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Tra delitti e antiche rovine: l’altra vita di Agatha Christie

Tutti la conoscono come “La Regina del Giallo” per i suoi enigmi insolubili e per i suoi romanzi intrisi di mistero, ma in pochi sono a conoscenza del suo amore per l’archeologia. 

Quando pensiamo ad Agatha Christie, l’immagine è quella di una distinta signora inglese che sorseggia un caldo tè nel salotto del Devon. Se, però, tornassimo indietro nel tempo, tra gli anni Trenta e Cinquanta, scopriremmo che passò gran parte della sua vita a scavare tra le sabbie del Medio Oriente, con stivali infangati e mani sporche di terra millenaria.

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L’archeologia non fu solo un passatempo, ma la disciplina capace di plasmare il genio della scrittrice più letta nel mondo. 

La svolta archeologica di Agatha avvenne nel 1930. Dopo il doloroso divorzio dal militare britannico Archie Christie, padre della sua unica figlia Rosalind, Agatha cominciò a viaggiare per il Medio Oriente. Durante una visita al sito di Ur, ospite del celebre archeologo britannico Leonard Woolley e sua moglie Katherine, incontrò Max Mallowan, un brillante e giovane archeologo di quattordici anni più giovane di lei. I due si innamorarono e nel settembre dello stesso anno si sposarono: un’unione che durò per quarantacinque anni.

Il matrimonio con Mallowan aprì alla scrittrice un mondo completamente nuovo. Da quel momento Agatha partecipò attivamente alla vita degli scavi. In quegli anni frequentò alcuni dei più importanti siti archeologici del Medio Oriente, tra cui Nimrud, Ur e Chagar Bazar. Non fu mai considerata una semplice “moglie al seguito”; divenne una componente operativa di ogni spedizione di Max. Finanziava gli scavi con i guadagni dei suoi romanzi (era già famosa per i suoi gialli), ma soprattutto lavorava sul campo. Con il suo occhio fotografico eccellente e la sua Leica divenne la fotografa ufficiale della squadra, sviluppando le pellicole in condizioni estreme. Catalogava i reperti con precisione scientifica e si racconta che utilizzasse persino la propria crema viso (la Pond’s Cold Cream) per detergere alcuni oggetti antichi: un metodo delicatissimo per rimuovere i detriti senza danneggiare l’avorio.

Nell’aprile del 1952 emerse dal pozzo di Nimrud la testa di una donna, risalente al 720 a.C. circa. Un reperto in avorio di zanna di elefante alto 16 cm che il soprintendente decise di chiamare “Mona Lisa”. Agatha nelle sue memorie ricordò che non ci fu modo di cambiarle nome. È oggi conservata al Museo di Baghdad ed è una delle più grandi teste in avorio mai scoperte.

Ciò che sembrava colpirla di più, però, non erano solo gli oggetti di cui si prendeva cura, erano le persone. Nei campi archeologici poteva osservare le relazioni umane sotto pressione: le rivalità tra studiosi, le tensioni di una convivenza forzata, la struttura gerarchica, ma silenziosa, le piccole ossessioni del quotidiano. Uno scavo archeologico, in fondo, possiede tutti gli elementi perfetti per un romanzo giallo: isolamento, segreti, ambizioni personali e un passato che riemerge dalla terra sconvolgendo i piani dei protagonisti.

Non sorprende, quindi, realizzare quanto l’archeologia influenzò profondamente la sua tecnica narrativa. Il Medio Oriente è spesso protagonista dei suoi romanzi. Gli scavi archeologici appaiono in molte opere di Christie.

Tra le più celebri c’è Murder in Mesopotamia, ambientato proprio durante una spedizione archeologica in Iraq. Il delitto si intreccia con un’atmosfera sospesa, irreale. Una storia in cui il deserto e le rovine antiche sembrano costruire segreti tanto quanto i personaggi. Il sito di Tell Yarimjah presente nel romanzo è costruito seguendo quello di Ur, e la figura distaccata della moglie del Professor Leidner è un alter ego di Katherine Woolley (lei non se ne accorse mai, per fortuna!). 

Le fotografie scattate da Agatha in quegli anni accompagnano perfettamente le ambientazioni scelte per i suoi romanzi. Senza i suoi viaggi in Iraq, Siria ed Egitto, non avremmo capolavori come Poirot sul Nilo e Appuntamento con la morte. Persino l'iconico Assassinio sull'Orient Express fu concepito durante i suoi infiniti spostamenti verso i siti archeologici.

Esiste, inoltre, un parallelismo profondo tra la figura dell’archeologo e quella del detective e Agatha Christie sembra esserne perfettamente consapevole. Entrambi ricostruiscono eventi partendo da frammenti. Si ritrovano a scavare, ad analizzare ogni traccia invisibile o testimonianza incompleta, per riportare alla luce una verità sepolta. Nei romanzi il mistero che Agatha pone al centro funziona proprio come uno scavo. La verità non è immediata, emerge con un ritmo lento e dopo aver rimosso strati di bugie, omissioni e piste false.

Se i romanzi raccontano perfettamente l’amore di Christie per questa materia, per comprenderne davvero il rapporto bisogna leggere il memoir pubblicato nel 1946 Come, Tell Me How You Live (Viaggio in Siria), un resoconto di viaggio in cui descrive i giorni durante le spedizioni in Siria e in Iraq. In questo libro racconta con tono leggero e ironico la vita quotidiana nei campi di scavo: gli interminabili viaggi, il caldo, la fatica, gli imprevisti logistici, l’eccentricità degli studiosi.

Se allontaniamo la sua figura da quella della “Regina del Giallo” emerge la sua natura di donna curiosa, divertita, capace di osservare il mondo con cura attenta e intelligente umorismo. Attraverso questo memoir Agatha Christie si mostra al pubblico con maggiore chiarezza, non solo come autrice di grandi misteri, ma come una appassionata viaggiatrice e meticolosa studiosa. 

L’archeologia e il Medio Oriente furono una componente essenziale nel suo immaginario. Nei deserti della Mesopotamia la scrittrice trovò un modo tutto suo di raccontare il mondo: uno spazio ricco di atmosfere, personaggi e suggestioni. Trovò, soprattutto, un metodo. L’esperienza negli scavi le insegnò che il passato non scompare mai: resta nascosto sotto la superficie, in attesa che qualcuno si sporchi le mani per interpretarne i segni. È lo stesso principio con cui anima i suoi gialli: ogni dettaglio custodisce un frammento per ricostruire la verità.

Mentre l’Inghilterra la celebrava come scrittrice di fama mondiale, Agatha Christie trovava la propria felicità nel silenzio di una ziggurat e nell’emozione di vedere riemergere dalla polvere un oggetto antico. 

Diceva scherzando: “Un archeologo è il migliore tra i mariti che una donna possa avere: più lei invecchia, più lui s’interessa a lei”.

Dietro a quella battuta si nascondeva un significato più profondo. Agatha Christie non ha solo scritto storie immortali: ha contribuito anche alla conservazione di un patrimonio artistico e archeologico straordinario. Molti degli avori oggi custoditi al British Museum devono la loro conservazione alla cura meticolosa di quella signora inglese che, tra un capitolo e l’altro, amava sporcarsi di polvere e perdersi nel passato.


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