigni, alla sua prima ribalta internazionale. Gli attori principali sono tre: il già citato attore italiano, John Lurie e un tizio dalla faccia delinquenziale che risponde al nome di Tom Waits.
Non li conosco, né il regista, né i due attori americani. Il mio amico resta basito: “Ma come, non conosci Tom Waits?” “No. È così grave?” “Ma certo che è grave. Proprio tu che sei un grande appassionato di musica non hai mai sentito Tom Waits?”. “No”. “È un grandissimo cantautore statunitense” “Eh. Ho capito. Ma non l’ho mai sentito”.E così mi presta il suo primo album, Closing time, uscito ben 13 anni prima. Nel frattempo il cantautore americano ha sfornato già la bellezza di dieci album di cui non conoscevo l’esistenza.
La copertina del disco mostra un’atmosfera notturna con Tom Waits appoggiato al proprio pianoforte con un posacenere pieno di cicche e bottiglie di alcolici vuote che già fanno intuire a quale tipo di musica andremo incontro.

Narra la leggenda che il giovane californiano di Pomona, amante del jazz e del pianoforte, lavorasse come barman o cameriere nei night club e che una sera, sotto l’effetto dell’alcol, alla fine della sua giornata lavorativa, si sia seduto al piano e abbia iniziato a cantare alcune delle sue composizioni. La leggenda vuole anche che il proprietario del locale, che ingaggiava artisti per allietare le serate dei consumatori, decida di scritturarlo non più come cameriere, ma come musicista.

Poco tempo dopo, forte di un contratto con la Elektra Record, Tom Waits incide Closing Time il cui titolo pare si riferisca proprio all’orario di chiusura dei locali notturni, ma che si potrebbe anche riferire al chiudere il conto con i propri fantasmi del passato.

Si chiude il locale, il ragazzo si siede al piano ed inizia a gettare fuori da sé la sofferenza e la malinconia notturna che lo pervadono. È un disco incentrato tutto sui ricordi, sulla nostalgia.

Melodie dolcissime, jazzate, con la voce roca (ma non ancora dalle tonalità cavernose da orco che l’alcol e le sigarette gli doneranno qualche anno più tardi) il disco inizia con Ol’ 55 e già è un bel tuffo al cuore perché è una canzone che conoscevo già, incisa dagli Eagles nel 1974 nel disco On the border, ma non sapevo che la canzone fosse di Tom Waits. Il brano inizia con un arpeggio di piano accompagnato subito da un contrabbasso a cui si aggiungono una chitarra acustica e una batteria “spazzolata”:

Davvero il tempo mi è volato
e in un baleno ero a bordo della mia Oldsmobile 55
ho staccato con dolcezza ed ero in Paradisosa Dio quanto stavo bene”

La canzone è dedicata alla vecchia automobile di Tom Waits, compagna di tanta strada fatta insieme. Se mai è stata dedicata una canzone d’amore ad un’auto, questa ne è la quintessenza.

La canzone successiva è un condensato di emozioni allo stato puro, una ballata di rara intensità che parte da un arpeggio di chitarra acustica e ci immerge in pieno nell’atmosfera dei locali notturni e del senso di solitudine:

Spero di non innamorarmi di te
perché innamorarmi mi rende triste”
Ogni strofa termina col verso “spero di non innamorarmi di te” tranne l’ultima:
E’ l’ora di chiusura, la musica sta scemando
faccio un ultimo giro, prenderò un’altra (birra) scura
mi giro per guardarti
e non riesco a vederti da nessuna parte
cerco attorno il tuo viso scomparso
e mi sa che farò un altro giro
mi sa che mi sono innamorato di te”

Il successivo brano, Virginia Avenue è un brano attraverso la notte, quando ormai i locali sono tutti chiusi e non si può che vagabondare stancamente sognando di andarsene con la consapevolezza che dovunque si andrà sarà solo per ritrovare le stesse sensazioni. Un pezzo molto bluesy con pianoforte e contrabbasso a farla da padrone e l’innesto di una tromba con sordina che dà un ulteriore senso di atmosfera notturna.

Ed ora, dopo aver cantato della solitudine si può iniziare a fare i conti con i propri ricordi in Old shoes (and picture postcards). Un tempo di valzer e:

Quindi addio, arrivederci, la strada mi chiama mia cara
e le tue lacrime non possono più legarmi
e addio alla ragazza con il sole negli occhi
posso baciarti e poi me ne andrò”

La successiva Midnight lullaby di nuovo con note di pianoforte jazzate con l’ausilio di contrabbasso, batteria e tromba è un invito a sognare in un ambiente che sembrerebbe triste, ma che, attraverso gli occhi della mente può trasformarsi in “West Virginia o nelle Isole Britanniche, perché quando stai sognando vedi per miglia e miglia”.

E arriviamo ad uno dei capolavori di questo disco (anche se non c’è un solo anello debole tra le canzoni che lo compongono): Martha. Qua Tom si immagina vecchio telefonare, dopo quaranta anni, ad un suo amore giovanile, ricacciando indietro le lacrime della nostalgia e dell’amore perduto:

Erano i giorni delle rose,
di poesia e prosa.
Martha eri tutto per me
ed io ero tutto per te.
Non pensavamo al domani
e impacchettavamo i dolori
conservandoli per un giorno di pioggia”

E ancora è tutto un susseguirsi di emozioni con la successiva ballata Rosie, un altro degli amori perduti (o forse è sempre lo stesso con nomi diversi?):

E sono seduto sul davanzale, soffiando nel mio corno
nessuno è in piedi tranne me, la luna
e un pigro vecchio gatto in una bisboccia di mezzanotte.
Tutto quello che mi hai lasciato era una melodia.
Rosie, perché mi eviti?
Rosie, come ti posso convincere? Rosie…”

La successiva Lonely già dal titolo è un inno alla solitudine:

E pensavo di sapere tutto quello che c’era
occhi solitari, volto solitario
solitario a casa tua.
Ti amo ancora, ti amo ancora,
ma sono solo.”

Il brano successivo Ice cream man, spezza le tematiche musicali del disco perché per la prima ed unica volta ci troviamo al cospetto di un pezzo decisamente più ritmato, quasi allegro dove il testo sembra quasi un piccolo scherzo con frasi che rasentano il doppio senso con allusioni sessuali. Ma nel successivo Little trip to Heaven (on the wings of your love) si torna al consueto brano jazzato con la tromba con sordina che la fa da padrona, ma stavolta il testo è una dichiarazione in poesia per un amore presente e non perduto.

E Grapefruit Moon, la preferita per chi sta scrivendo, sembra confermare che, dopo tanta nostalgia il cuore può finalmente battere per qualcuno, ma con grande, immensa fatica:

Non ho mai avuto una destinazione, non ho potuto attraversarla
sei diventata la mia ispirazione, ma a che costo!”
Ora fumo sigarette, ma combatto per la purezza
e scivolo proprio come le stelle nell’oscurità”

E l’unica cosa che si può vedere è “una luna di pompelmo, una stella splendente” che brilla nell’oscurità della notte. Una ballata che sfiora il romanticismo con pianoforte, contrabbasso, batteria e un violino che ci trasporta su ali di sogno.

E alla fine di questo disco, passato attraverso ricordi di vecchie automobili, di vecchi amori, di strade battute e di locali per nottambuli, tra nuovi fragili amori, è arrivata l’ora di chiusura, Closing time. Un brano strumentale languido per augurare la buonanotte a chi ha voluto percorrere con Tom Waits il suo percorso tormentato. Pianoforte, tromba con sordina, contrabbasso, batteria e archi salutano uno dei migliori album di debutto di tutti i tempi intriso di una sincerità disarmante dove, come altri musicisti, il giovane cantautore (si può usare questo termine in America e soprattutto per uno come Tom Waits?) si è messo veramente a nudo. I dischi successivi lo consacreranno come un’icona degli ultimi 45 anni musicali, un artista di una sensibilità straordinaria, di volta in volta intimista, dissacrante, da “maneggiare con cura”, un Bukowski della musica, ma Closing Time rimane senz’altro un gioiello unico. E peccato averlo conosciuto così tardi.

Fabrizio Papotto

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