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Recensione di Fatale - Doppio Inganno, un film che non fa impazzire

Che cosa rende un film brutto? Queste voce polemica se lo è domandato guardando Fatale-Doppio Inganno, thriller poliziesco del 2020 diretto da Deon Taylor, che, tra i pochi e preferibilmente non citabili film (oggi farò uno sforzo), è stato anche regista di Ti Presento i Black e La legge dei più forti. Con una filmografia così incoraggiante (ironia portami via), viene da domandarsi il motivo per cui si potrebbe essere tentati di guardare questo lungometraggio: personalmente, la risposta sarebbe “Hilary Swank”.

L’attrice statunitense difficilmente ha sbagliato un colpo in passato: a differenza di alcune colleghe della sua generazione, la sua carriera è costellata da (relativamente) pochi (ma soprattutto buoni) film, come Million Dollar Baby, Boys Don’t Cry, Freedom Writers, il più “recente” Qualcosa di buono. Tutti ruoli che implicano un impegno recitativo non indifferente.

L’attrice è, non a caso, insignita di due premi Oscar. Eppure questa volta guardare un film fidandosi dell’attrice di punta non è stata una mossa vincente.

Partiamo dalla trama: durante una notte brava, Derrick, un agente sportivo miliardario (Michael Ealy), tradisce la moglie andando a letto con Val Quinlan (Hilary Swank), che successivamente scoprirà essere una detective. Lo scopre nel peggiore dei modi, perché qualche giorno dopo quell’avventura di una notte, Derrick si difende dall’irruzione in casa di un uomo che tenta di ucciderlo. Riuscito a farlo scappare, chiama la polizia affinché indaghi, ed ecco comparire la Swank come agente capo del distretto.

Da quel momento, ecco che il film crolla. Non volendo spoilerare nulla, vi basti sapere che quel tentato furto non è realmente tale. E che la detective Val Quinlan nasconde qualcosa.

Questo film ha molti problemi, per esempio luci esageratamente bruciate, o una sovraesposizione senza ritegno. Fari caldi puntati sui protagonisti, che sembrano appena usciti da un’intensa seduta di lampade. C’è poco da fare, in questo film con un cast stellare, non tutto è oro quel che luccica.

Le ambientazioni sono lussureggianti, talmente esibite da risultare spocchiose. Che cosa vogliono suggerirci? Che i soldi non fanno la felicità? Anzi, portano assassini in casa? Va bene, ma vedere il protagonista disperarsi nella sua piscina privata in cima alla collina californiana non innalza certo l’empatia dello spettatore.

Il fatto è che ci è difficile credere anche solo per un momento che Val non si meriti la punizione che deve scontare, ovvero l’allontanamento forzato dalla figlia dopo un incidente con la sua pistola di servizio.

Gli occhi di ghiaccio di Derrick si contrappongono allo sguardo duro e vagante di Val, si mescolano le carte, i ruoli di vittima e carnefice, gli sbagli, ma ci rendiamo presto conto che la follia alberga in entrambi, perciò iniziamo solo a sperare che la loro fine sia la meno cruenta possibile (ma non ci crediamo nemmeno troppo).

È la sceneggiatura a essere già cedevole, perciò la messa in scena fatica a salvare le apparenze, a elevarla a qualcosa di plausibile. La suspense che potrebbe aleggiare nella trama e coinvolgere il pubblico, viene schiacciata da scelte narrative e da caratterizzazioni dei personaggi poco interessanti, così sciocchi da diventare piatti, incolori.

A un certo punto ci lasciamo trascinare dal minutaggio che prosegue, perché in fondo vogliamo capire fino a dove può spingersi un film partito male (e finito peggio).

Difficile perciò trovare nel lungometraggio veri aspetti positivi, tuttavia non sarebbe nemmeno giusto non riconoscerne nessuno: la presenza di un volto come quello di Michael Ealy, per esempio, che purtroppo non ha ancora trovato un regista e un produttore capaci di sfruttarne l’espressività e le doti recitative.

Non è nemmeno male il casus belli narrativo, una detective che, affogata nei sensi di colpa, trova come unica possibile espiazione la pazzia (di poliziotti in bilico tra la rettitudine e l’autodistruzione se ne vedono tanti in televisione, e c’entra quasi sempre l’alcolismo, in cui riversano i mali del mondo che si trovano a fronteggiare durante la carriera…eppure le premesse con cui ci viene presentata Val hanno qualche sfumatura differente che, se sviluppata diversamente, poteva aiutare a costruire un personaggio interessante).

Il problema non è nemmeno a livello di ritmo, poiché le sequenze si succedono rapidamente, risultando quasi incalzanti (sul piano della messa in scena c’è da riconoscere una coerenza di fondo: non si ha cura di approfondire i personaggi né gli sviluppi narrativi, e, fuorché l’irrinunciabile esaltazione delle luci e dei paesaggi californiani, il regista non si perde nemmeno in inutili prodezze di movimenti di macchina).

Inoltre a livello registico, la suspense creata per ottenere alcuni colpi di scena riesce, funziona, perciò il film è ancora credibile, godibile, capace di catturare l’attenzione dello spettatore.

Solo che ci si aspettava di più. Sicuramente è un film che va benissimo per un pomeriggio di leggerezza con gli amici, tra popcorn e risate. Difficile riconoscergli altre ambizioni.

D’altronde è giusto guardare anche film che non sono capolavori, per poi saper riconoscere quest’ultimi.

Solo, un ultimo appello: Hilary, ti prego, non farti mangiare dalla macchina peccaminosa di Hollywood e torna a stupirci con le tue interpretazioni. Per citare il trio Ruggeri, Morandi, Tozzi (un giorno farò ammenda per questi rimandi fuori contesto): “si può dare di più senza essere eroi”


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