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Rapacità:indagine su un gioiello incrinato

Rapacità è una pietra miliare della storia del cinema.

In alcune profondità della terra la pietra presenta venature dorate.

Mi diverte pensare questo scenario: Erich Von Stronheim pesca nei fiumi della California, non troppo lontano dagli studi di Hollywood, tra i ciottoli, una pepita di peso ingente.

L’Illuminazione per scrivere la sceneggiatura deve essere giunta non da uno ma dai cento riflessi del sole che fulgono dalla pepita al suo occhio spalancato.

Nella sua mano l’oro deve essere sembrato un sole sporco e sgraziato, il suo braccio secco un ramoscello irto di nervi spinosi. L’oro non brilla di luce propria ma trema di freddi bagliori metallici quando posa sulla mano dell’uomo.

Stronheim proietta sullo schermo una storia di avidità.


scena dal film rapacità 1924

Attorno alla caccia all’oro sono ruotati nomi come Jack London e tra i cineasti quali Charlie Chaplin, Howard Hawks e John Houston. Il film è stato distribuito nel 1924 e anticipa i cineasti sopra citati.

Sono state prodotte nel corso degli anni diverse versioni di lunghezza diversa, l’originale contava 462 minuti. La versione commentata, che è anche quella più diffusa oggi, è della durata di 108 minuti.

E’ un film mutilato, una creatura sfigurata. Agli occhi dell’autore probabilmente irriconoscibile.

Nel 1999 è stata restaurata la pellicola nella durata di quattro ore e venti. Le vicissitudini produttive e di distribuzione hanno mostrato la rapacità degli studi di Hollywood che si sono scontrati violentemente con la volontà del regista oltre la soglia del compromesso. Nonostante questo, anche nella versione da 108 minuti si assiste ad una poetica esplorazione delle acque torbide dello spirito.

Difatti si partecipa con il peso del proprio vissuto ad una ballata dell’orrore, un girotondo di destini incatenati alla medesima traiettoria circolare.

L’oro è il centro del tempio venerato dai sacerdoti dell’avere.


scena dal film rapacità 1924

Custode dell’essere è Mac, un omone che salva un pettirosso ferito lungo i binari su cui viaggiano le ricchezze che fuoriescono dalla miniera.

Mac porta con sé il pettirosso in gabbia a San Francisco, dove opera in qualità di dentista, non più estrattore d’oro ma di denti.

Mac conosce Trina, sua paziente e fidanzata di Marco. Mac si innamora di Trina e, infine, superando binari obliqui, strade sbarrate e invisibili pudori i due si incontrano al limitare di un molo bianco dove Mac suona una fisarmonica. E’ la danza contorta e sensuale del mantice che unisce e separa le grandi mani di Mac.

La musica prodotta nel mantice è esattamente nelle sue mani, quello è il suo amore, quella musica è Trina. Si sposano grazie alla vincita alla lotteria e, da questo momento, è la parabola dell’avidità a intrecciare le vite di Mac, Trina e Marco.

Il pettirosso è simbolo dell’essere separato dall’avere. Solo una volta che è in gabbia, esso la possiede ed è posseduto da essa. Indugia a lungo nella gabbia, tanto da considerarla l’unica condizione possibile in cui vivere.

Il suo vero mondo, il mondo dell’essere, è la libertà.

La gabbia è la mano che stringe le monete; è la casa dalle pareti spoglie di sentimenti, è il deserto, la distesa dorata ovunque governata dalla violenza del sole e dalla siccità. Qui la ripresa diretta del sole illumina i nostri occhi di spettatori.

Possediamo il sole, osservandolo nel suo splendore.

Ingabbia tutti noi in quella visione su cui è impossibile indugiare senza accecarsi

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