IL CINEMA È MORTO, VIVA IL CINEMA!

La sala cinematografica ha perso. Ha perso film e persone. Ha perso voci, mais e smorfie. E chi ci va più, ormai, nella sala cinematografica (aggettivo che, per gli amici della Biennale Cinema, è diventato oramai l’emozionato “cinematorografica” di Cate Blanchett che, nel 2021, Presidentessa di Giuria, chiude la 77esima Mostra del Cinema di Venezia accanto a una raggiante Anna Foglietta…gran bel momento).

Netflix, Amazon Prime, Disney +, Apple TV, Now TV stanno combattendo fin troppo bene, senza colpi bassi. Non si può rimproverare niente alle grandi piattaforme streaming.

Certo, i costi dei piani di abbonamento aumentano, c’è l’imminente tentativo di inserire l’odiosa pubblicità nei servizi streaming (non ci si accontenta mai), il binge watching imperversa e miete vittime, i cliffhanger delle serie TV stanno diventando troppi e insensati, ma non sono qui per fare le veci del Moretti nazionale.

I servizi streaming hanno capito qualcosa di molto semplice: la pigrizia delle persone. E il fatto che si sceglie di risparmiare, perché si vuole costruire altro.

Perché spendere 9 euro per guardare un film che, in fondo, sarà fruibile tra qualche tempo in televisione?

Eppure questa penna qui, che oggi sembra ai miei stessi occhi particolarmente polemica (a inacidirmi devono essere stati l’amaro in bocca e la profonda tristezza del finale di La La Land, rivisto ieri con un’amica… okay, va bene, sapevo già come andava a finire, però ragazzi, ammettiamo che è sempre un colpo al cuore), vuole raccontarvi un fatto (immaginatevi in sottofondo un “taaa taaan” epico, tratto dalla Quinta Sinfonia op. 67 in Do minore di L. van Beethoven). Perché c’è qualcosa di magico, in quello che ho visto. Qualcosa di estremamente umano, così fragile da far paura.

Faccio la maschera nel cinema della mia città, e spesso sono anche alla cassa, a servire popcorn o a fare biglietti.

Quel giorno sono alla biglietteria. È il pomeriggio di una domenica inquieta, le persone hanno fatto la fila per La stranezza, Black Adam e Il talento di Mr. Crocodile. Vecchi e bambini che nutrono l’arte.

Nella quiete di una delle tante pause prima delle tempeste (i ritmi del cinema sono quelli di una montagna russa, con grandi pause prima di frenetiche discese), si avvicina una famiglia, papà, mamma e figlia piccola. La bambina stringe il lembo della giacca della madre, e solo in quel momento mi accorgo che la donna è cieca, il bastone accarezza la moquette colorata, mentre la figlia un po’ saltella, un po’ ride. Il padre guarda entrambe, e protegge.

Il talento di Mr. Crocodile è il film che scelgono. Anzi, la bambina lo sceglie, ed è così entusiasta che a momenti non ricorda nemmeno il titolo.

La madre, piano, le chiede: “Sei sicura che ti possa piacere?”

Quella bambina con i capelli biondi non ha dubbi. Prendono tre biglietti. La bambina, a voce un po’ più alta, quasi rivolta agli altri, dichiara: “Non preoccuparti mamma, poi mentre lo guardiamo te lo racconto io”.

È una promessa. Una dichiarazione d’amore. Penso alle canzoni di Il talento di Mr. Crocodile (composte dagli stessi autori di The Greatest Showman, perciò imperdibili), e spero che Paolo e Andrea, i due proiezionisti del cinema, alzino il volume per quello spettacolo. Perché quella famiglia si merita un po’ più di rumore.

Il cinema racconta storie. Storie che si espandono e si potenziano quando finiscono nelle sale cinematografiche.

Si va al cinema per condividere. Si va al cinema per ricordarsi che non si è soli.

Si va al cinema perché c’è uno schermo grandissimo da cui escono racconti pazzeschi. Si va al cinema per l’odore dei popcorn, per il velluto delle poltrone.

Quella figlia saltellante, quella bambina entusiasta, mi ha ricordato ancora una volta ciò che conta.

Io non penso che riusciremo davvero a rinunciare alla sala cinematografica.

In realtà non siamo pronti ad abbandonarla, ad arrenderci al fatto che i nostri occhi non incontreranno più i poster appesi, che non troveremo più biglietti accartocciati sul fondo delle borse o nelle tasche dei giubbotti. Pensiamo di farcela, ma non è così.

Pensiamo di poterci accontentare delle piattaforme streaming. Non è vero. Sono le amanti giovani, seducenti, convenienti. Non sono casa. E anche loro invecchiano.

Allora andiamo al cinema, non abbandoniamolo. Il cinema muore per rinascere. Andiamo al cinema ora, un martedì in cui i film sono a 3 euro. Andiamo al cinema quando fuori piove.

Andiamo al cinema con qualcuno, per sussurrargli all’orecchio che il film che stiamo guardando non ci piace. Sì, andiamo al cinema per incazzarci con il regista che ha voluto fare un film troppo metaforico solo per mostrare chi ce l’ha più lungo (sì, Alejandro González Iñárritu ce l’ho proprio con te e con il tuo Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades. E sì, sono anche invidiosa del tuo talento).

Inveiamo contro quell’attore monoespressivo che tuttavia viene pagato uno sproposito. Andiamo al cinema a vedere i film italiani per lamentarci dei film italiani. Inseguiamo gli All stars movies americani solo perché speriamo ancora che gli USA riescano a fare le commedie di un tempo. E magari ridiamoci pure su.

Ma non dimentichiamoci della sala cinematografica, della Settima Arte, che è in grado di potenziare le nostre esistenze, che è l’amica che c’è sempre.

È Marcello Mastroianni che balla la rumba e dice: “Pensami quando puoi” in Una giornata particolare. È Cate Blanchett che indossa una corona in Elizabeth, o lei distrutta dalla guerra contro sé stessa, seduta su una panchina, in Blue Jasmine.

È Robin Williams che avverte Matt Damon che la vita vera implica sacrificio e coraggio, e allora gli sussurra: “A te la mossa, capo” in Good Will Hunting.

È Renée Zellweger che implora il pubblico: “Io vi amo tutti. Non mi dimenticherete, vero?” in Judy. È Yorgos Lanthimos. È la madre e il figlio, e allora è Anna Foglietta e Giampiero De Concilio in Un giorno all’improvviso, Sophia Loren in La ciociara, Anna Magnani in Mamma Roma, il dialogo tra Xavier Dolan e Anne Dorval in J’ai tué ma mère: “Che cosa faresti se morissi oggi?” “Morirei domani”. È Alfonso Cuarón. È Marilyn Monroe che canta: “I wanna be loved by you” in Some like it hot. È Roma, e Cinecittà. È Denis Villeneuve che dirige Jake Gyllenhaal in Enemy.

È George McKay che corre in 1917, e Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi che corrono in La pazza gioia. È Hugh Grant che si innamora di Julia Roberts in Notting Hill e Joaquin Phoenix che si innamora in Her. È Gene Kelly e la sua pioggia in Singing in the rain. È Vittorio De Sica e Vittorio Gassman. È Stefano Cucchi in Sulla mia pelle. È la banana di Johnny Stecchino.

È gli sguardi, e quindi il bandito di The Great Train Robbery, Elio Germano in Volevo nascondermi, il fermo fotogramma di Jean Pierre Léaud in Les Quatre Cents Coups, e sì, anche Giovanna Mezzogiorno in Vincere. È i carabinieri e i feriti di Diaz.

È il coraggio di amare ed essere, come Hilary Swank in Boys don’t cry, o gli amanti di Doctor Zhivago, e ciò che ne rimane, forse la pianta di Léon.

La Settima Arte non è i premi, i riflettori, eppure è il ricordo di una vittoria: è Roberto Benigni agli Academy Awards del 1999, che dopo essere salito sulle poltroncine e aver gridato di gioia, conclude il discorso di ringraziamento rivolgendosi a Nicoletta Braschi: “So, it’s always a question of love”. E allora io, cinema, per te mi alzo. E ti dico: grazie.


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