L’incubo di Hill House di Shirley Jackson

Shirley Jackson è da considerarsi un’autrice che ha lasciato una forte eredità letteraria che ha influenzato la narrativa horror, di paura e tensione da cui è nato il più famoso scrittore contemporaneo di questo genere: Stephen King. Stephen King non solo la definisce una delle sue autrici preferite, ma anche una delle sue maestre, difatti King lavora con la paura che scaturisce dai contesti quotidiani, parte dalla realtà per mostrare un lato sovrannaturale. Questo procedimento è presente in modo evidente anche nella Jackson, la quale però non si lascia sovrastare dal tema del sovrannaturale, quanto piuttosto il suo è un lavoro che punta sulla dimensione psicologica della tensione.

L’horror è terreno fertile per parlare della psiche dei personaggi per Shirley Jackson, in maniera non scontata ed esplicita. La sottile linea tra reale e non reale, tra ciò che è davvero opera del sovrannaturale e ciò che invece è provocato dalla suggestione, mostra quanto il genere fantastico si basi sull’idea che non si può mai sapere per certo se ciò che viene raccontato sia vero e credibile, oppure una costruzione illusoria della mente. In questa ricerca della verità, a cui non si riuscirà mai ad arrivare, si inscrivono le metafore che la Jackson usa per parlare della follia, dei traumi, dell’isolamento a cui i personaggi sono sottoposti e che subiscono.

Nel romanzo L’incubo di Hill House la casa infestata non è solo un luogo, diventa un personaggio, un essere vivente che si fa in qualche modo portavoce della psiche dei personaggi, che rimangono intrappolati nella loro paura che viene resa manifesta facendo emergere quanto accade all’interno della loro mente.

Proprio perché l’autrice usa i propri testi per scavare nelle fragilità umane, nessun dettaglio in questo libro è lasciato al caso, la sensazione che si ha leggendolo è che si siano volute bilanciare perfettamente la descrizione dei luoghi, mai eccessiva o troppo lunga, alla narrazione degli eventi, ai dialoghi, allo scorrere della vicenda. La Jackson non si perde in frasi e spiegazioni prolisse, la tensione per essere mantenuta deve avere un ritmo calzante ed efficace, non dispersivo. In questa cosa lei riesce benissimo. La grande capacità di questa scrittrice è quella di far sì che il lettore venga assorbito dalla storia e dal bisogno di sapere come vada a finire.

Il libro parte con il professore Montague, un antropologo che ha un particolare interesse per i fenomeni paranormali, che vuole raggruppare a Hill House, una casa conosciuta e resa famosa proprio a causa dei fenomeni paranormali che l’hanno avuta protagonista, alcune persone particolarmente sensibili a eventi fuori dall’ordinario, con cui hanno già in qualche modo avuto a che fare in passato. Di tutti quelli che rispondono all’invito del professore, presso Hill House si presenteranno solo due donne: Teodora e Eleanor, detta Nell; quest’ultima diventerà gli occhi della narrazione, attraverso lei verranno filtrati la maggior parte degli eventi. L’autrice fa prendere alla storia il punto di vista di Nell perché tra tutti sarà quella che verrà maggiormente influenzata dal luogo. Oltre a Teodora e Nell, al gruppo si unirà anche Luke, il nipote della proprietaria della casa, erede prossimo dalla magione. La sua presenza fa parte del contratto di affitto che il professore stipula e quindi si trova costretto ad averlo lì con loro.


Eleanor potremmo dire che sia la protagonista e, come dicevo, si dimostra fin da subito un soggetto influenzabile. Su di lei Hill House, ancora prima di arrivarci, rappresenta la sua possibilità di vivere un’avventura, di scoprire il mondo, di evadere da una vita che fino ad allora era girata intorno a una madre malata alla quale la donna aveva dedicato la propria esistenza. Eleanor vuole prendere in mano la propria vita e per la prima volta si allontana da casa, guida la macchina in un viaggio in solitaria e sarà la prima volta che vivrà con degli sconosciuti. Tuttavia, quella che sembra essere fin da subito la sua possibilità di redenzione, si manifesterà in un forte desiderio di autoaffermazione contorta. Eleanor non riesce ad essere sincera con gli altri, come anche con se stessa, è incapace di creare relazioni sane e di mostrarsi per chi è, finendo per raccontarsi mentendo sul proprio passato. Questa visione che tenta di dare si sé, tra quelle mura, insieme ai suoi compagni, le permette di dare sfogo a una nuova socialità, si sente voluta e inizialmente apprezzata. Eleanor pensa di aver trovato degli amici ed entra in intimità con Teodora che, rispetto a lei, è una donna forte, estroversa, risoluta, indipendente, con una grande considerazione di se stessa. È molto interessante il modo in cui si sviluppa la relazione tra Teodora ed Eleanor perché Shirley Jackson, sebbene non lo renda mai manifesto, sottende l’omosessualità di Teodora. La tensione che si crea tra le due donne, che ha anche una connotazione erotica, muta nel corso del romanzo e proprio per via di un quasi morboso attaccamento che Eleanor matura compaiono i primi segnali di gelosia. La gelosia si trasforma in follia, in paranoia, in tentativi di attirare l’attenzione e di essere vista.

Eleanor è una donna che è sempre stata l’ombra di qualcun altro e benché Hill House le trasmetta fin da subito un senso di angoscia e di terrore, che le fa più volte mettere in dubbio la sua permanenza nella dimora, finisce per affascinarla e sentirsi accolta tanto da arrivare a considerarla casa. Eleanor è un personaggio che si scopre aver bisogno di appartenere a qualcosa o a qualcuno, di sentirsi viva, ma questa brama di far parte di un gruppo, di un progetto mette in luce le sue insicurezze.

Shirley Jackson caratterizza bene i personaggi: poche righe sono spesso sufficienti per aver già chiare le abitudini e l’indole di ciascuno, per quanto quella con più visibilità rimanga Eleanor. Anche la casa, Hill House, è un personaggio che viene tratteggiato con dovizia di particolari, ci sono momenti in cui sembra che venga anche atropomorfizzata. Nel corso della storia sempre più dettagli contribuiscono a creare un’atmosfera di stranezza e inquietudine. La casa ha aspetti architettonici bizzarri e inspiegabili che contribuiscono a trasmettere un senso di spaesamento. Troviamo un punto freddo, dove la temperatura è molto più bassa che in ogni altra zona della casa, senza una spiegazione logica. È una struttura progettata in modo da creare giochi ottici. In tutte le sue particolarità la sensazione che dà a chiunque ci entri è negativa e questa aria opprimente e maligna viene respirata e se ne rimane influenzati poco alla volta. Il romanzo attraverso la casa indaga la psicologia dei personaggi, quello che li muove, i loro istinti, le loro volontà e le loro reazioni di fronte a eventi inspiegabili. Gli elementi sovrannaturali a cui assistono rincara l’inquietudine che la casa trasmette. Le scritte sui muri che chiamano Eleanor, le apparizioni, le voci, i rumori, sono tutti fenomeni che finiscono per insidiarsi nei singoli personaggi alimentando le loro tensioni e paure, logorando la già precaria salute mentale di Eleanor.

Assistiamo non solo alla creazione dei legami tra questi sconosciuti, ma anche alla loro lenta rottura provocata dai dubbi, dai pregiudizi e dall’astio che si insinuano tra loro. La tensione che cresce non arriva mai a un punto di non ritorno perché non viene mai soddisfatta del tutto. Nonostante aleggi un senso di pericolo e di ansia quello a cui la Jackson vuole arrivare non è un evento traumatico o scioccante, lei ti tiene solo in bilico alla ricerca della conferma alla domanda che finisce per assillarti: quello che stanno vedendo è vero o è solo suggestione? Ciò che è successo e si è udito in questa casa sono eventi accaduti davvero o se lo sono sognati tutti? È davvero importante sapere la verità o solo capire cosa si nasconda dietro?


L’incubo di Hill House non è, dunque, solo una storia di fantasmi, ma è l’espressione di cosa sia e rappresenti per gli uomini la visione di un fantasma, di un evento inspiegabile. Il professor Montague vuole proprio questo, studiare i fenomeni che avvengono nella casa e vedere se le presenze di cui ha sentito raccontare esistano davvero. Le vicende della casa incrociano il passato e il presente, ma forse non nel modo in cui il professore si sarebbe aspettato.

In uno dei dialoghi viene detto che alla fine un fantasma non è altro che un desiderio manifesto. Magari il tentativo di ancorare alla realtà persone che non ci sono più e che in qualche modo vorremmo continuare a far sopravvivere. Oppure un fantasma siamo noi che vorremmo che le cose fossero andate in modo diverso, proiettiamo ciò che temiamo e che non riusciamo ad affrontare normalmente. Ognuno di noi, quindi, non ha a che fare solo con i desideri, ma anche con i fantasmi.


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