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THEIR MORTAL REMAINS – di Fabrizio Papotto

Talvolta le delusioni si trasformano in opportunità.
Una visita programmata per andare a trovare mio figlio a Torino, bloccata sul nascere dalla mancanza di disponibilità di alberghi e dall’invasione di tifosi della Juventus per festeggiare lo scudetto, dopo avermi fatto riflettere su quanto il calcio in Italia sia sempre più importante di qualsivoglia manifestazione culturale, politica o sociale, mi ha indotto a rimandare questo viaggio.
Avendo però un weekend libero da gestire in qualche modo stimolante, ho fatto una rapida googlata per vedere quali manifestazioni interessanti ci fossero a portata di mano e così mi è balzato all’occhio l’ultima settimana in cui era possibile visitare, al Macro a Roma, la mostra itinerante sui Pink Floyd intitolata “The Pink Floyd Exhibition – Their mortal remains”. I loro resti mortali. Già il titolo è indicativo dell’importanza della band inglese nel panorama della musica contemporanea e non solo rock. I loro resti mortali sottintendono l’immortalità delle loro composizioni che trascendono il concetto di popular music per diventare musica classica nel senso lato del termine. La mostra è una retrospettiva della loro carriera con raccolta di notizie, memorabilia, strumentazione e oggetti di scena utilizzati dalla band nei loro 50 anni di vita artistica.

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Closing time – di Fabrizio Papotto

Era il 1986. Al cinema esce Daubailò di Jim Jarmusch. Un amico mi porta a vedere questo film con Roberto Benigni, alla sua prima ribalta internazionale. Gli attori principali sono tre: il già citato attore italiano, John Lurie e un tizio dalla faccia delinquenziale che risponde al nome di Tom Waits.
Non li conosco, né il regista, né i due attori americani. Il mio amico resta basito: “Ma come, non conosci Tom Waits?” “No. È così grave?” “Ma certo che è grave. Proprio tu che sei un grande appassionato di musica non hai mai sentito Tom Waits?”. “No”. “È un grandissimo cantautore statunitense” “Eh. Ho capito. Ma non l’ho mai sentito”.E così mi presta il suo primo album, Closing time, uscito ben 13 anni prima. Nel frattempo il cantautore americano ha sfornato già la bellezza di dieci album di cui non conoscevo l’esistenza.
La copertina del disco mostra un’atmosfera notturna con Tom Waits appoggiato al proprio pianoforte con un posacenere pieno di cicche e bottiglie di alcolici vuote che già fanno intuire a quale tipo di musica andremo incontro.

Narra la leggenda che il giovane californiano di Pomona, amante del jazz e del pianoforte, lavorasse come barman o cameriere nei night club e che una sera, sotto l’effetto dell’alcol, alla fine della sua giornata lavorativa, si sia seduto al piano e abbia iniziato a cantare alcune delle sue composizioni. La leggenda vuole anche che il proprietario del locale, che ingaggiava artisti per allietare le serate dei consumatori, decida di scritturarlo non più come cameriere, ma come musicista.

Poco tempo dopo, forte di un contratto con la Elektra Record, Tom Waits incide Closing Time il cui titolo pare si riferisca proprio all’orario di chiusura dei locali notturni, ma che si potrebbe anche riferire al chiudere il conto con i propri fantasmi del passato.

Si chiude il locale, il ragazzo si siede al piano ed inizia a gettare fuori da sé la sofferenza e la malinconia notturna che lo pervadono. È un disco incentrato tutto sui ricordi, sulla nostalgia.

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Vitamine Jazz – di Raimondo Cesa

Quando con la Fondazione abbiamo pensato a questa nuova iniziativa non credevamo sicuramente ad un’affluenza così massiccia, gli interventi da quando è partito il progetto sono ormai quasi 40.
Come prima cosa vorrei ringraziare la Comunità jazzistica Torinese che ha accolto con sensibilità ed entusiasmo l’appello da me lanciato a nome della “Fondazione Medicina a Misura di Donna” per l’ospedale Sant’Anna di Torino. Oltre novanta artisti jazz, con diverse formazioni, dall’autunno del 2017, stanno invadendo pacificamente con la loro musica l’ospedale, abbracciando l’ingresso, accompagnando le cure al day hospital oncologico, dando il benvenuto alle nuove vite (oltre 7000 ogni anno, da genitori provenienti da oltre 80 paesi). Stiamo assistendo ad un’invasione pacifica di artisti che con il loro contributo confermano l’importanza di questa musica nella storia culturale della nostra città.

La musica è conversazione, comunicazione in armonia. Il jazz in particolare e’ condivisione continua. Dall’interazione fra musicista e spettatore nascono le successive improvvisazioni. Credo a quasi tutti voi sia capitato di assistere ad un concerto jazz dal vivo, i musicisti sono estremamente attenti alla reazione del pubblico facendo di conseguenza reagire i loro strumenti. In psicologia sociale c’e’ una definizione “evento comportamentistico interpersonale” che può servire a definire il rapporto che si instaura fra i jazzisti ed il pubblico. L’emozione è fondamentale, la tensione costruttiva insieme al pubblico porta alla creazione musicale che si propaga fra i musicisti e che si schiude a tutte le contaminazioni. Chi suona crede nella possibilità di comunicare qualcosa di reale, quando questo succede viene favorita una relazione significativa. Vengono aperti nuovi canali di comunicazione non verbale, avviene una sinergia, un processo di sintonizzazione che tende a stimolare risposte fisiche e psicologiche. E’ arrivato all’Ospedale Sant’ Anna, a favore delle donne, il grande patrimonio della tradizione jazzistica del territorio, di umanità, che proviene dal dialogo di molte culture. Composizioni originali e improvvisazioni, nelle quali le sonorità jazzistiche si alternano ad atmosfere mediterranee e sudamericane, con toni caldi e dolci, portano le menti verso altri immaginari, fuori dalle mura ospedaliere.

Raimondo Cesa (uno degli organizzatori della Rassegna)

We are not afraid – di Luisa Trudy

Image by © LUCAS JACKSON/Reuters/Corbis

Il Clearwater Concert si è tenuto nel 2009 per festeggiare i 90 anni di un grande della musica, Pete SEEGER. Scomparso nel 2014, è una leggenda della musica folk from Usa. Attivista, ambientalista, nella sua discografia Seeger ci ha raccontato un secolo di storia americana. Le guerre, le lotte per i diritti civili, le battaglie dei lavoratori, il sindacato. Ci ha raccontato un secolo di sogni e speranze, con il suo banjo, la chitarra ed un cuore grande così. In un mondo dove spesso gli artisti si contendono soltanto classifiche e presenze sui media, Seeger ci ha dimostrato come la musica possa essere invece anche importante strumento di lotta e di condivisione.
Al Madison Square Garden di New York, quel 3 maggio del 2009 si sono uniti, in un abbraccio emozionante e coinvolgente, artisti e pubblico, fervidi e leali sostenitori di quella Left Wings Politics di cui Seeger faceva orgogliosamente parte. Ne è uscito un capolavoro. E gli incassi sono andati tutti in solidarietà, alla Hudson River Sloop Clearwater.

Durante il concerto, le bellissime parole introduttive di Bruce Springsteen, che racconta l’attivismo di Pete, la sua vita, la sua musica. Bruce conclude recitando le frasi finali di The Ghost of Tom Joad, con una bellissima dedica. “Mamma, dove c’è un poliziotto che picchia un ragazzo, dove c’è un neonato che ha fame, dove c’è voglia di lottare contro l’odio ed il sangue, cercami mamma ed io sarò là. Dove c’è qualcuno che combatte per un posto in cui vivere, un lavoro dignitoso, un aiuto, dovunque qualcuno lotta per essere libero, guarda nei loro occhi mamma e vedrai me”. “Dove Pete è sempre stato”, aggiunge Springsteen. Dove Pete Seeger con la sua musica, il suo impegno e l’esempio di tutta una vita è davvero sempre stato.

Mom, wherever there’s a cop beatin’ a guy
Wherever a hungry newborn baby cries
Where there’s a fight ‘gainst the blood and hatred in the air
Look for me Mom I’ll be there
Wherever there’s somebody fightin’ for a place to stand
Or decent job or a helpin’ hand
Wherever somebody’s strugglin’ to be free
Look in their eyes Mom you’ll see me
WHERE PETE HAS ALWAYS BEEN

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Billy Bragg & Joe Henry, SHINE A LIGHT – di Ermanno Labianca

“Di stazione in stazione, e di porta in porta. Proprio come scrisse Fossati per Fiorella Mannoia. Treni a vapore, quelli evocati, altri treni, più moderni, quelli presi per girare l’America e la sua storia da Billy Bragg, da Essex, Inghilterra orientale, e da Joe Henry, americano di Charlotte, Carolina del Nord.”

Ermanno Labianca recensisce il bellissimo album di Billy Bragg e Joe Henry, continua a leggere su:
http://www.distorsioni.net/canali/dischi/shine-a-light

17 febbraio, Festa del Gatto

Una ninnananna del Lincolnshire – di Fabrizio Papotto

Era il 1973. Novembre, per essere esatti. Seconda media e una scarsissima capacità di avvicinarmi, nel passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, al misterioso mondo femminile.

Per il mio compleanno decido di fare una festa in casa, una di quelle dove si mettevano su i dischi lenti e si ballava rigorosamente alla lunghezza che le braccia consentivano, con le mani sui fianchi di lei, spostandosi di pochi centimetri lateralmente.

Le compagne di classe, già ampiamente sviluppate e soggetti di fantasie erotiche rudimentali (e chi ne sapeva niente di cosa si dovesse fare?), mi avevano regalato l’ultimo disco di Lucio Battisti, Il mio canto libero. Era la prima volta che mi avvicinavo con un certo interesse ad un long–playing perché, fino a quel momento, avevo ascoltato solo quelli che mio padre comprava e portava in casa, oltre ai 45 giri. Musica melodica (Claudio Villa su tutti), classica e lirica. Affascinanti senz’altro (avevo una fissa per le Quattro Stagioni di Vivaldi), ma non “mie”. E così, il romanticismo battistiano unito a suoni decisamente più contemporanei, ad una copertina che aveva un particolare significato con le sue decine di braccia nude alzate su sfondo bianco, mi spinsero con forza verso un nuovo mondo musicale e di costume, verso nuovi gusti più personali e meno di “seconda mano”. Ma non è del capolavoro di Battisti–Mogol che voglio parlare: quello fu solo un primo passo.

In quei giorni entrò in casa un altro disco e anche quello fu un nuovo imprinting. Mio fratello Sandro, di un anno più grande, che vantava amicizie molto più modaiole e più “scafate” rispetto alle mie, introdusse il suo primo disco prog: Fantasia Lindum degli Amazing Blondel.

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La chitarra classica – di Enza Sciotto

Lo strumento più antico ritrovato, simile ad una chitarra, ha 3500 anni, ed è stato scoperto nella tomba egizia di Har-Mose Sen-Mut. A sua volta le radici vanno trovate nel setar persiano (Iran) e nella citara. Il parente più diretto della moderna chitarra è da ricercare in quello strumento importato in Europa dagli arabi chiamato Car’tar (quattro corde), per quanto riguarda l’etimologia.
Si pensa che la chitarra di origine araba abbia subito notevoli mutamenti a contatto con strumenti già esistenti nel continente. Ma ci sono almeno tre strumenti che portarono alla nascita della chitarra : la Kuitra araba, chiamata anche chitarra morisca, con fondo curvo; la Fidicula latina con fondo piatto e la chitarra latina che rappresenta un po’ il connubio tra i primi due strumenti. La sua evoluzione, sia organologica che tecnica, ha attraversato tutti i secoli, con fasi di grande visibilità alternati a periodi di apparente oblio.
L’ Ottocento la vede finalmente grande protagonista, grazie a un gruppo di chitarristi-compositori (M. Giuliani, F. Sor, D. Aguado, L. Legnani, M. Carcassi, F. Carulli e tanti altri) che a essa dedicarono la loro esistenza, creando un repertorio di altissimo livello che ancora oggi costituisce buona parte dei brani che gli esecutori utilizzano nei loro concerti. Ma se nell’800 la scrittura chitarristica tocca livelli che nulla hanno da invidiare al repertorio di altri strumenti, è nel ‘900 che il linguaggio chitarristico si apre a linee armonico-melodiche che ne determinano i connotati moderni fino a sviluppare una scrittura che abbraccia i canoni del linguaggio contemporaneo.

Enza Sciotto
Docente Ordinario di chitarra classica
presso il conservatorio “P. I. Tchaikovsky” di Nocera Terinese (CZ)

Peter Hammill – Over – di Fabrizio Papotto

Ci sono dei dischi che possono essere tranquillamente identificati per intero con uno stato d’animo. Dischi che impersonificano la rabbia, la gioia, l’allegria.

Over di Peter Hammill è la malinconia fatta disco.

Peter Hammill è il cantante, frontman e principale compositore dei Van Der Graaf Generator, gruppo di punta del progressive rock inglese. Fin dagli esordi hanno manifestato una originalità fuori da ogni schema prefissato. Lontani dalle atmosfere barocche di Yes o Emerson, Lake & Palmer o dal romanticismo dei Genesis, così come dallo spirito di sperimentazione totale che permea ogni disco dei King Crimson, i Van Der Graaf Generator si fanno notare subito per alcune peculiarità che gli altri gruppi menzionati non hanno. Per prima cosa non hanno né un chitarrista né un bassista in formazione (perlomeno nella formazione “classica”) il che li rende veramente atipici nel panorama rock. Hanno un flautista/sassofonista (David Jackson) che, mediante l’uso di effetti elettronici e pedali vari, riesce a riempire il vuoto di un chitarrista solista. Hanno un organista (Hugh Banton) che riempie tutti gli spazi musicali possibili anche grazie ai pedali bassi dell’organo che sostituiscono degnamente un bassista di ruolo (anche se lo stesso Banton si cimenta talvolta al basso). Hanno un batterista (Guy Evans) che ha un drumming molto preciso e jazzato che fa da spina dorsale ai pezzi del gruppo, ma hanno soprattutto la voce e la personalità di Peter Hammill, un basso/baritono che riesce comunque a piazzare degli acuti tenorili impressionanti e che fa della drammaticità del canto e dei testi la sua caratteristica principale. Quando canta sembra sempre che “senta” quello che sta cantando, che si tratti di testi intimisti, oscuri o che riguardino la fantascienza. Inoltre Hammill si cimenta alla chitarra acustica e al pianoforte. Ma sarebbe riduttivo, in questo spazio, descrivere la musica del Generatore e l’importanza che esso ha avuto sia per la musica prog che per la musica in generale, considerando anche il fatto che i Van der Graaf sono considerati anche, sotto certi aspetti, come i precursori del punk e, comunque, esistono interi libri a loro dedicati.

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Perchè la colonna sonora de IL PADRINO non vinse l’Oscar – di Nicola Calocero

Proviamo ad andare indietro nel tempo ai primi mesi del 1973. Hollywood è in fermento per la cerimonia degli Oscar chiamata a premiare il miglior film del 1972. E’ un momento di passaggio storico epocale per il sobborgo californiano sinonimo di cinema. Il grande favorito della vigilia è Il Padrino dell’enfant terrible Francis Ford Coppola. Il giovane regista italo-americano, esponente di punta della nuova Hollywood, è chiamato come pioniere a far entrare la sua generazione dalla porta principale del grande cinema. Coppola è da sempre orgoglioso del sangue lucano che scorre nelle sue vene; forse per questo ha voluto che il suo film venisse orchestrato dal grande maestro italiano che aveva già raccontato con le sue profonde tonalità anche gli archetipi più ancestrali del mezzogiorno dei suoi avi in Rocco e i suoi fratelli di Visconti. Se pensiamo poi anche al sodalizio con Fellini, il maestro Rota (ha tra le altre cose insegnato al conservatorio di Bari persino a Riccardo Muti.. ) è il più grande compositore che la storia del nostro cinema abbia mai avuto, tracciando la colonna sonora della nostra età dell’oro. Con Coppola oltreoceano Rota ha finalmente l’occasione di raggiungere quella fama internazionale che merita. La musica del Padrino non tarda a diventare subito un classico. Ma c’è un problema.

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