QUI RIDO IO

La recensione del film.


Qui rido io è una celebrazione del teatro e di Napoli, firmata, non a caso, da Mario Martone, regista partenopeo che ha iniziato la propria carriera proprio in ambito teatrale.

L’amore per il capoluogo campano è ben visibile tanto nel corposo utilizzo del dialetto, quanto nella scelta di avvalersi di una colonna sonora ispirata in gran parte a canzoni tradizionali napoletane. Quanto al teatro, esso è protagonista assoluto del film. E non solo perché Qui rido io narra la vicenda biografica e professionale di un grande del palcoscenico come Eduardo Scarpetta. Appaiono evidenti la passione, l’affetto di Martone verso il teatro, che, infatti, viene rappresentato dal regista con grande maestria e viene reso elemento caratterizzante la natura, lo spirito del film. Il trasporto di Martone emoziona e commuove.


Già nei primi minuti della pellicola, si assiste ad una dinamica rappresentazione della vita di teatro, quando la macchina da presa si insinua nel retropalco, mostrandoci gli attori che si preparano prima di esibirsi. In un altro momento, vediamo, invece, Titina ed Eduardo De Filippo, figli illegittimi di Scarpetta e di Luisa De Filippo, intenti a fare i compiti scolastici tra una scena e l’altra dello spettacolo.

Il regista decide di mostrare anche brani relativi alle pièces che Scarpetta porta di volta in volta sul palcoscenico con la sua famiglia di teatranti. Questi ci regalano inquadrature suggestive e ben curate, come quella che, dal fondo del palco, mostra due personaggi seduti ai lati di un tavolo, sul proscenio Scarpetta nei panni di Felice Sciosciammocca e davanti a lui la platea piena di spettatori. Occorre notare un particolare in più. L’oro e il rosso, nel XIX secolo, diventarono i colori predominanti nelle sale teatrali borghesi e da allora sono diventati elementi simbolici del panorama teatrale europeo. Ebbene, essi compaiono più di una volta nel film, sia negli ambienti teatrali veri e propri che nella sfarzosa dimora Scarpetta. Si vedano, tra le altre cose, i dettagli dorati delle sedie poste nella platea del teatro dove la compagnia esegue le prove.

La piena immersione del regista nello spirito del palcoscenico, nella vita propria dei teatranti, emerge anche in numerosi altri momenti della pellicola, coinvolgendo, a mio avviso, lo spettatore in modo profondo. Prendiamo un episodio collocato poco prima della metà del film, durante il quale si vedono alcune donne impiegate nella compagnia di Scarpetta intente a preparare le stoffe per i costumi de Il figlio di Iorio, parodia dannunziana scritta da Eduardo. Qualche secondo dopo, si assiste ad un momento in cui gli attori della compagnia ripassano insieme le battute dello spettacolo, attività strettamente vicina alla vita di chiunque si dedichi al teatro, rappresentata qui con calore e grande vitalità.

Qui rido io ha una propria coerenza visiva, dal momento che anche le inquadrature extra-teatrali sono talvolta organizzate in modo tale da richiamare l’idea di una scenografia e di uno spettacolo. Alla fine di un ricco pranzo di famiglia, nella seconda metà del film, arriva in casa Scarpetta Gennaro Pantalena, amico carissimo - almeno apparentemente - di Eduardo e suo storico collaboratore. La ripresa che mostra l’attore discutere con Scarpetta, circondato dagli altri familiari e dall’arredamento della stanza, ricorda molto l’assetto tipico della scena del teatro borghese ottocentesco.

Un altro caso affine a quello appena presentato riguarda la conclusione del film: dopo il discorso pronunciato da Scarpetta durante l’udienza finale del processo che lo vedeva accusato di plagio ai danni di un dramma di D’Annunzio, la macchina da presa compie una carrellata indietro fino ad uscire dall’aula e a racchiuderne l’interno tra le ante della porta. L’effetto che si ha è quello di una scena di uno spettacolo teatrale cinta dalle tende del sipario.


La scelta degli attori si rivela in Qui rido io particolarmente azzeccata. Questo può essere colto a partire da Maria Nazionale, che interpreta Rosa De Filippo (in Scarpetta) in modo corposo e vivido, dipingendo l’immagine di una donna di carattere, di una altolocata signora partenopea presente a se stessa.

Si ha poi un valido interprete per Gabriele D’Annunzio, ovvero Paolo Pierobon, che, sebbene non compaia che per pochi minuti, è in grado di rappresentare in modo efficace l’immagine caricaturale

che Martone presenta del poeta. Da notare, tra l’altro, l’amabile sberleffo che il regista fa alla figura del Vate, decidendo di collocarla in una dimensione fortemente grottesca e, in pratica, ridicola. Molto adeguato è apparso anche il giovanissimo Alessandro Manna, che veste i panni di Eduardo De Filippo bambino e che, grazie all’ironia sprigionata dal volto, richiama facilmente l’immagine del grande drammaturgo.

Infine, è doveroso soffermarsi sul grande lavoro compiuto dall’attore protagonista, Toni Servillo, interprete di Eduardo Scarpetta. Si percepiscono la passione che Servillo ha messo nel realizzare il film, la concretezza del suo talento, la sua esperienza tanto di attore cinematografico, quanto di uomo di teatro. Tra i tanti esempi dell’energia emanata dall’interpretazione di Servillo, riportiamo un episodio collocato alla fine della vicenda. Scarpetta si trova nell’aula di un tribunale, dove si sta svolgendo, come si è già accennato, l’udienza finale del processo che lo ha visto accusato di plagio per una parodia da lui composta a partire da un dramma di D’Annunzio. Dunque, concludendo la propria apologia, Scarpetta legge e recita alcuni passi de Il figlio di Iorio, la presunta parodia incriminata. L’ardore e la potenza che Servillo mette nell’interpretare questi momenti finali dimostrano una padronanza della mimica e della gestualità fuori dal comune, quasi giullaresca, oltre ad una fortissima capacità di immersione nel personaggio.


Qui rido io è un’opera raffinata e davvero godibile sul piano visivo, che, quasi inevitabilmente, colpisce chiunque abbia un forte affetto verso il mondo del teatro.


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