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Bob Marley, l’uomo che unì la Giamaica (e forse il mondo intero).

L’11 Maggio del 1981 Bob Marley lasciava questo mondo per raggiungere Jah ( “Dio” nel rastafarianesimo), ma la sua musica è rimasta immortale, e ancora oggi i suoi messaggi di pace sono simbolo di speranza per tutti noi.

A 43 anni dalla sua scomparsa, ricordiamo il re del reggae ripercorrendo insieme a noi di Radio Nowhere la sua storia e quella delle sue canzoni, anche grazie al biopic “One Love” uscito a Febbraio nelle sale cinematografiche.


Bob Marley in concerto

Quando sua moglie gli chiese da quanto stesse lavorando a quella che sarebbe divenuta Redemption Song,si dice che Bob Marley rispose "Da tutta la vita".

C’era qualcosa in quella canzone che Bob si portava dentro da quando era bambino, quel messaggio al quale non era mai riuscito a dare pienamente una forma,se non con tutta la sua vita. Quella canzone fu il suo unico testamento; alla sua morte nel 1981, 43 anni fa, Marley lasciò Redemption Song, una canzone che,specialmente in questi ultimi tempi, rimane attuale e carica di significato. "Emancipate yourself from mental slavery", il verso più importante del pezzo; "Emancipatevi dalla schiavitù mentale" perché solo in questo modo, abbattendo cioè le barriere che sono nella nostra testa, possiamo abbattere anche le barriere reali, quelle per cui oggi tanto sangue scorre e per cui tante vite vengono stroncate come se nulla fosse.

Per tutta la vita Bob Marley si dedicò a trasmettere questo messaggio: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Luca 12, 28-31). Questo è uno dei precetti fondamentali del Rastafarianesimo, credo religioso del quale Marley faceva parte e di cui era il più fervente “profeta”; e quale modo migliore di trasmetterlo attraverso la musica, il veicolo più forte e allo stesso tempo più umano che ci sia al mondo.

Oggi più che mai il re del reggae va ricordato come un artista che ha saputo come raggiungere i cuori delle persone con la musica e unirli come in una grandissima famiglia. E quale modo migliore di ricordarlo se non andando a vedere il suo biopic, uscito nelle sale lo scorso 22 Febbraio: Bob Marley: One Love. Il film ripercorre il periodo dell’apice del suo successo, il biennio 1976-1978, accompagnato da vari flashback dell’infanzia e degli inizi della sua carriera nella caotica Trenchtown, sobborgo di Kingston. All’epoca il paese era percorso da sanguinose lotte interne fra i sostenitori del Partito Nazionale del Popolo, con a capo Michael Manley, e il partito labourista di Edward Seaga, lotte aizzate anche dalla rivalità fra i potenti gangster della mafia giamaicana. In questo panorama di tensione e guerriglia si inserisce Bob Marley  (interpretato nel film da Kinsley Ben-Adir) e i The Wailers che con la loro musica e il loro messaggio di pace cercano di riunire il suo paese martoriato dalle lotte interne. Al tempo Marley aveva raggiunto una vasta notorietà grazie ad album come Natty Dread(con la canzone “No woman No cry”) e Rastman Vibration, dove egli unì la vivace e colorata musica reggae ai capisaldi pacifisti del credo Rastafariano.

Bob Marley era così diventato un demagogo, per quanto lui lo negasse, e la sua musica era il suo mezzo di comunicazione. Per questo due giorni prima dello Smile Jamaica Concert, un concerto pacifista, Marley, la moglie e i suoi collaboratori subirono un attentato causato sia per motivi politici sia per la diffidenza verso i rastafariani.

Eppure il re del reggae non si fece fermare da qualche pallottola, e cantò lo stesso.

Ma la Giamaica non era più sicura per lui e per la sua musica. Così Bob Marley abbandonò il suo paese per trasferirsi a Londra, dove registrò Exodus ( titolo simbolico, ispirato dall’esodo dell’artista dal suo paese) e Kaya. In questi due album le sonorità reggae sono ancora più cariche di dolorosi messaggi politici, di un esule in terra straniera che osserva inerme il suo paese dilaniato dai conflitti. Ma proprio da questo momento inizia  un periodo di grande fama per Marley, grazie ad un tour in tutta Europa che porta quello che era un umilissimo Tuff Gong ( un mezzosangue, in quanto era figlio di un bianco e di una nera) ad essere Bob Marley.

Non si fermò mai, neanche quando gli diagnosticarono un melanoma al pollice del piede. Bob Marley aveva poco tempo da vivere e tanto ancora da voler dare al mondo. Dopo un iniziale e profondo sconforto Marley ritrovò quella che i rasta chiamavano “irie”, cioè la pace; doveva tornare a casa. E il re ritornò glorioso in Giamaica nel 1978, per terminare quello che aveva iniziato due anni prima: portare la “Irie”. E ci riuscì. Sul palco del One Love Peace Concert, il più grande concerto pacifista che la Giamaica avesse visto negli ultimi tempi, Bob Marley fece stringere la mano a Manley e Seaga, i capi dei partiti politici rivali. E quella notte Bob Marley divenne immortale, anche dopo l’11 Maggio 1981, quando quel melanoma se lo portò via. “Money can’t buy life” le sue ultime parole. Per questo oggi, nel 2024, noi lo ricordiamo non come l’artista, ma come l’uomo che unì e salvò il suo paese con l’unica cosa che possedeva: la musica. 

“All i ever Had:

Redemption songs:

These songs of freedom

Songs of freedom”.


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