Simone & Colette: donne non si nasce, si diventa!

“Una donna libera è l’assoluto contrario di una donna leggera.” – Simone De Beauvoir

“Alle donne che vogliono far scalpore si consiglia una marcia del silenzio.” – Colette



Simone De Beauvoir e Sidoine-Gabrielle Colette: nomi che riecheggiano allo scandalo nella Francia del ‘900, due bombe a orologeria che hanno profondamente mutato la visione della figura femminile non solo nel loro paese di nascita, ma anche in tutto il resto del mondo.

Entrambe scrittrici, libere e spregiudicate, così vicine su alcune tematiche e altrettanto distanti in altre: l’una considerata la madre del movimento femminista sfociato nel ’68, l’altra dichiaratamente contro le suffragette, pur sfoggiando temerariamente i propri diritti; una legata sentimentalmente ad un solo uomo senza mai sposarlo, l’altra con tre matrimoni al seguito e una lunga relazione omosessuale.


Colette (1873 – 1954), pseudonimo di Sidoine-Gabrielle Colette, rappresenta oggi un mito nazionale francese. È ricordata non solo come una delle più famose scrittrici del XX secolo, ma anche come attrice, sceneggiatrice, giornalista e critica cinematografica.

Grazie alle sue opere, il corpo femminile fece il suo ingresso nella letteratura non più come mero oggetto di piacere dell’uomo, bensì come un soggetto attivo; infatti, fu una delle prime a rappresentare i propri personaggi maschili come fonte di godimento per la donna, dimostrando quanto fosse falso lo stereotipo contrario.

Cresciuta in Borgogna, inizialmente Colette rispettò appieno i dettami tradizionali della società, convolando a nozze con Henry Gauthier Villais, editore e giornalista di satira; si trattava di un uomo molto in vista nella Belle Epoque parigina, famoso per attirare l’attenzione delle cronache mondane sui suoi incontri galanti.

Tuttavia, fu proprio su istigazione del marito che Colette cominciò a scrivere il primo romanzo, Claudine a scuola, in cui raccontava le avventure in Borgogna di quando era ragazza; inizialmente il manoscritto fu giudicato impubblicabile da Henry, pertanto fu riposto in un cassetto e mai più preso in considerazione. Fino a quando, circa quattro anni dopo, l’editore non ne colse appieno il potenziale, proprio per via degli argomenti – assolutamente scabrosi per l’epoca – che venivano trattati senza alcuna censura: amori saffici, personaggi apparentemente rispettabili che poi si rivelavano essere pieni di vizi e, come protagonista assoluta, una ragazzina sfacciata e impudente. Il tutto narrato attraverso uno stile sagace e brillante, senza traccia di moralismo.


“Senza saperlo, Colette aveva creato una delle immagini più celebrate della donna che si vuole libera e padrona dei propri istinti.” – Carlo Bo


Il libro venne pubblicato nel 1900 sotto lo pseudonimo di “Willy” – che stava per Henry Gauthier Villais – e fu un vero e proprio successo. Elettrizzata, Colette si mise all’opera per un seguito, sempre sotto costante pressione del marito, il quale la esortava ad enfatizzare ancora di più i temi piccanti. Dato che l’intera storia si basava sulle esperienze personali della donna, addirittura Henry arrivò a proporle una relazione a tre con l’affascinante moglie di un miliardario americano in visita a Parigi, relazione che si interruppe nel momento in cui Colette scoprì che, in realtà, quella era già da tempo l’amante del marito.

Nel corso degli anni, la serie di Claudine proseguì, amata da un pubblico sempre più ampio; probabilmente la causa di tanto scalpore fu data dal fatto che Claudine rappresentava la prima “protagonista teenager” della letteratura francese novecentesca. Poiché i romanzi venivano editati a suo nome, Henry sfruttò il più possibile il talento della moglie, arrivando a creare perfino un marchio pubblicitario: e così ecco spuntare la “moda alla Claudine”, con “i capelli alla Claudine”, “i grembiuli alla Claudine” e via dicendo. Ormai tutte le fanciulle francesi conoscevano Claudine e volevano assomigliarle il più possibile.

Tuttavia, Colette iniziò a essere insofferente nei confronti delle continue intromissioni del marito nel suo lavoro; le basi matrimoniali non sussistevano più da tempo e l’unico rapporto che li teneva ancora uniti era proprio la serie fortunata. Nel 1906 entrò per la prima volta in contatto con il mondo dell’omosessualità parigina, dove conobbe Missy, pseudonimo della Marchesa Mathilde De Morny, di cui divenne l’amante e la protetta. Missy era ben nota alla società per sue posizioni radicali, dato che manifestava apertamente il suo anticonformismo vestendosi da uomo; fu grazie al suo incoraggiamento che Colette, dopo altre numerose e pressanti richieste di rendere ancora più licenzioso il personaggio di Claudine, stabilì di ucciderlo, in modo da impedire ulteriori sviluppi della saga.

Dalla “morte” figurata di Claudine, ebbe luogo la “rinascita” della sua creatrice. Dopo il divorzio, Colette diede il via alla sua emancipazione non solo come scrittrice, ma anche come donna: intraprese la carriera teatrale e nel 1907 diede scandalo al Moulin Rouge baciandosi appassionatamente con Missy sul palcoscenico dopo la fine di una rappresentazione, tanto che in seguito il prefetto di Parigi avrebbe vietato per sempre lo spettacolo.

Nel corso degli anni successivi, Colette continuò a recitare nelle commedie, appassionandosi anche al giornalismo – avviò molte collaborazioni con alcune riviste, dove pubblicava i suoi racconti – e alla critica cinematografica. Dopo la relazione con Missy, ebbe altri due matrimoni, da uno dei quali nacque la sua unica figlia.

Nel 1923 uscì Chéri, il romanzo che la consacrò definitivamente agli occhi della critica: trattava di una donna matura, innamorata però di un ragazzo molto più giovane di lei, una brillante inversione di quello che era stato il primo matrimonio di Colette e ciò che invece era accaduto realmente durante il terzo, dato che il suo ultimo marito aveva sedici meno di lei. Il libro venne apprezzato e commentato da autori del Pantheon parigino quali Proust e Gide; inoltre, la Nouvelle Reveu Française scrisse di lei: “É la scrittrice che ha introdotto nella nostra letteratura la prosa femminile che le mancava.”

Altri due importanti romanzi sono degni di menzione: Le blé en herbe, in cui due adolescenti esplorano il mondo della sessualità e il difficile passaggio al mondo degli adulti, e Sido, dedicato alla madre, dove viene celebrato l’amore per la natura che le ha lasciato in eredità.

Lo stile di scrittura di Colette fu sempre molto gradito ai lettori proprio perché cercava di ricreare immagini vivide e attraenti quanto quelle del cinematografo, una sequenza di eventi veloci che rendevano impossibile staccarsi dalle pagine del romanzo.



Proprio negli stessi anni in cui Colette piantava i germogli della sua futura emancipazione, a Parigi veniva alla luce una figura chiave per il movimento femminista, una donna di grande talento e fiore all’occhiello della cultura francese: Simone De Beauvoir (1908 – 1986).

In una delle sue tante interviste, Eva Cantarella ce la presenta con queste parole: “Quando oggi si critica Simone de Beauvoir, lo si fa perché non si sa, non ci si rende conto di come sia stata importante per cambiare la testa e le vite di tante donne della mia generazione.”

Scrittrice e filosofa, Simone rappresenta una delle personalità più importanti del Novecento, proprio per via del suo contributo cruciale alle lotte per l’emancipazione femminile e alla sua adesione al movimento dell’esistenzialismo francese insieme al suo compagno di vita, Jean-Paul Sartre.

Fin da bambina era sempre stata appassionata di scrittura, tanto da “imitare” i libri che leggeva per poi divertirsi a “ripubblicarli” con una nuova copertina di sua invenzione; complice fu l’amica di scuola Zaza, con la quale condivise numerose avventure.

Nel primo romanzo della carriera di Simone, Memorie di una ragazza per bene, Zaza è uno dei personaggi principali: infatti, la povera ragazza era morta prematuramente nel 1929 a causa di una delusione amorosa. Si era fidanzata con un giovane di ottima famiglia, tuttavia, quando la madre di lui aveva scoperto che Zaza, invece, era di modesta estrazione, aveva persuaso il figlio a lasciarla. Fuori di sé, la ragazza aveva trascorso la notte nuda al gelo, ammalandosi di polmonite.

Simone non perdonò mai la famiglia del ragazzo per la vicenda di Zaza e la traspose nel suo primo scritto, in cui, figurativamente, l’amica rappresentava la scrittura “uccisa” dalle convenzioni sociali dell’alta borghesia, che le aveva impedito di emanciparsi.

Dopo aver frequentato l’Università della Sorbona, nel 1929 Simone vinse il concorso dell’Agrégation in filosofia – ossia l’idoneità all’insegnamento riservata ai migliori allievi – arrivando seconda; il primo posto fu di Jean-Paul Sartre, che faceva parte del movimento esistenzialista. Fu amore a prima vista e la nascita di un sodalizio intellettuale che sarebbe durato per tutta la vita.

Coppia alquanto originale per l’epoca, i due, di reciproco accordo, stabilirono di avere una relazione non esclusiva, basata sulla più assoluta libertà e trasparenza; per Simone questo fu il compromesso perfetto, poiché, per scelta, aveva stabilito di non sposarsi mai e di utilizzare solo la scrittura come mezzo per la sua emancipazione. Ogni sua esperienza narrata era autobiografica, poiché il suo impegno nella letteratura partiva sempre dalla sua condizione in quanto donna.

La Beauvoir continuò a insegnare fino al 1943, dopodiché la sua carriera fu interrotta da pettegolezzi riguardanti una relazione saffica con una delle sue allieve. Si era sempre mostrata di vedute molto progressiste riguardo la condizione degli omosessuali, tanto da dichiarare apertamente: “Di per sé stessa, l’omosessualità è limitante quanto l’eterosessualità; l’ideale sarebbe essere capaci di amare una donna o un uomo, indifferentemente un essere umano, senza provare paura, limiti o obblighi.” Forse, sotto questo punto di vista, lei e Colette sarebbero potute andare d’accordo.

Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, Simone decise coraggiosamente di rimanere a Parigi con Sartre e far parte della Resistenza contro i nazisti. Con la fine del conflitto e il successo del suo primo libro, i due fondarono la loro personale rivista, Tempi Moderni.

Qualche anno dopo, ormai scrittrice affermata, Simone pubblicò il Secondo Sesso, una delle sue opere più pregne di anticonformismo e che sarebbe in seguito diventato il saggio cardine del femminismo; molti lettori, conoscendola per fama e attratti dal titolo, si aspettavano un racconto ricco di aneddoti sessuali, ma rimasero assai delusi ritrovandosi fra le mani un malloppo di oltre mille pagine sulla condizione femminile, basato sull’assunto con cui poi sarebbe passato alla storia: “Donne non si nasce, si diventa!”


“Essere donna non è un dato naturale, ma il risultato di una storia. Non c’è un destino biologico e psicologico che definisce la donna in quanto tale. Tale destino è la conseguenza della storia della civiltà, e per ogni donna la storia della sua vita.” – Simone De Beauvoir


A causa delle sue posizioni così radicali, spesso Simone fu oggetto di aspre polemiche. Ciononostante, continuò a battersi per i diritti delle donne, impegnandosi per far legalizzare l’aborto. Nel 1971 firmò il Manifesto delle 343, in cui 343 donne parigine dichiararono di aver abortito e che quindi avrebbero dovuto essere arrestate.

Il giorno del suo funerale, nel 1986, un fiume di ragazze accorsero per darle l’ultimo saluto e, nel bel mezzo della calca, la scrittrice Élisabeth Badinter urlò: “Donne, a lei dovete tutto!”.

In seguito, fu sepolta nel cimitero di Montparnasse, dove riposa ancora oggi, accanto al suo amato Sartre.


Come donne, Simone De Beauvoir e Colette non avrebbero potuto essere più differenti; eppure, vi sono molteplici passaggi della loro esistenza in cui i loro pensieri si sarebbero trovati particolarmente affini. Del resto, ogni passo nella vita di entrambe ha contribuito a segnare alcune tappe fondamentali per l’emancipazione. Tant’è che la stessa Simone rese omaggio a Colette, esaltando la sua abitudine di descrivere eroine che oppongono un netto rifiuto al sottostare alle regole della società e degli uomini.

Due donne diverse, ma al contempo così simili. Alle quali, è vero, noi ragazze di oggi dobbiamo tutto.


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