AFTER THE GOLD RUSH - di Fabrizio Papotto

AFTER THE GOLD RUSH – di Fabrizio Papotto

Ho iniziato varie volte a scrivere un pezzo su After the gold rush di Neil Young non decidendomi mai perché quando alcuni dischi appartengono profondamente alla propria sfera privata non si sa mai quanto sia corretto condividere momenti strettamente personali.

Però resta il fatto che il terzo lavoro solista di Neil Young, oltre ad essere un capolavoro della musica contemporanea americana e non solo, merita comunque delle storie tanto semplici quanto comuni a molti.

Era il 1981 e mia moglie, che all’epoca non era né moglie né fidanzata, ma solo una cara amica di cui ero innamorato, venne a trovarmi a casa. Misi su After the gold rush di Neil Young e, tra una chiacchiera e l’altra, mi dichiarai. E lei accettò. Sono passati 38 anni e ancora condividiamo il nostro percorso insieme. Così, come molte coppie hanno la “loro canzone”, noi abbiamo il “nostro LP”.

E niente, tutto qua. Una storia di cui a nessuno fregherà niente, ma per me, ovviamente, molto importante. E prima che vi vengano le carie per questo inizio così zuccheroso, parliamo del disco.

Lo conobbi nel 1975 a casa di un amico, a seguito dell’ascolto di Harvest, album successivo considerato il capolavoro del cantautore e rocker canadese e mi innamorai (evidentemente c’è una sorta di fluido magnetico tra me e il disco) di questi pezzi a metà tra il folk, il rock e la musica d’autore. Non bello, forse, dal punto di vista tecnico quanto Harvest che, non a caso, è stato il maggior successo di Neil Young, ma che sa fare vibrare le corde giuste con un mix di malinconia, dolcezza, rabbia unite a testi talvolta criptici, ma che parlano comunque di una stagione di speranze frustrate (il 1970! Chissà cosa ne pensa oggi il buon vecchio Neil), di una natura violentata, di amore e di rabbia verso il razzismo, di amori tormentati o di amici in difficoltà.

Neil Young, dopo l’esperienza giovanile con i Buffalo Springfield e due dischi solisti, era entrato in orbita Crosby, Stills (con il quale aveva condiviso i palcoscenici con i Buffalo Springfield) & Nash, formando un quartetto che aveva esordito con Deja Vu, un disco che non ha bisogno di presentazioni, anche solo per il fatto di essere stato il disco più costoso della storia con la copertina in finta pelle e che comunque è una pietra miliare della musica West Coast.

Forte di questa esperienza, si chiude in uno studio di registrazione insieme ad alcuni fidati musicisti, i tre Crazy Horse Danny Whitten alla chitarra, Billy Talbot al basso e Ralph Molina alla batteria e, successivamente, l’amico Stephen Stills ai cori, Greg Reeeves (che aveva già collaborato con C,S,N & Y in Deja Vu) al basso, Jack Nitzsche in alcune parti di pianoforte e un giovanissimo Nils Lofgren, che più tardi troveremo nella E Street Band di Bruce Springsteen, al pianoforte.

L’idea iniziale era quella di incidere un disco country con cover di brani e pezzi inediti, ma, le sessioni di registrazione, complici i problemi di tossicodipendenza di Whitten e l’alcolismo di Nitzsche, si prolungarono più del dovuto. Nel frattempo Neil Young aveva letto la sceneggiatura di un film di fantascienza distopico/catastrofico e decise quindi di comporre canzoni ispirate a questa sceneggiatura che sarebbero dovute servire da colonna sonora del film (che, per la cronaca, non fu mai girato). Alla fine, tra registrazioni precedenti e nuovi brani, After the gold rush prese forma nella versione definitiva.

Il disco si apre con Tell me why, un brano country–folk e la chitarra acustica, ma con cori decisamente ispirati alla recente esperienza con Crosby, Stills e Nash. La voce di Neil, in questo come in quasi tutti i brani del disco, viaggia su tonalità altissime, tra falsetto e voce strozzata che danno subito il senso di malinconia, talvolta di disperazione, che permeano tutto il long playing.

Dimmi perché
Dimmi perché
È difficile scendere a patti con te stesso
Quando sei abbastanza vecchio per contraccambiare
Ma abbastanza giovane per vendere?

Questo il ritornello della canzone che sta a significare, nell’opinione di chi scrive, quel passaggio della vita in cui potresti dare per ciò che hai ricevuto, ma il tuo egoismo giovanile prende il sopravvento per l’incapacità di accontentarsi di ciò che si ha:

Il secondo brano è la title track del disco, After the gold rush, brano ispirato alla sceneggiatura del film di fantascienza. Già nel 1970 Neil Young vedeva la natura deturpata dall’uomo e immagina, in un testo estremamente criptico, la fine dell’umanità, ma con Madre Natura che comunque riesce a preservare la vita.

Anche qui la voce di Neil è sempre in bilico tra dolcezza e disperazione, sempre sul punto di spezzarsi. Un brano di solo pianoforte e voce con uno strumento a fiato (tromba con sordina? Trombone?) non accreditato che rende ancora più malinconico il pezzo.

Bene, ho sognato argentee navi spaziali
Giacere nell’alone giallo del sole
Bambini che piangevano e colori che volavano
Attorno ai prescelti
Tutto in un sogno, tutto in un sogno
L’imbarco iniziò
Erano semi argentati di Madre Natura
Che volavano verso una nuova casa nel Sole

Il pezzo successivo, Only love can break your heart, un valzer country dedicato all’amico Graham Nash separatosi da poco da Joni Mitchell, ma che in realtà è anche probabilmente dedicata a un se stesso (Ho un amico che non ho mai visto, tiene la testa nascosta in un sogno) poco esposto alla vita quotidiana. Musicalmente a metà tra i conterranei The Band e Burt Bacharach, è uno dei brani più famosi di Neil Young in assoluto:


Il successivo pezzo, uno dei cavalli di battaglia nella carriera del cantautore canadese e dei suoi compagni di avventura C,S & N, è un’invettiva acid–rock che dal vivo si trasforma in una cavalcata di assoli di chitarra elettrica che possono durare a lungo con ampio spazio di improvvisazione. È un pezzo duro, cattivo sotto certi aspetti, nei confronti del sud degli Stati Uniti e del razzismo nei confronti dei neri. Un atto di accusa ben preciso nei confronti del Ku Klux Klan e dell’ipocrisia dei bianchi degli stati sudisti e soprattutto nei confronti degli abitanti dell’Alabama, tanto che, poco tempo dopo, i Lynyrd Skynyrd composero la celeberrima Sweet home Alabama in risposta a questa canzone. Il testo, diretto come non mai, ha la sua apoteosi nella frase ripetuta How long, How long (Per quanto tempo? Per quanto tempo?):

Dopo la cavalcata acida di Southern man ci si rilassa con la filastrocca Till the morning comes: Voglio amarti fino a che non viene il mattino, fino a che non viene il mattino, fino a che non viene il mattino…)

La seconda facciata del vinile inizia con una cover di Don Gibson, il pezzo country Oh lonesome me con attacco di armonica, chitarra, piano e un ritmo di valzer lento a sottolineare il senso di solitudine del testo:

Il pezzo successivo, Don’t let it bring you down, (Non lasciarti andare) è un brano con un testo che lacera l’anima fin dai primi versi, probabilmente dedicata all’amico Danny Whitten sempre più alle prese con problemi di droga:

Un vecchio giace sul ciglio della strada
Con i camion che passano accanto
Una luna triste affonda sotto il peso dell’oppressione
E i palazzi scorticano il cielo
Un vento freddo lacera un vicolo all’alba
E il giornale del mattino vola
Un uomo morto giace sul ciglio della strada
Con la luce del giorno nei suoi occhi
Non lasciarti andare
Sono solo castelli che bruciano
Trova qualcuno che sta cambiando direzione
E ne verrai a capo

E dopo questo brano lacerante, si torna a un quieto rilassamento con Birds, ancora pianoforte e voce per un testo più conciliante, anche se, in ogni caso, si paventa la possibile fine di un amore. Non c’è mai una direzione sicura, la delusione è sempre dietro l’angolo:

E dopo Southern man troviamo il secondo pezzo rock del disco, When you dance I can really loveLe chitarre elettriche riprendono il sopravvento ben coadiuvate da un ottimo tappeto ritmico:

E in questo continuo saliscendi, il pezzo successivo è una classica ballata lenta, I believe in you. Una canzone che sembrerebbe dichiarare un amore forte: Io credo in te, ma che in realtà, se mai ce ne fosse bisogno, fin dalla prima frase crea dei dubbi in chi ascolta. Sembrerebbe trattarsi di una donna che si accorge all’improvviso di essere innamorata del protagonista della canzone che vuole crederle:

Ora che hai capito di avere perso la testa
Sei di nuovo qui?
Ora che hai deciso di amarmi
Pensi che tutto possa cambiare in un giorno?
Ti sto forse mentendo quando dico che credo in te?
Oh, io credo in te


E come la prima facciata si era chiusa con un brevissimo brano giocoso, anche l’ultima canzone del disco sembrerebbe un breve pezzo allegro e sgangherato che parla di un traghetto, Cripple Creek Ferry. Ma tutto, in questo disco, non è quel che sembra. Questo è il secondo brano, insieme alla title track, ispirata alla sceneggiatura del film distopico/catastrofico di cui ho parlato all’inizio. Una sceneggiatura che, ad un certo punto, prevedeva un’onda gigantesca che si abbatteva sulle coste degli Stati Uniti. E alla luce di questo come interpretare allora questi versi?

Hey hey, traghetto di Cripple Creek
Che sbatti contro gli alberi sporgenti
Fate strada al traghetto di Cripple Creek
Le acque si abbassanoÈ una presa stretta e forte

A pensarci bene, quando 38 anni fa misi su questo disco per dichiararmi a mia moglie forse è un bene che non conoscessimo bene l’inglese e ci fossimo accontentati dell’atmosfera musicale rilassata, dolce e malinconica che pervade la maggior parte del disco. Ma, riflettendoci sopra, la vita, alla fine, non è realmente un susseguirsi di momenti dolci e momenti difficili, di dubbi e fiducia, di angoscia e rilassatezza, di amore e rabbia? E allora forse è questo il motivo per cui, inconsciamente, ho sempre amato questo disco, perché Neil Young è riuscito a trasmettere tutte queste sensazioni attraverso le sue canzoni, indipendentemente dalla conoscenza o meno dei testi. Neil Young, in qualche modo, ci ha raccontato la vita. Una sua visione della vita, che non è la mia né quella di chiunque altro, ma che, in un modo o nell’altro si riverbera nella nostra come se fosse la risonanza di un diapason.

Fabrizio Papotto

 

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