Il ruggito spezzato dei ghiacciai: il suono del permafrost che si scioglie
- Riccardo Pallotta

- 4 ore fa
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Ogni luogo della Terra ha una sua voce, un paesaggio sonoro unico che racconta la vita che lo abita. Dalle foreste tropicali alle immense distese di ghiaccio, passando per le onde degli oceani e il brusio delle città, il nostro pianeta è un'orchestra in continua esecuzione. Ma qualcosa sta cambiando. Il riscaldamento globale sta trasformando non solo il clima e gli ecosistemi, ma anche i suoni della natura e dell'uomo. Alcuni si fanno più intensi e minacciosi, altri si affievoliscono fino a scomparire. In questo nuovo appuntamento, continuiamo questa serie di articoli in cui cercherò di esplorare come il cambiamento climatico stia modificando la voce della Terra e il modo in cui la percepiamo.
Il ghiaccio che parla per mezzo del permafrost che cede
C’è un suono che raramente immaginiamo, ma che oggi sta diventando sempre più presente nelle regioni più fredde del pianeta: il suono del ghiaccio che si rompe. Non è un rumore continuo, né armonico. È fatto di crepitii improvvisi, di fratture secche, di boati profondi che sembrano arrivare dalle viscere della Terra. I ghiacciai non sono mai stati immobili. Si muovono, scorrono, respirano lentamente. Ma ciò che sta accadendo oggi è diverso. Il riscaldamento globale sta accelerando questi processi, trasformando il ritmo naturale in qualcosa di più caotico e instabile. E questo cambiamento si sente. Sotto la superficie gelata di vaste regioni dell’Artico e delle alte montagne si trova il permafrost, un terreno congelato da migliaia di anni. Quando resta stabile, è silenzioso, compatto, invisibile. Ma quando si scioglie, cambia completamente natura. Il disgelo del permafrost genera suoni inattesi: piccoli collassi del suolo, bolle di gas che emergono improvvisamente, crepitii continui dovuti alla perdita di coesione del terreno. In alcune aree della Siberia e dell’Alaska, gli scienziati hanno registrato veri e propri boati causati dal rilascio di metano intrappolato nel ghiaccio.
È un suono che racconta una trasformazione profonda: il passaggio da un mondo congelato e stabile a uno instabile e dinamico. Ma anche più fragile.
Il fragore dei ghiacciai che si spezzano
Se il permafrost scricchiola, i ghiacciai invece ruggiscono. Quando enormi masse di ghiaccio si fratturano o si staccano, il suono è potente, quasi violento. Il distacco di un iceberg può generare onde sonore che si propagano per chilometri, sia nell’aria che nell’acqua. Negli ultimi anni, grazie a microfoni subacquei e sensori sismici, gli scienziati hanno iniziato a studiare questi fenomeni attraverso il suono. Ogni crepa, ogni crollo, ogni distacco lascia una traccia acustica che permette di comprendere la velocità e l’intensità dello scioglimento. Il risultato è chiaro: questi eventi stanno diventando più frequenti.
La storia di A23A: il suono di un gigante che si spegne
Durante un episodio del mio podcast Green Air – Il pianeta in diretta, ho raccontato la storia di un iceberg che incarna perfettamente questo cambiamento: A23A. Immaginate un blocco di ghiaccio grande quanto una città, grande quasi come Roma. A23A si è staccato nel 1986 da una piattaforma nel Mare di Weddell, in Antartide, iniziando un viaggio lungo decenni lungo le correnti oceaniche. Per anni è rimasto intrappolato, poi ha ripreso a muoversi, diventando un osservato speciale per la comunità scientifica. Un laboratorio naturale, capace di raccontare la dinamica dei ghiacciai e della circolazione oceanica. Oggi, dopo quasi quarant’anni, quel gigante si sta spezzando. Non più un unico corpo, ma centinaia di frammenti sempre più piccoli. Un processo che, se potessimo ascoltarlo da vicino, sarebbe fatto di crepe, fratture, collassi. Il suono di qualcosa che si dissolve lentamente. Non è solo la fine di un iceberg. È il segnale di un cambiamento più ampio. Perché ciò che preoccupa non è il distacco in sé, ma la frequenza con cui questi eventi stanno avvenendo.
Un nuovo paesaggio sonoro polare
Il mondo dei ghiacci ha sempre avuto un suo paesaggio sonoro: il vento che soffia sulle superfici bianche, il lento scorrere dei ghiacciai, il suono ovattato della neve. Oggi, a questi si aggiungono nuovi rumori: più intensi, più improvvisi, più frequenti. Il paesaggio sonoro polare si sta trasformando in qualcosa di più instabile. Un ambiente che non suggerisce più immobilità, ma cambiamento continuo. E questo ha conseguenze anche sugli ecosistemi. Il rumore prodotto dai distacchi e dalle fratture può influenzare la fauna marina, alterare i comportamenti di alcune specie e modificare gli equilibri locali.
Ascoltare il ghiaccio che porta un messaggio che non possiamo ignorare
La bioacustica non riguarda solo foreste o oceani. Anche il ghiaccio può essere “ascoltato”. I ricercatori utilizzano sensori acustici e sismici per monitorare i ghiacciai, raccogliendo dati preziosi su come e quanto velocemente si stanno trasformando. In questo senso, il suono diventa uno strumento di lettura del cambiamento climatico. Un modo per cogliere segnali che spesso sfuggono all’osservazione visiva. Nel corso di questa rubrica abbiamo imparato ad ascoltare ciò che cambia: i fiumi che si spengono, le tempeste che urlano, gli oceani che diventano silenziosi. Ora è il turno dei ghiacci, che non si limitano più a sciogliersi, ma iniziano a “parlare” in modo diverso. Il loro non è più un silenzio glaciale. È un ruggito spezzato. Un suono che racconta una crisi in atto, che ci ricorda quanto il cambiamento climatico non sia distante, ma già presente, già percepibile. E forse, per la prima volta, anche udibile.

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