“Suonaci un ricordo”: perché “Piano Man” continua a parlare alla nostra nostalgia
- Chiara Iannaccone

- 2 mag
- Tempo di lettura: 4 min
John il barista che avrebbe potuto diventare una stella del cinema, Paul l'agente immobiliare che nel tempo libero si dedica alla scrittura, Davy che probabilmente resterà in Marina per tutta la vita, la cameriera che intrattiene relazioni come se fosse un diplomatico, gli avventori in cerca di evasione dalle proprie vite… E naturalmente Bill il pianista, la figura sullo sfondo, ma anche colui che narra la storia, il collante emotivo tra tutti i personaggi e la persona alla quale si rivolgono nel tentativo di dimenticare i loro problemi per qualche minuto. Il tempo di una canzone.
Anche quella che li ha fotografati per sempre è una canzone di Bill, al secolo William Martin Joel, musicista newyorkese alle prime armi che, dopo aver pubblicato un album di scarso successo, si era trasferito a Los Angeles dove si esibiva al "The Executive Room", un piano bar situato al 3953 di Wilshire Boulevard. Era il 1972 e lui aveva ventidue anni, una compagna con un figlio di cinque avuto da una precedente relazione e problemi contrattuali con la sua etichetta discografica, che lo avevano portato a utilizzare lo pseudonimo di Bill Martin, il suo secondo nome.
Furono solo sei mesi, eppure gli furono sufficienti per tracciare i ritratti dei frequentatori del locale: non a delinearli con precisione, ma ad abbozzarli mantenendo incerti i contorni dei loro volti, come a lasciarli confondere tra le luci basse e il fumo di sigaretta. Quello riprodotto perfettamente era il tormento interiore e l’inquietudine dei gesti quotidiani compiuti in un luogo che non era quello in cui avrebbero voluto essere, ma che forse era l’unico dove poter accarezzare l’idea di un altrove, ciascuno a modo proprio. “Play us a song” gli chiedevano; non una richiesta musicale, ma una domanda più profonda “Raccontaci qualcosa. Dicci di più su di noi. Donaci una forma, anche temporanea.” E lui rispondeva, ma non con parole. Del resto, lui era il Piano Man.
Il brano con cui Billy Joel racconta un qualunque sabato sera al "The Executive Room" uscì nel 1973 proprio con il titolo “Piano Man” come primo singolo dell’omonimo album ed è ancora considerato uno dei suoi brani distintivi. Se le strofe delineano i protagonisti della storia, il ritornello diventa un canto collettivo, nel quale sono loro stessi a domandare al "Piano Man" di suonare un pezzo che possa aiutarli a dimenticare la loro solitudine. Lui li accontenta con una ballata che è quasi un valzer, in cui a dettare il ritmo della narrazione non può che essere il pianoforte e che viene attraversata da elementi capaci di renderla ancora più folk, come l’armonica. Il suo andamento è quasi errante, oscillante, come se tornasse sempre su sé stesso in un modo molto simile alle serate in Wilshire Boulevard: tutte uguali, ripetute, sospese, narrate con naturalezza quasi parlata da una voce che non cerca virtuosismi, ma riesce a catturare l'essenza umana, in equilibrio tra movimento e immobilità.
Ciascuno vede gli avventori del locale attraverso il proprio immaginario, eppure qualcosa in più di loro, nel corso degli anni, lo abbiamo saputo proprio dai racconti di Joel. A John il barista piaceva intrattenere i clienti con storielle e barzellette e a volte non si faceva pagare le consumazioni, Paul raccontava spesso che era alle prese con la stesura del Grande Romanzo Americano e Billy, che nel testo lo definisce “romanziere immobiliare", pensava che non lo avrebbe mai terminato proprio perché era sempre al bar. Di Davy il marinaio si conosce il nome completo: era David Heintz, Billy lo aveva conosciuto in un bar spagnolo ed effettivamente rimase arruolato fino alla morte per Sla, avvenuta nel 2003; ed è ben nota anche l'identità della cameriera, cioè la compagna dell’artista Elizabeth Weber, che proprio l’anno di uscita dell’album diventò sua moglie e dalla quale divorziò nel 1982.
Tra il tintinnio dei loro bicchieri, le loro confidenze che ormai da tempo avevano smesso di essere riservate e le loro richieste al pianista di riempire i loro silenzi, il "The Executive Room" diventava ogni sera il rifugio provvisorio di nostalgie, rimpianti e fughe soltanto immaginate. C’era in quelle serate qualcosa di arrendevole e ostinato insieme: dei sogni tenuti in vita più per abitudine che per speranza, un’umanità disillusa che continuava comunque ad aspettare, un sentimento semplice e universale, una ricerca che riusciva a trovare il suo senso grazie alla musica del Piano Man.
William Martin Joel, conosciuto nella Los Angeles dei primi anni ‘70 come Bill Martin e oggi universalmente come Billy Joel, ha più volte dichiarato

che all’epoca era rimasto sorpreso del fatto che un brano in 6/8, abbastanza lungo e un po’ deprimente potesse diventare addirittura title track di un album. Ma “Piano Man” è andata anche oltre, tanto che nel 2016 la Library of Congress l'ha selezionata tra le 25 registrazioni degne di essere inserite quell’anno nel National Recording Registry per il suo significato culturale, storico e artistico e per il suo status di canzone simbolo dell'artista.
Forse è proprio questo il significato di quella richiesta “Suonaci un ricordo”, che è stata capace di attraversare il tempo: non tanto il desiderio di ascoltare ancora una volta la stessa melodia, ma quello che qualcuno ci restituisca, per il brevissimo tempo di un ritornello, un luogo che sembra non essere mai esistito davvero. E forse è proprio lì che quel pianoforte continua a suonare: nel punto esatto in cui un locale fumoso e la nostra playlist smettono di distinguersi e, per una manciata di minuti, riusciamo a intravedere di nuovo un’idea di noi che abbiamo lasciato indietro, ma continua a vivere, ostinata, dentro la memoria.

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