THEIR MORTAL REMAINS - di Fabrizio Papotto

THEIR MORTAL REMAINS – di Fabrizio Papotto

Talvolta le delusioni si trasformano in opportunità.
Una visita programmata per andare a trovare mio figlio a Torino, bloccata sul nascere dalla mancanza di disponibilità di alberghi e dall’invasione di tifosi della Juventus per festeggiare lo scudetto, dopo avermi fatto riflettere su quanto il calcio in Italia sia sempre più importante di qualsivoglia manifestazione culturale, politica o sociale, mi ha indotto a rimandare questo viaggio.
Avendo però un weekend libero da gestire in qualche modo stimolante, ho fatto una rapida googlata per vedere quali manifestazioni interessanti ci fossero a portata di mano e così mi è balzato all’occhio l’ultima settimana in cui era possibile visitare, al Macro a Roma, la mostra itinerante sui Pink Floyd intitolata “The Pink Floyd Exhibition – Their mortal remains”. I loro resti mortali. Già il titolo è indicativo dell’importanza della band inglese nel panorama della musica contemporanea e non solo rock. I loro resti mortali sottintendono l’immortalità delle loro composizioni che trascendono il concetto di popular music per diventare musica classica nel senso lato del termine. La mostra è una retrospettiva della loro carriera con raccolta di notizie, memorabilia, strumentazione e oggetti di scena utilizzati dalla band nei loro 50 anni di vita artistica.
La parte del leone di questa mostra la fa l’opera di Storm Thorgerson e Aubrey Powell, titolari dello studio Hipgnosis che, a partire dal 1969 hanno curato la parte visiva (foto delle copertine dei dischi, video, oggetti di scena) utilizzate da Mason, Wright, Waters e Gilmour. Nata da un’idea di Thorgerson, scomparso nel 2013, è stata in seguito sviluppata e realizzata da Powell e dal batterista Nick Mason, colui che, all’interno del gruppo, è considerata la memoria storica anche se, dal punto di vista della composizione artistica, è sempre rimasto dietro i riflettori rispetto al fondatore e leader Syd Barrett e, successivamente, a Waters e Gilmour.
Partiamo muniti di cuffie e audoguide che in realtà, più che dare molte informazioni sulle varie sezioni dell’esposizione, sparano musica dei Pink Floyd nelle orecchie trasformando una visita museale in un’esperienza sensoriale con pochi precedenti.
In effetti è molto difficile spiegare ciò che si vede e si sente, quello che si può dire è che fino dall’ingresso si entra in un’orgia di sensazioni che non di rado strappano la lacrima. Che si tratti di interviste ai protagonisti della mostra nel ricordo dell’indimenticabile Syd Barrett, stella cadente luminosissima nel panorama della musica mondiale o nel semplice connubio tra immagini e note musicali, tra ricordi personali e la consapevolezza di essere stati, complice l’età, testimoni di un periodo forse irripetibile nella storia contemporanea, la visita a Their mortal remains è un’esperienza che lascia il segno.
Un altro aspetto che colpisce molto è la varietà di età presente tra il pubblico. Si passa dal settantenne al ventenne con una trasversalità che pochissime band hanno saputo raggiungere, segno inequivocabile della loro grandezza.
Per un appassionato dei Pink Floyd tutto ciò che si legge o si vede durante il percorso non è affatto nuovo, è tutto materiale che si trova su youtube o nei libri dedicati, ma trovare tutto insieme, in un unico spazio, con luci, musica e pubblico numeroso che si sofferma passo dopo passo, è come vedere un film o, ancora meglio, assistere ad un concerto dal vivo, con tutto quel che ne consegue.
Si parte dal periodo barrettiano e l’esplosione della fama del gruppo all’interno dei locali underground di Londra con la loro musica sperimentale e rivoluzionaria per l’epoca che risentiva ancora degli ultimi rigurgiti beat (stiamo parlando del 1967).
I componenti del gruppo erano studenti di arte e architettura e quindi davano un’estrema importanza all’aspetto visivo: saranno tra i primi ad utilizzare light show durante le loro esibizioni live che saranno fondamentali per proporre i loro spettacoli psichedelici che più che concerti erano vere e proprie installazioni di arte contemporanea.
Colpisce, su uno schermo dove scorrono numerose interviste sul loro primissimo periodo, una frase di Roger Waters a cui viene chiesto un parere sull’importanza di Syd: “Se non fosse stato per lui saremmo stati una delle tantissime band che duravano lo spazio di un disco e poi avremmo dovuto trovarci un lavoro per vivere”.
Barrett era naif e ricercatore nello stesso tempo, pittore, narratore di fiabe e umorista che metteva alla berlina le ipocrisie dell’Inghilterra di fine anni ’60. Purtroppo l’abuso di droghe allucinogene lo allontanerà, nel giro di pochissimo tempo, dai palcoscenici e dal resto della band che sarà costretto a sostituirlo con David Gilmour. Eppure, osservare le sue immagini di ragazzo sorridente e curioso della vita stride in maniera incredibile con il resto della sua vita di autorecluso imbottito di psicofarmaci fino alla sua morte, nel 2006.

Il percorso si snoda poi, attraverso gli anni, nella descrizione degli album successivi e degli strumenti usati dalla band:

E così si passa a A sauderful of secrets, unico album dove coesistono ancora tutti e cinque i componenti anche se Barrett era già stato estromesso dal gruppo. L’ormai ex frontman suona la chitarra in alcuni brani e firma e canta solo in The Jugband blues:

La mostra poi ripercorre in ordine cronologico tutta l’opera floydiana: Ummagumma, disco doppio dove ancora i Pink devono trovare una loro strada ben definita, More, colonna sonora dell’omonimo film, Atom Heart Mother, capolavoro di comunicazione di Storm Thorgerson e dello studio Hipgnosis che propongono alla Emi–Harvest, la loro casa discografica, di pubblicare un disco la cui copertina è una mucca che pascola in un prato senza titolo e senza il nome della band. Un azzardo incredibile, ma che raggiunge i frutti sperati con un’operazione di marketing sperimentale senza precedenti. Il disco, che raggiunse anche la vetta delle classifiche inglesi, fu la svolta musicale della band che abbandonò la musica psichedelica e spaziale degli esordi per imboccare uno stile che da quel momento diventerà inconfondibile.

Le note dei dischi continuano ad accompagnarci nelle cuffie mentre attraversiamo lo spazio dedicato a Meddle, Obscured by clouds per arrivare al disco dei Pink Floyd più celebrato di tutti i tempi: The dark side of the moon.
In un ambiente completamente buio la proiezione di un filmato che rappresenta in maniera tridimensionale un prisma piramidale attraversato da un raggio di luce sullo sfondo di stelle che si muovono da una parte all’altra dell’orizzonte contraendosi ed espandendosi col sottofondo di The Great Gig in The Sky nelle orecchie, muove la seconda lacrima dopo quella lasciata davanti al ricordo di Syd Barrett.

Un gruppo di visitatori staziona silenziosamente di fronte a questa installazione che non è più musica, ma si fa emozione collettiva dove ognuno ritrova i propri ricordi, le proprie sensazioni. Tutti con le cuffie, tutti soli, tutti in silenzio, ma tutti consapevolmente parti di un tutto.

E dopo un’immersione così profonda non c’è tempo di riprendersi che si passa alle emozioni successive perché siamo di fronte a Wish you were here, dedicato a Syd Barrett, forse troppo presto accantonato dal resto della band, ma che qui fa i conti col proprio passato musicale e con i sensi di colpa e le prime denunce nei confronti dello star system musicale, che macina le persone e le brucia nello spazio di un attimo così come ben descritto dalle foto di Storm Thorgerson:

La metamorfosi dei Pink Floyd, ma soprattutto di Waters, sempre più insofferente ai dettami dello show business, porterà il gruppo, in piena epoca punk, a incidere un disco ostico, difficile e con minor punti fermi rispetto ai precedenti. Si passa alla denuncia sociale. Waters divide l’umanità in tre specie animali: pecore, cani e maiali. I maiali sono coloro che detengono il potere ed utilizzano i cani per tenere a bada le pecore (la maggioranza degli esseri umani).

E dopo Animals non si può che passare al disco che segna musicalmente la “presa del potere” di Waters all’interno del gruppo. Di The Wall è stato ormai detto di tutto e di più, ma trovarsi davanti agli oggetti che venivano usati durante i megaconcerti di quel tour è comunque un momento emozionante.

Dopo The Wall esce The final cut, disco che risente pesantemente del periodo storico con la guerra delle Falkland in atto. All’interno della mostra una fessura a forma di croce inquadra un soldato accoltellato alle spalle in piedi in un campo di papaveri, esattamente come sulla copertina del disco. A quel punto finisce la prima parte della storia della band con Waters che decide unilateralmente conclusa l’esperienza Pink Floyd e scioglie il gruppo. Gli altri tre non ci stanno. Seguiranno anni di battaglie legali fino a che il giudice non stabilirà che i tre superstiti potranno ancora utilizzare il brand. Esce così A momentary lapse of reason e relativo tour. Siamo nel 1988.
Per il sottoscritto è l’occasione per vedere per la prima volta i Pink Floyd dal vivo, pur senza Waters. Partiamo in cinque con una fiat 124 e andiamo a Roma al Flaminio a vedere il concerto. Saranno emozioni a non finire. E l’anno successivo bissiamo addirittura a Livorno allo Stadio Ardenza. E così, vedere durante la mostra l’elenco delle date del tour e rimmergersi in un passato remoto che era relegato nella parte più nobile dei miei ricordi, fa scaturire il terzo momento di commozione della visita.

Seguono The Division Bell e la fine ufficiosa della band. E’ il 1994. Nel 2008 muore Rick Wright, il tastierista. Nel 2014, per ricordare l’amico e collega scomparso, i due superstiti Gilmour e Mason decidono di recuperare tracce inedite scritte dal gruppo in occasione dell’album precedente, ma non inserite nel disco. In particolare molti sono strumentali proprio del tastierista insieme ad un unico pezzo nuovo scritto da Gilmour col testo della moglie Polly Samson: Louder than words. Il significato, Più forte delle parole è un riferimento al fatto che tanto Wright quanto Gilmour non sono mai stati delle persone particolarmente loquaci, ma che il legame che si era creato era comunque più forte di qualsiasi parola.

E arriviamo alla fine del percorso. Sono già passate due ore e non ce ne siamo nemmeno accorti. Ci sarebbe la voglia di ripartire da capo per cercare qualche particolare che è sfuggito, ma lo steward ci invita a toglierci le cuffie per l’ultima profonda emozione che ci aspetta. Il video di Comfortably Numb tratto da Live 8 del 2005 per una reunion temporanea dei quattro membri storici, l’ultima in cui suonano insieme. E stavolta, al pensiero che non sarà più possibile rivederli di nuovo e cullati dalle note della canzone, possiamo davvero lasciare andare le lacrime:

Testo e foto di Fabrizio Papotto

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