The Dark Side of the Moon: l’eccentricità di Luisa Casati Stampa

“Essere diversi significa essere soli. Non amo l’ordinario, quindi sono sola.”


Su Venezia aleggia una strana leggenda: quella di una conturbante e spettrale figura dai capelli rosso fuoco, che soleva passeggiare in piena notte per Piazza San Marco, nuda se non per una pelliccia sulle spalle, con al guinzaglio un ghepardo ricoperto di diamanti e la strada illuminata da servitori nubiani.

Impossibile, si direbbe. Invece, colei che è stata definita “il più bel serpente del paradiso terrestre”, colei a cui è ispirato il personaggio di Isabella Inghirami nell’opera Forse che sì forse che no di Gabriele D’Annunzio, la donna che fu “lei stessa arte” è esistita veramente. Stiamo parlando della Marchesa Luisa Casati Stampa (1881-1957), passata alla storia come la Divina Marchesa.

Senza dubbio un personaggio controcorrente per gli inizi del Novecento, in cui l’emancipazione femminile stava iniziando a farsi sentire attraverso le voci delle suffragette, ma non ancora abbastanza per ottenere le libertà e i piaceri che solo una donna ricca come Luisa poteva concedersi.

Nata Luisa Amman, proveniva da un’agiata famiglia austriaca che si era trasferita a Milano. La madre, originaria di Vienna e dunque abituata ad un certo tenore di ambiente cosmopolita e ricco di cultura, influenzò moltissimo la vita delle due figlie, consentendo loro di crescere in maniera spregiudicata e libere da ogni vincolo. In tal modo, Luisa ebbe la possibilità di studiare ciò che desiderava, innamorandosi di personaggi femminili forti e indipendenti, come lei stessa aspirava ad essere; non a caso, infatti, il suo mito fu Cristina di Belgioioso, cui avrebbe in seguito dedicato il nome della sua unica figlia.

Nel corso dell’adolescenza, le due sorelle si ritrovarono orfane e con una vastissima eredità. In quanto ottimi partiti, attirarono immediatamente le attenzioni dei rampolli dell’aristocrazia e borghesia italiana; infatti, appena ventenne Luisa venne data in moglie al Marchese Casati Stampa, affascinante, colto e ricchissimo. Tuttavia, non passarono che pochi anni, quando la donna iniziò a rendersi conto che il ruolo della moglie non faceva al caso suo: nonostante la nascita della figlia Cristina, Luisa si sentiva soffocare e non aspettava altro che un’occasione per manifestare finalmente la propria personalità reale, tenuta sottochiave troppo a lungo.

L’opportunità si presentò nelle vesti di un grande poeta e scrittore italiano, Gabriele D’Annunzio; i due si conobbero durante una caccia nei pressi di Milano e il loro incontro rappresentò un fulmine a ciel sereno per entrambi, un amore e un sodalizio artistico che sarebbe durato per tutta la vita. In lei, il Vate vide riflessa l’incarnazione del perfetto personaggio decadentista di cui andava narrando nei suoi romanzi, tanto da darle il soprannome Kore, uno dei tanti appellativi di Persefone, regina degli Inferi; in lui, Luisa trovò la vocazione per poter essere, finalmente, sé stessa.

Dopo dieci anni di matrimonio, la Marchesa divorziò dal marito, creando un grosso scandalo, e stabilì di trasferirsi a Venezia, acquistando l’attuale sede del Museo Guggenheim, ossia Palazzo Venier dei Leoni, che si affaccia sul Canal Grande. Ed è proprio qui, finalmente emancipata da qualsiasi forma di controllo, che ha inizio la sua vera vita, straordinaria e rivoluzionaria per l’epoca.

In primis, Luisa rinnovò completamente il suo aspetto. Già alta e snella per natura, con penetranti occhi verdi accentuati da un lieve strabismo, aveva sempre saputo di possedere un certo fascino, tanto che fu una delle poche a scegliere di portare per tutta la vita un taglio corto, quando ancora non andava di moda fra le ragazze più giovani di lei. Ma la Marchesa osò anche di più, tingendosi i capelli di un rosso pari a quello delle fiamme dell’inferno e sfoggiando un trucco decisamente suggestivo. Per rimarcare ancora di più lo sguardo, pare che fosse solita disegnarsi una specie di cerchio nero attorno agli occhi – alle volte posizionava una piccola striscia di velluto nella parte sottostante – e, per dilatare ulteriormente le pupille, che vi versasse dentro alcune gocce di belladonna. Poi si cospargeva di cipria bianca, rendendo l’ovale del viso terribilmente pallido, in perfetto contrasto con le labbra, dipinte invece da un rossetto rosso vermiglio.

Nonostante la moda della Belle Epoque prediligesse colori chiari, il suo guardaroba era prettamente nero, la cui metà costituita da pellicce di diverso taglio e genere; ad oggi, potremmo tranquillamente definirla come la prima Dark Lady della storia. Aveva un modo tutto particolare di agghindarsi, favorendo tuniche plissé, fantasie animalier e bizzarri copricapi arricchiti di pietre e piume. I più grandi stilisti dell’epoca, che lei pagava profumatamente, fecero a gara per realizzarle abiti su misura, rendendola una vera e propria icona fashion.

Da dimora rispettabile, Ca’ Venier Dei Leoni si tramutò nel quartier generale delle sue stravaganze; dando libero sfogo alla propria eccentricità, la Marchesa lo riempì di animali esotici, quali merli albini, pavoni bianchi addestrati a rimanere vicino alle finestre, pappagalli e persino un ghepardo. Fu proprio da qui che nacque il famoso mito delle sue “passeggiate notturne” per San Marco; trattava il felino come se fosse un gatto e il suo celebre collare tempestato di diamanti sarà persino d’ispirazione per un gioiello di Cartier. Per non parlare poi delle sue feste esagerate, dove Luisa si sentiva pienamente in diritto di manifestare il suo spirito anticonformista. I suoi mirabolanti “party” attiravano personalità di spicco da ogni angolo del mondo, tutti curiosi di immergersi per qualche momento nella bolla di assenzio e oppio che la Marchesa concedeva generosamente ai suoi ospiti.

Oltre che una ribelle, Luisa Casati Stampa fu anche una grande mecenate: grazie al suo denaro, commissionò moltissime opere di cui era lei stessa protagonista, arrivando a costruire una vera e propria galleria dove poteva ammirarsi come arte vivente. Musa delle avanguardie, soprattutto dei futuristi, tanto che artisti del calibro di Marinetti, Balla e Boccioni fecero la fila per poterla ritrarre, anche se il più prolifico fu Giovanni Boldini; celeberrimo il suo dipinto La jeune femme au levrier, definito poi dalla critica come una sorta di “anti-Gioconda”. Questo perché, a differenza del quadro di Da Vinci, lo sguardo della Marchesa non è affatto dolce e rassicurante, tutt’altro: impossibile non avvertire un brivido sulla pelle, seguendo quegli occhi terrificanti e selvaggi, che tanto ricordavano i suoi amati felini.


“Occhi lenti, di giaguaro che digerisce il sole.” – Filippo Tommaso Marinetti


Dopo alcuni brevi soggiorni fra Stati Uniti e Capri nel corso della Prima Guerra Mondiale, l’attrattiva di Parigi, cuore pulsante degli Anni Ruggenti, divenne sempre più forte, così Luisa vi si trasferì nel 1923. Qui ebbe la possibilità di frequentare i Surrealisti, come Duchamp, Dalì e Man Ray e ai suoi festini parteciparono anche Picasso e Coco Chanel. Tuttavia, il suo ingente patrimonio iniziava a scarseggiare; per i suoi cinquant’anni, fra viaggi, acquisti di opere d’arte, gioielli, ricevimenti sopra le righe e ricercati cosmetici, i debiti della Marchesa giunsero a sfiorare i 25 milioni di dollari.

Dopo essere stata costretta a vendere tutto ciò che l’aveva sempre contraddistinta, Luisa abbandonò per sempre l’Italia a favore dell’Inghilterra, dove vi risiedevano la figlia Cristina, la nipote e alcuni amici. Il suo stile di vita subì una brusca variazione, dato che visse il resto dei propri anni nell’indigenza, fatta di una piccola stanzetta, vino scadente, pasti frugali e abiti logori; ciononostante, non smise mai di incarnare la Divina Marchesa, nemmeno nella povertà, continuando a truccarsi secondo il proprio caratteristico stile – ora, al posto del velluto, si anneriva gli occhi con il lucido da scarpe – e frugando nella spazzatura alla ricerca di pezzi di stoffa abbandonata per continuare a crearsi abiti degni di ammirazione per chiunque la incontrasse.

Nel corso dei suoi ultimi anni sviluppò una strana passione per le arti occulte; infatti, pare che la sua morte avvenne in seguito a una seduta spiritica, per via di un’emorragia cerebrale. Secondo sue precise disposizioni, la nipote la fece seppellire con l’amato mantello bordato di leopardo e gli occhi truccati, un ultimo sberleffo a quella vita di cui aveva scelto di godere così intensamente.

Sulla sua tomba, un breve passo della tragedia di Shakespeare Antonio e Cleopatra chiuse così il suo passaggio terreno: “l’età non può appassirla, né l’abitudine rendere stantia la sua varietà infinita.


Senza dubbio una donna dalla personalità fuori dal comune, unica e straordinaria. Dispendiosa ed eccentrica, ma degna della più alta ammirazione proprio per aver osato; è grazie alle stravaganze di Luisa Casati Stampa se oggi possiamo considerarci libere di indossare ciò che più ci aggrada, senza alcun pregiudizio.

Da donna abituata a essere sempre al centro dell’attenzione, la Divina Marchesa ha lasciato il palcoscenico senza preoccuparsi delle conseguenze, realizzando appieno il suo ultimo desiderio: anche nella morte, ella continua a essere non solo un’icona di stile, d’ispirazione per i più grandi marchi di moda, ma anche un’opera d’arte tutt’ora vivente.


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