Buon compleanno Bruce - di Giovanni Acquarulo

Buon compleanno Bruce – di Giovanni Acquarulo

Nebraska è il disco dell’interregno musicale fra The River e Born in the Usa. È un album scarnificato di ballate acustiche, registrato su un mixer a quattro tracce nella camera da letto di Springsteen a Colts Neck, nel New Jersey, dove Bruce risiedeva in quegli anni. Le sessioni di registrazione si svolgeranno in gran parte in un’unica giornata, il 3 gennaio 1982; il disco uscirà nove mesi più tardi. Se si presta attenzione, tra i solchi della traccia numero 5, “Highway Patrolman”, si può sentire lo scricchiolio della sedia usata per le incisioni, la sua vibrazione legnosa, il suo soffio cardiaco. Ma non è solo uno scricchiolio, non è solo la sedia a cigolare.

Passano sette anni. Al termine del tour mondiale di Tunnel of Love, nel 1989, Springsteen divorzia dalla prima moglie, Julianne Phillips, si sposta dal New Jersey a Los Angeles, licenzia la E Street Band e fino al 1992 diraderà le sue apparizioni dal vivo. Un isolamento a cui concederà pochissime deroghe: una, nel novembre del 1990, lo porterà a esibirsi per due sere consecutive presso lo Shrine Auditorium di LA, una doppia serata di beneficenza volta a raccogliere fondi da devolvere al Christic Institute, una sorta di studio legale che si occupava al tempo di cause e class actions in tema di ambiente e diritti sociali.
A quell’appuntamento Bruce, allora 41enne, si presenta da solo, con un piano – che suonerà peraltro splendidamente – e una chitarra acustica dodici corde. È (quasi) una prima volta assoluta, per lui, senza alle spalle il suo gruppo di sempre, la big family a cui deve parte della sua fama di insuperato performer dal vivo e incomparabile professionista della felicità musicale.
La voce è ancora quella fragorosa e ruggente degli anni Ottanta. Nell’arco dei due show, Springsteen suonerà alcuni pezzi inediti che finiranno riarrangiati in Human Touch e Lucky Town, in uscita da lì a due anni. Infilerà un paio di cover, in compagnia di Jackson Browne e Bonnie Raitt, riproporrà qualche standard del suo passato con la E Street Band; e soprattutto, eseguirà diverso materiale da Nebraska, mai proposto in concerto e mai in quella veste solista.

La prima sera, il settimo brano in scaletta è “My Father’s House”, che di Nebraska è la penultima traccia. Quella sera Bruce è molto comunicativo con il pubblico: parla di sé in prima persona, scherza, gigioneggia, si diverte, discetta di sesso e di religione, dispensa mille aneddoti sulla sua infanzia a Freehold, in New Jersey, il suo paese d’origine. Rovista nel suo passato, tratteggia il profilo dei suoi genitori, del padre e della madre; evoca quei fantasmi lontani che infestano il suo presente, che “gli fanno scricchiolare il cuore”. Scricchiolare il cuore, dice così.
Per molto tempo ho avuto questa abitudine”, spiega mentre accorda la dodici corde. “Salivo in macchina e guidavo verso il vecchio quartiere della città in cui sono cresciuto”.
Pennata sulla chitarra.
Finivo per dirigermi sempre verso la vecchia casa in cui avevo vissuto, alcune volte anche a notte fonda, al punto da farla diventare un’abitudine: due, tre, quattro volte a settimana, per anni”.
Pausa, sospiro.
Alla fine mi sono chiesto: che diavolo sto facendo? Così sono finito da uno psichiatra”.
Ridacchia. Il pubblico ride con lui. Sembra un gioco. Forse lui la dissimula al punto da farla sembrare una storiella delle sue, una gag innocente con cui insaporire lo storytelling della serata. Sembra un gioco, non lo è.
È la prima volta che Bruce Springsteen dichiara i conti aperti con la depressione, in parte ereditata dal padre Doug (“Those whose love we wanted but didn’t get, we emulate them”), pur senza nominarla direttamente. Ne parlerà 25 anni più tardi nella sua autobiografia: “la depressione è quello che ho trovato nell’uovo di Pasqua della mia famiglia”. Dirà di sé come di “un treno merci carico di nitroglicerina che deraglia rovinosamente”; della malattia come “petrolio che si spande nel meraviglioso golfo turchese di un’esistenza meticolosamente pianificata e controllata”. Ci conviverà per una vita intera, con ricadute gravissime dopo i sessanta, fino ai giorni nostri. Una sera in Texas lo visita l’idea del suicidio. È il 1982, sono i mesi della gestazione di Nebraska. Jon Landau, il suo manager e amico fraterno, lo trascina da uno specialista, Wayne Myers. È il “doc” che Bruce cita prima di suonare “My Father’s House”. Inizierà una cura farmacologica e un lungo percorso analitico che durerà decenni.
(Che poi uno se lo deve immaginare lo psichiatra di Springsteen, cazzo. Se lo deve immaginare a ritirare tutte le sue proiezioni nei confronti di una rockstar planetaria e trattarlo alla stregua di un paziente qualunque, con le sue meschinità, le sue ossessioni, gli atti mancati.)

Doc, per anni sono salito in macchina e ho guidato di notte intorno alla casa dove sono cresciuto”. “Cosa sto facendo?”
Me lo dica lei cosa sta facendo”.
Ma è per questo che la pago!”. Risate generali, ride anche lui.
(Bruce resta un formidabile entertainer, anche quando racconta l’inverno artico che gli divora il cuore.)
Beh, è successo qualcosa di brutto e tu stai tornando indietro per cercare di aggiustarlo. Qualcosa è andato storto e tu continui a guardarti alle spalle per vedere se ti riesce di sistemarlo, di metterlo a posto”.
Classica metafora da meccanici blue-collar, Bruce la coglie al volo.
È esattamente quello che sto facendo”.
Allora lui dice – e dobbiamo figurarcelo mentre pronuncia questa cosa, con un’assertività veterotestamentaria che al cattolico Springsteen sarà suonata definitiva come la voce del roveto ardente: “Beh, non lo puoi fare”. E lì ti frega per sempre, perché non c’è neanche il tempo per tirare il fiato, perché subito parte l’arpeggio di “My Father’s House.

“Non lo puoi fare”. Non puoi reinventarti il passato, piegarlo alle sirene dell’autoindulgenza, non puoi silenziare lo scricchiolio che ti crepa da dentro. Ma puoi tenerlo a bada, puoi conviverci, trasformare quello scricchiolio nel fragile dispositivo esistenziale che sovraintenderà alla tua grandezza artistica, all’epica chilometrica dei tuoi concerti, all’integrità del patto siglato con le tue origini, all’ispezione disincantata del sogno americano, alla rotta controvento dei tuoi eroi mezzi falliti. È un’occasione, un’opportunità. Non si vince e non si perde. “Dipende sempre da chi mette le mani sul volante”, spiegherà più avanti Bruce.

Più avanti, alcuni dei nostri beniamini finiranno inghiottiti da quella crepa. Lui è ancora qui.

Buon compleanno 

Giovanni Acquarulo
giornalista di Radio 1 Rai

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