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IGGY POP - EVERY LOSER

Io non sono in grado di fare le recensioni degli album appena usciti. Ho bisogno di macinare i solchi, passare ad ascoltare a altro e poi tornarci a mente fredda. Mi è capitato - non di rado - negli anni di aver battezzato come capolavori a caldo album che in seguito, col succedersi degli ascolti e delle settimane, finivano per sgonfiarsi o, al contrario, di aver considerato discreti o buoni dischi che invece nel tempo crescevano fino a elevarsi a livelli altissimi. Questo articolo è quindi una non-recensione, una prima impressione densa di divagazioni sul nuovo album di Iggy Pop, Every Loser.

Uno dei lavori che non ti stendono al primo ascolto, ma che crescono nel tempo a cui mi riferivo poco sopra, per me è stato proprio il suo Post Pop Depression del 2016. Ha messo insieme un po' di musicisti anni '90 capeggiati da Josh Homme (che peraltro non si trovava al Bataclan coi suoi Eagles of Death Metal nel triste giorno degli attentati terroristici a Parigi del 2015 proprio perché intento a lavorare con l'Iguana) e ha creato una serie di canzoni che sembrano il naturale proseguo dei due album realizzati assieme a David Bowie a Berlino, The Idiot e Lust For Life di trent'anni prima; non a caso nel successivo tour venivano eseguiti il nuovo lavoro e i due dischi di cui sopra quasi interamente in una setlist molto mirata in cui, per la prima e unica volta, non compariva nessun pezzo degli Stooges.

Iggy Pop è da tempo una leggenda, ma non tramontata o "pensionata" a cui i ragazzini col pezzo entrato nella playlist giusta rendono omaggio con la cover di rito, bensì uno in grado, alla faccia delle 75 candeline già spente, di donare ancora qualcosa al mondo della musica. E così nel 2019 il trombettista jazz Leron Thomas e la chitarrista Noveller bussavano alla sua porta dicendogli: "Senti, noi abbiamo scritto quest'album che sarebbe perfetto per te? Ti va di cantarlo?"; Mr. James Osterberg (vero nome di Iggy) ci mise il proprio tocco e Free fu un buon lavoro in cui si dimostrò capace di districarsi in spazi sonori alternativi (certe sonorità rimandavano all'ultimo album di David Bowie, Blackstar).

Capitava anche vent'anni fa che i ragazzini rendessero omaggio allo zio quando nel suo album Skull Ring del 2003, ricordato soprattutto perché contiene le prime canzoni inedite degli Stooges dal 1973, figuravano tra gli ospiti Green Day, Sum 41 e Peaches.

Proprio questo status di leggenda spinge tutti a voler suonare con Iggy un po' per riconoscenza, ma soprattutto perché in ambito musicale dà lustro collaborare con uno che ha inventato il punk sette anni prima del punk e ti legittima a rocker nell'ambiente, che è un po' il motivo per cui i Maneskin, all'epoca primi o secondi per ascolti mondiali, hanno ingaggiato Iggy (che per successo commerciale li osservava da lontano col binocolo) per cantare la loro I Wanna Be Your Slave: con quella mossa si è chiusa la diatriba se la band italiana fosse o meno rock. Game, set, match.

Nel nuovo Every Loser il produttore e chitarrista Andrew Watt gioca un ruolo cruciale co-firmando tutte le canzoni ma, oltre a lui, figurano nell'elenco dei musicisti l'ex bassista dei Guns'n Roses, Duff McKagan, Eric Avery e Dave Navarro dei Jane's Addiction, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers e Josh Klinghoffer anche lui ex Red Hot, Travis Barker dei Blink-182 e Taylor Hawkins batterista dei Foo Fighters deceduto l'anno scorso.

Iggy Pop è uno che ha sempre dato il meglio quando ha scritto canzoni assieme a musicisti all'altezza in gradi di fornirgli spunti e riscontri e proprio questo cast di guest star (di nicchia) riesce a risvegliare in lui una vena creativa smagliante. Sono lontani i tempi dell'album intimista Preliminaires del 2009 in cui l'Iguana dichiarava che non avrebbe più realizzato dischi rock perché stava invecchiando o l'intento di svernare in Paraguay decantato dalla voce narrante nella straordinaria canzone conclusiva di Post Pop Depression. Iggy è più vitale che mai e nei pezzi tirati dell'album dimostra la freschezza di un individuo con un terzo dei suoi anni (vale a dire cinquanta in meno), mentre in quelli più introspettivi sfoggia la sensuale voce matura e trasuda carisma e sensualità.

In questo alternarsi di sonorità e ritmi colpisce che non ci sia un riempitivo, una canzone su cui vien voglia di premere il tasto skip, sempre che siate come me dei dinosauri che ascoltano ancora gli album per intero.

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