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Lee Miller: la donna dai mille volti

Racchiudere l’essenza di Lee Miller è impossibile: modella, musa, designer, fotografa e reporter di guerra, tutto in un’unica vita.

Elizabeth Miller, detta Lee, nasce a Poughkeepsie nel 1907, figlia di Theodore Miller, ingegnere di origine tedesca e di Florence Miller, di origini scozzesi, irlandesi e canadesi i quali la crescono insieme ai suoi due fratelli maggiori. All’età di soli sette anni subisce una violenza sessuale mentre si trovava a Brooklyn con la famiglia, un'esperienza traumatica che lascia segni indelebili sulla sua pelle. Non è chiaro chi sia stato l’autore della violenza; circolarono molte voci a riguardo: un marinaio, un parente o addirittura lo stesso padre.

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Quest'ultima ipotesi è smentita dal figlio di Lee Miller, ma da quello stesso anno il padre Theodore inizia a ritrarre la figlia nuda nelle sue fotografie.

Nel 1925 Miller frequenta l’École nationale supérieure des beaux-arts e nel 1926 si iscrive alla Art Students League di New York, dove studia scenografia e illuminazione di scena.

Nello stesso anno, mentre cammina per le strade di Manhattan, rischia di essere investita da un'auto. Quella sera viene salvata da un uomo che le cambia la vita: Condé Nast, editore di Vogue e Vanity Fair, che rimane folgorato dalla sua bellezza e le offre un lavoro come fotomodella.

Nel marzo del 1927 esce la prima copertina di Lee Miller su Vogue e negli anni successivi diventa una delle modelle più ricercate di New York. Viene ritratta da fotografi come Edward Steichen, Arnold Genthe e Nicolas Muray.

In Lee Miller, però, mentre diventa sempre più un oggetto da osservare e ritrarre, nasce il desiderio di essere lei l’osservatrice, di ribaltare il punto di vista. Nel 1928 una sua fotografia viene utilizzata per una pubblicità di assorbenti, scatenando uno scandalo così grande da porre fine alla sua carriera di modella.

Nel 1929 si trasferisce a Parigi per conseguire un apprendistato presso lo studio del fotografo surrealista Man Ray. Lee non diventa solo modella e collaboratrice del fotografo, ma anche musa e amante.

Nel 1930 Man Ray allestisce a Parigi uno studio fotografico, ricevendo spesso commissioni da stilisti del calibro di Schiaparelli e Coco Chanel. Molti dei lavori realizzati sono attribuiti a Ray, ma dietro l’obiettivo c’è proprio Lee Miller.

Con Miller che Man Ray si avvicina e sperimenta il processo di solarizzazione, un'inversione tonale che si manifesta durante lo sviluppo di materiale sensibile sovraesposto.

Sempre più vicina al movimento surrealista, Lee ne studia gli elementi e diventa amica di Pablo Picasso, che la ritrae in diverse occasioni.

Nel 1932 la sua relazione con Man Ray si conclude e Lee lascia Parigi per tornare a New York, dove apre un proprio studio fotografico per ritratti e foto commerciali. Qui lavora con successo per due anni, eseguendo numerosi ritratti, tra cui quelli delle attrici Lilian Harvey e Gertrude Lawrence, e del cast afroamericano dell'opera lirica Four Saints in Three Acts (1934) di Virgil Thomson e Gertrude Stein. Il surrealismo di Man Ray rimane sempre un’influenza evidente nel suo stile fotografico.

Nel 1934 conosce l’uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey, in viaggio a New York per acquistare attrezzature ferroviarie. Tra i due nasce una breve ma intensa storia d’amore che culmina nel matrimonio e nel trasferimento al Cairo.

L’Egitto è per Lee una grande fonte di ispirazione: rimane affascinata dai paesaggi, fotografa rovine e templi e realizza Portrait of Space, una delle sue opere più surrealiste e straordinarie.

Il matrimonio con Bey dura poco e Lee lascia il Cairo. Dal 1937 viaggia molto in compagnia dell’artista e curatore d’arte Roland Penrose e nel 1938 si trasferisce definitivamente a Londra.

Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Penrose viene chiamato alle armi e Miller torna per un breve periodo a New York, riprendendo a lavorare per Vogue. Dopo poco, ignorando le raccomandazioni di amici e familiari, torna a Londra e intraprende la carriera di fotoreporter di guerra.

Documenta il bombardamento del Regno Unito durante la guerra lampo tedesca e tra il 1939 e il 1945 prende parte al London War Correspondents Corps, venendo riconosciuta come corrispondente di guerra dagli Stati Uniti, un incarico raramente affidato a una donna. Segue lo sbarco in Normandia e documenta l’avanzata delle truppe alleate verso Parigi e Berlino, la battaglia di Saint-Malo, l'Alsazia e l'incontro tra americani e russi a Torgau. Fotografa la realtà della guerra a Monaco di Baviera, Vienna e in Ungheria, immortalando bambini feriti negli ospedali.

In questi anni collabora con David Scherman, fotoreporter della rivista Life. Insieme affrontano battaglie e liberazioni. Miller fotografa l’ingresso degli Alleati nel campo di concentramento di Dachau ed è Scherman a immortalarla nella famosa immagine mentre fa il bagno nella vasca privata di Adolf Hitler.

L’esperienza della guerra costituisce per lei un punto di svolta: finalmente è apprezzata non per il suo aspetto fisico, ma per ciò che è capace di realizzare. Dimostra di riuscire ad affermarsi con determinazione in un mondo prettamente maschile.

La guerra, però, lascia segni indelebili. Continua a fotografare per Vogue, ma soffre di disturbo post-traumatico da stress, affrontando episodi depressivi e cadendo nell’alcolismo. La vicinanza di Penrose e Man Ray la aiuterà a uscirne.

Quando scopre di essere incinta, chiede il divorzio dal marito egiziano e il 3 maggio 1947 sposa Roland Penrose. Nello stesso anno nasce il loro unico figlio, Antony.

Nel 1949 la famiglia acquista la Farley Farm House nell’East Sussex, che diventa un punto di riferimento per molti artisti tra gli anni ’50 e ’60, accogliendo ospiti del calibro di Picasso, Man Ray e Henry Moore e molti altri. 

Nello stesso periodo Lee viene indagata dal servizio di sicurezza britannico MI5, sospettata di spionaggio per conto dell’Unione Sovietica.

Muore di cancro nel 1977, all’età di 70 anni. Viene cremata e le sue ceneri sparse nei giardini della Farley Farm.

La vita di Lee Miller sembra appartenere a sette persone diverse, ma è stata segnata da un unico filo conduttore: il coraggio e la determinazione di essere riconosciuta per il proprio talento, e non solo per ciò che gli occhi vedono. Accettò di essere osservata, ma lottò per diventare colei che osserva e racconta attraverso il proprio sguardo.


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