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Cristina di Belgioioso, prima fra le patriote

“Vogliano le donne felici e onorate dei tempi avvenire rivolgere il pensiero ai dolori ed alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che persero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata, felicità.” – Cristina di Belgioioso


Da molti considerata la Prima Donna d’Italia, la figura di Cristina Trivulzio di Belgioioso (1808 – 1871) potrebbe incarnare l’eroina di un romanzo. Bellissima, intelligente, ricca di spirito e avventura, di lei si innamoravano tutti, compresi i generali dell’esercito; combattente, fortemente liberale e la prima a credere in un’Italia unificata, a patto che prima fossero gli stessi italiani – e soprattutto le donne – ad essere istruiti. Celeberrimo il suo pensiero di fondo: “per fare l’Italia bisogna elevare il popolo.

Cristina nacque e crebbe a Milano in un momento storico molto caldo, dato che dal 1815 la Lombardia aveva iniziato a far parte del territorio austriaco ed erano in molti a non tollerare più una situazione del genere. Nella sua famiglia aristocratica fu educata come una giovane principessa; purtroppo il padre venne a mancare quando aveva appena quattro anni, così la madre stabilì di risposarsi con Alessandro Visconti d’Aragona, famoso per le sue frequentazioni di circoli liberarli e profondamente avverso agli occupanti austriaci. Sarà grazie a lui se Cristina verrà per la prima volta a contatto con quelli che poi saranno i suoi saldi principi patriottici, infatti rimarrà sempre molto legata al patrigno, che sarà arrestato nel 1821 proprio per via delle sue idee “sovversive”.

All’epoca era essenziale che, nel bagaglio culturale di una giovane nobile, vi fossero anche abili capacità nel canto, nella musica e nel disegno; l’insegnante di pittura di Cristina, nonostante la differenza d’età, diverrà una delle sue maggiori confidenti e sarà proprio lei a introdurla all’arte della “cospirazione.”

All’età di sedici anni, la fanciulla convolò a nozze con il giovane libertino Emilio Barbiano di Belgioioso; seppur durato pochi anni, il loro fu un matrimonio d’amore, nonostante la pessima reputazione di lui per il gioco d’azzardo. Ufficialmente non divorziarono mai, ma cercarono di rimanere buoni amici. Ed è proprio da questa separazione che ha inizio la leggenda personale di Cristina di Belgioioso.

Ci troviamo alla fine degli anni’20 del XIX secolo, anni in cui Cristina organizzò una sorta di tour per l’Italia, dove, come il patrigno, iniziò a frequentare numerosi circoli liberali e aprì numerosi salotti per poter disquisire di politica con i più illustri personaggi del tempo, fra cui Giuseppe Mazzini. A Roma entrò nelle grazie di Ortensia Bonaparte, madre di Napoleone III; fu proprio qui che aderì al movimento della Carboneria romana, di cui il salotto di Ortensia costituiva il quartier generale. Si trattava di una sorta di società segreta rivoluzionaria, il cui scopo primario era quello di sconfiggere la tirannia austriaca e unificare la penisola sotto una Repubblica democratica; nonostante le ottime premesse patriottiche, essa mancava però di una politica d’azione sul campo.

Nel frattempo, il capo della polizia austriaca cominciò a indagare su Cristina e diede il via alla sua rete di spionaggio per neutralizzarla, tuttavia la donna, grazie alla sua fama, alle sue amicizie e alla sua propensione alla fuga, riuscì a evitare tutte le sue trappole. Ciononostante, dopo il tentato arresto a Genova, evitato per un soffio, proprio come in un romanzo Cristina si travestì e scappò col favore delle tenebre, superando il confine e raggiungendo la Francia.

Immediatamente il governo austriaco approfittò della notizia e dichiarò la sua morte in Italia, confiscando tutti i suoi beni e le sue proprietà. A corto di denaro, Cristina si rifugiò a Parigi, dove tentò di sopravvivere facendo ritratti e insegnando canto e musica; una vita alquanto diversa rispetto a quella dei salotti milanesi a cui era abituata, come lei stessa non mancò di raccontare.


“Cresciuta nelle costumanze dell’aristocrazia milanese, non conoscevo proprio nulla delle necessità della vita, non potevo rendermi conto del valore di un pezzo da cinque franchi. Potevo dipingere, cantare, suonare il pianoforte, ma non avrei saputo far l’orlo a un fazzoletto, cuocere un uovo sodo o ordinare un pasto.”

Se solo avesse voluto, sarebbe potuta tornare in Italia senza troppi problemi; il suo buon nome e la sua notorietà le avrebbero consentito un trattamento di favore, in accordo con il Governatore austriaco, il quale, pur di tenerla a bada, era disposto a placare il capo della polizia, che invece l’avrebbe volentieri arrestata per tutte le peripezie che gli aveva fatto passare. Ma Cristina decise di fermarsi in Francia per qualche tempo, dove, grazie ai soldi guadagnati e ad alcuni inviati dalla famiglia, riuscì a organizzare uno dei suoi consueti circoli, che aprì agli esiliati italiani e alla borghesia europea. Per tutto il corso degli anni ’30, il suo salotto fu il più rinomato di Parigi: frequentato da diversi intellettuali, era l’invidia delle altre nobildonne francesi, che consideravano Cristina troppo intelligente e impegnata nel sociale per essere una donna per bene. Senza contare il fatto che, grazie alla sua capacità di affascinare e la sua propensione ad aiutare il prossimo, era stata assunta in un giornale parigino, in cui aveva dato libero sfogo alle sue idee sulla causa italiana e aveva continuato ad aiutare i suoi compatrioti, investendo denaro in sommosse o persino organizzando veri e propri movimenti d’armi per i “ribelli italiani.”

Dopo la nascita della sua prima figlia – la cui paternità fu attribuita al Barbiano, seppur fosse alquanto improbabile – Cristina decise che era finalmente giunto il momento di rientrare in patria; sebbene la minaccia del carcere pendesse ancora sopra la sua testa, riuscì a tornare grazie ad un’amnistia generale che fu concessa nel 1840. Inseguita dalle malelingue, si stabilì a Locate, un piccolo paese contadino, dove, com’era nel suo stile, prese a cuore la situazione della povera gente locale: organizzò distribuzioni di vestiti e cibo, regalò una dote alle spose più povere, creò cucine e mense comuni, un asilo, una scuola elementare, una professionale femminile, corsi di formazione per maestre, una scuola agraria per uomini e ristrutturò diversi edifici e case, dotandoli di impianti a illuminazione a gas.

Nel 1845 diventò la prima donna direttrice della Gazzetta Italiana, in cui cercò di importare la sua idea di giornalismo: la stampa non doveva essere usata solo come mero strumento di propaganda e educazione politica, ma anche per fornire informazioni attuali e creare un pensiero critico moderno, per arrivare a unire l’Italia in modo pacifico. Nello stesso periodo, Cristina si interessò alla statistica per migliorare le condizioni del paese, esaminando le condizioni delle classi sociali più umili per stimolare l’opinione pubblica in favore di un cambiamento; manifestò una forte indipendenza d’opinione, ma il suo sforzo non venne recepito, così la Gazzetta diventò proibita in diverse zone del paese.

Con suo enorme disappunto, si trovava a Napoli durante le sommosse delle Cinque giornate di Milano, tuttavia era talmente desiderosa di partecipare che riunì un gruppo di circa 200 uomini per condurli in soccorso dei lombardi; gli austriaci fecero ritorno pochi mesi dopo, ma anche questa volta Cristina riuscì a evitare la prigione, cavandosela con una multa salatissima. Invece, nel 1849, anno dell’insurrezione romana, si fece trovare in prima linea: le venne affidata l’organizzazione degli ospedali, per i quali si appellò alle popolane romane di ogni ceto sociale istruendole come infermiere. La chiesa la accusò di essere un’incantatrice, di sedurre i giovani rivoluzionari e fomentare le donne; lei rispose con una lettera infuocata, difendendo il coraggio, la generosità e la costanza che le donne romane avevano dimostrato durante la rivolta, molto più rispetto alla chiesa. Alla fine, anche questa ribellione fu sedata e di nuovo Cristina, con una minaccia di scomunica pendente, venne costretta alla fuga, trovando riparo in Turchia con altri esuli italiani. Per qualche anno riuscì a sopravvivere grazie ad un’azienda agricola e continuò a scrivere, raccontando le sue avventure orientali.

Dopo essere scampata ad un tentato omicidio da parte di un domestico impazzito e ormai stanca per le tante battaglie e imprese compiute, Cristina rientrò nuovamente in Italia. La sua attività politica diminuì, anche perché pochi anni dopo la sua tanto agognata unità d’Italia si realizzò; dal 1861 in poi, la sua figura fu quasi dimenticata, come se ormai non servisse più. Ella trascorse i suoi ultimi anni sul lago di Como, organizzando ancora salotti intellettuali fino alla morte, dovuta a una polmonite. In quanto scomunicata, venne sepolta in una fossa comune, ma mai dimenticata dal comune di Locate.

Nonostante le maldicenze, la sua vita così avventurosa e scandalosa per l’epoca è ancora oggi oggetto d’interesse, tanto che il comune di Milano ha deciso omaggiarla con una statua in piazza Belgioioso; un evento storico di una certa rilevanza, in quanto non era mai stata dedicata alcuna scultura ad una personalità femminile rispetto a tutte le 121 presenti in città, a eccezione dei soggetti religiosi. La statua ritrae Cristina seduta nel “salotto di Milano”, come se si trovasse ancora in uno dei suoi tanto amati circoli; decisamente un riconoscimento simbolico per tutte quelle donne che, seguendo il suo esempio, hanno contribuito alla crescita di Milano e dell’Italia nel corso della storia, promuovendo valori di generosità e indipendenza.


“Mi si perdonerà se io confesso il desiderio di essere conosciuta ed essere giudicata dai miei concittadini per quello che io sono veramente, mostrandomi ad essi senza orpelli e maschere di sorta.”


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