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Me chiamm’ Liberato – di Emiliano Costagli

Tutti vorrebbero sapere chi è Liberato. Perché nessuno sa veramente chi è Liberato. Può essere uno, nessuno e centomila, di pirandelliana memoria.
Di lui, per ora, conosciamo solo la felpa con il cappuccio calato sulla testa e niente più. Perché è così appare nei suoi tre video diretti da Francesco Lettieri (Thegiornalisti, Emis Killa, Davide Petrella) e pubblicati solo sul canale you tube, già con milioni di visualizzazioni.
Non esiste un cd. Non esistono brani di Liberato venduti su iTunes. Sappiamo però che  Liberato è “un altro mistero napoletano. Non m’importa chi sia, ma da giorni mi inietto nei timpani come un tossico “Nove Maggio” e “Tu t’e scurdat’ ‘e me“.  Questo ha scritto di lui Saviano ed è verissimo.

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Damien Rice a Firenze, 28 luglio 2012 – di Fabrizio Papotto

Io e Armando non ci sentiamo spesso, ma l’amicizia che ci lega da quarant’anni va oltre il poco tempo che ci dedichiamo a vicenda. Quando sento squillare il cellulare e vedo sul display il suo numero di telefono mi domando se sia successo qualcosa o se ha semplicemente voglia di chiacchierare. Pronto?”. “Indovina chi c’è il 28 luglio a Firenze?” Mi dice tutto eccitato. Mi passano davanti infinite possibilità, poi mi arrendo: “Chi?”. “C’è Damien Rice. Si va!” Non è una domanda, è un imperativo. “Ok. Guardo i turni di lavoro, ma in qualche modo mi libero”. “Ciao, ci sentiamo”. Procediamo immediatamente all’acquisto del biglietto.
Damien Rice è un cantautore irlandese con una carriera musicale atipica. Ha inciso il suo primo disco dal semplice titolo “O” nel 2002 accolto dalla critica come un capolavoro, aspettando ben quattro anni per il suo secondo disco dal titolo altrettanto semplice: “9”.
Da O è stata tratta la sua prima hit, Delicate, così come altre canzoni come Cannonball o The blower’s daughter rese famose da serie televisive di culto come Lost, E.R., Dawson Creek, Dr. House e altre. La stessa The blower’s daughter verrà inserita nella colonna sonora del film The closer di Mike Nichols e nel film Il caimano di Nanni Moretti. Ma non è questo che rende Damien Rice un personaggio particolare nonché un musicista sensibile e talentuoso. È l’intensità con la quale canta i suoi brani struggenti che colpisce dritto le corde più sensibili.

È un cantautore tormentato, l’antidivo per eccellenza, che rifugge la notorietà parlando solo attraverso le sue canzoni. Prima di incidere O ha passato addirittura un anno in Toscana, a Pontassieve, facendo l’agricoltore. Si dice anche che sia un perfezionista. I critici lo definiscono un cantautore a metà strada tra Nick Drake e Jeff Buckley, ma personalmente mi ricorda molto di più il Don McLean di Vincent (Starry, starry night). Sicuramente Jeff Buckley è una sua fonte di ispirazione, non fosse altro che, ad ogni concerto, Damien Rice si esibisce in una cover di Hallelujah di Leonard Cohen, ma nella versione di Buckley. E gli stessi versi di Delicate “And why do you sing Hallelujah if it means nothing to you?” sembrerebbero messi lì a dimostrarlo.

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La copertina più bella di sempre (e la citazione che rese il remake Vanilla sky forse più bello anche dell’originale) – di Nicola Calocero

Uno degli elementi che si è rivelato fondamentale per far tornare di moda il vinile riguarda la bellezza delle copertine dei 33 giri. Una forza che non potevano avere le piccole locandine dei CD inscatolate all’epoca della prima generazione digitale e che ci appare quasi come un elemento legato ad un mondo lontano, visto che oggi la musica ha perso il supporto e di riflesso anche un concetto lineare legato all’album.

Una delle copertine più belle di sempre è senza dubbio la copertina del secondo album di Bob Dylan, THE FREEWHEELIN’. La locandina fu scattata nel febbraio del 1963 e ritrae il futuro premio Nobel in affettuosa posa con la sua compagna dell’epoca, la studentessa ventenne Suze Rotolo, sullo sfondo di uno scorcio innevato del West Village di New York, il quartiere dove all’epoca viveva la giovane coppia. E proprio nell’appartamento doveva svolgersi il reportage del fotografo Don Hunstein, l’autore del fortunato scatto che ci ha lasciato lo scorso mese di marzo ad 88 anni dopo una dolorosa e faticosa lotta contro il morbo di Alzheimer. Ma la luce degli interni non soddisfaceva l’allora inviato della CBS e lo shooting si trasferì allora in esterno. Il contrasto della luce diffusa dello sfondo con il riflesso del bianco della neve, la posa plastica ed elegante delle figure incastonate nella geometria dei palazzi, l’uso soffuso dei colori e la straordinaria capacità di fissare un momento universale -colto qui come specchio preciso di un’epoca- hanno fatto da sempre la fortuna di questa copertina.

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David Gilmour in concerto – di Dany Mugnaini

I mesi di luglio ed agosto si caratterizzano, come da sempre ormai, per il proliferare di eventi musicali dal vivo di numerosi artisti che percorrono in lungo e in largo l’Europa (e non solo) allestendo i propri show. L’Italia, in questo campo, non fa certo eccezione, avendo visto avvicendarsi sui vari palchi numerosi nomi di rilievo nel panorama musicale.
Tra questi ha spiccato la recente apparizione di uno dei mostri sacri del Rock e della musica in generale, il chitarrista David Gilmour che, con ben sei date in giro per la penisola, ha portato in scena il proprio Rattle that lock tour, spettacolo incentrato sul proprio ultimo album, da cui lo stesso tour prende appunto il nome. Le date italiane hanno visto come protagoniste location estremamente suggestive quali, nell’ordine, il Circo Massimo di Roma, l’anfiteatro degli scavi archeologici di Pompei e l’Arena Verona, a similitudine dei, chiostri, castelli o anfiteatri scelti per le altre date in Europa.
La scaletta seguita nelle varie occasioni è stata piuttosto stabile, con poche variazioni e con le performance equamente distribuite tra brani ideati come solista ed altri facenti parte del repertorio storico dei Pink Floyd, dei quali il chitarrista di Cambridge ha fatto parte dal 1968 al 1996.
Come sempre, a farla da padrone è stato l’ormai famoso schermo circolare, contornato da innumerevoli faretti e sul quale venivano proiettati gli psichedelici ed affascinanti fasci di luce, accompagnati da video ed immagini del concerto. Il risultato, per quanto atteso da chi già ha vissuto in passato le performance live di Gilmour e del Pink Floyd, è comunque sempre stupefacente. Agli effetti ottici e luminosi perfettamente integrati con la musica tali da sembrarne parte integrante ed imprescindibile, si unisce una pulizia ed una definizione del suono inarrivabile. Sebbene i volumi potessero sembrare elevati, il livello non è mai stato fastidioso ed è sempre emerso ogni dettaglio dei vari strumenti di volta in volta susseguitisi sul palco. Dal canto suo, Gilmour è parso in grande forma, con un crescendo di partecipazione tra lui ed il resto della band nonché con il pubblico che è parso più che evidente ad ogni data.

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L’intera storia di Planet Rock – di Eliseno Sposato

Il 4 novembre del 1991 alle ore 21.00 Radio Rai mandava in onda per la prima volta, Planet Rock, un programma musicale destinato a segnare un epoca e che ha rappresentato una vera e propria rivoluzione culturale. A Planet Rock sono legato in maniera viscerale perché quel programma mi ha visto protagonista nelle vesti di ascoltatore e non solo, come leggerete di seguito, ma anche perché mi ha dato l’opportunità di cimentarmi davanti al microfono, come conduttore in una sola occasione e svariate volte come ospite, prima di diventare a mia volta un professionista della radio nella mia città natale. Planet Rock mi ha dato l’occasione di trasformare la passione in lavoro, mi ha fatto diventare, mio malgrado, un personaggio e, soprattutto, mi fa fatto stringere solidi rapporti di amicizia con i suoi conduttori, con Rupert in particolare, e con tanti ascoltatori che trascorrevano le serate ad ascoltare la radio invece che guardare la tv. Erano anni in cui si comunicava tramite lettere, cartoline, fax. Non esistevano ne’ internet ne’ i social media, ma si creò lo stesso una grande comunità. Quella che segue è la storia ragionata di quella epopea entrata nel mito perché riuscì ad abbattere gli steccati di genere presenti nella musica, aprendo un mondo musicale sconfinato, per migliaia di giovani che non volevano uniformarsi al “sentire” comune, cosa che ahimè oggi non esiste più. Tracce di Planet Rock si possono ascoltare nel sito dedicato dalle teche Rai. Buon ascolto e buona lettura.

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Planet Rock, una estate di tanti anni fa ed il potere salvifico della musica – di Luisa Trudy

La musica come condivisione, come affinità elettiva, come approfondimento, come scoperta. Le note della radio, le cuffie, la luce della luna, una gatta accoccolata vicino ed una estate caldissima e strana. Ed improvvisamente non sentirsi più soli, capire che le tue emozioni erano condivise da migliaia di ascoltatori sparsi per tutta la penisola, che non esisteva solo quella musica, quella che dovevi ascoltare per conformarti ad una maggioranza apparentemente meno confusa. Quella che avrebbe voluto importi come vestire, cosa leggere, cosa fare. In un’epoca senza rete, senza social, in una cittadina di provincia era facile sentirsi soli. Era difficile trovare chi potesse capire quelle righe, scritte e sottolineate fino a consumare la pagina di ogni diario, quelle ore passate con gli auricolari ed il dito sul tasto pause per capire tutte quelle frasi pronunciate in uno slang che dovevi per forza riuscire a trascrivere, quegli articoli di giornale ritagliati e conservati gelosamente, che raccontavano di concerti cui non avresti mai assistito. La voce di Bruce Springsteen mi ha fatto compagnia sin da allora, colonna sonora di ogni fragilità, infuso rinvigorente, medicina perfetta per le giornate buie. Avevo vinto, anche grazie a lui.
Poi è arrivata Planet Rock, appunto, per caso. Ed ogni sera di quella folle estate mi faceva compagnia fino a mezzanotte. Conduttori fantastici che oltre ad intrattenere erano capaci di farti innamorare di generi musicali nuovi. Blues, hard rock, metal, rap. Ogni volta in mille modi diversi, con mille parole diverse, con mille suoni diversi. Erano i tempi in cui ascoltavi con la cassetta inserita nello stereo, pronta a registrare un po’ di magia. Arrivarono Robben Ford, Page&Plant, i classici del blues, tutte le sfumature del rock. Magia si aggiungeva a magia. Springsteen rimaneva (e rimane) sempre al top, ma cominciai a scoprire altro. Quante cose ho imparato! Quei conduttori che vorrei ringraziare ancora, uno per uno, Marco Basso, Mixo ed Alberto Campo, mi avevano aperto un mondo. Non potevo partecipare ai raduni, ma potevo tenermi stretta la maglietta, storica, e tutte le serate trascorse in ottima compagnia. Per la prima ed unica volta della mia vita presi carta e penna per scrivere ad uno sconosciuto, Marco, per approfondire, per avere altri suggerimenti: cosa ascoltare, quali giornali musicali leggere. Una università della musica.
Planet Rock, che io avevo scoperto nella sua ultima edizione, chiuse i battenti ed io rimasi con tante cassette da riascoltare e con un gran vuoto da colmare. Ma quella ricerca di bellezza ed emozione non è mai terminata. Ho ritrovato me stessa nel rock, nel blues, nel folk americano, di cui sono innamorata (Pete Seeger in primis), nel gospel, nelle voci e negli intenti di chi mi ricorda ogni giorno che la musica serve per sopravvivere, per denunciare, per esserci anche nelle difficoltà della vita. Non credo (ed ascolto molto meno) in quella musica che racconta solo se stessa, che serve unicamente per intrattenere. Negli esercizi di stile. Le riconosco la funzione di alleggerire, ma non riesce ad appassionarmi. Ho bisogno di leggere, attraverso le note e la vita, l’impegno degli artisti per cambiare il mondo, la loro testimonianza, il loro impegno civile. Ho bisogno di ritrovare una parte di me stessa, in ciascuno di loro.

Qui potete trovare un po’ storia di Planet Rock e diversi podcast da riascoltare

La pagina FB di Planet Rock

Is there anybody alive out there?

Radio Nowhere è un progetto, una scommessa, un luogo virtuale che racconterà di note ed emozioni, un luogo che si farà anche reale, perchè la musica deve vivere e respirare al di là della Rete.
Non siamo un’associazione e nemmeno aspiriamo a diventarlo. Siamo solo un gruppo di amici legati dalla passione per la musica, gente che la vive con la testa, con il cuore e con la pancia, senza dover avere necessariamente uno strumento in mano. Quella musica che è fatta per comunicare, per emozionare, per avvicinare, per innamorarsi, per piangere, per trovare quella spinta o quella consolazione che altrove sembra non arrivare mai.
Non esiste un genere che sia migliore di un altro: esiste quello che ti arriva fin sotto la pelle e ti marchia indelebile. Quello che rimane per tutta una vita o quello che ti fa compagnia per una stagione e poi se ne va, lasciandoti un ricordo. La nostra idea è provare a raccontare tutto questo, scrivendone ed organizzando eventi ed iniziative in cui poterci incontrare per condividere questa magia.

Radio Nowhere perchè là fuori è un deserto e noi vogliamo ritrovare il ritmo, vogliamo mille chitarre, batterie che rullano, milioni di voci differenti che parlino lingue diverse. Questa è radio Nowhere, c’è qualcuno là fuori?

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