Here Comes the Sun: il giorno in cui tornò il sole
L'inverno del 1969 in Inghilterra era stato lungo e particolarmente difficile da affrontare: forti nevicate che paralizzarono diverse zone del Paese, freddo intenso, un marzo tra i più freddi del XX secolo e frequenti bufere e tempeste di neve e ghiaccio. Anche quello che ai tempi era il gruppo più famoso del mondo attraversava una burrasca: dopo il successo planetario, infatti, le pressioni e

sterne e le tensioni interne ai Beatles,
dai dissidi creativi, ai problemi gestionali, fino alla rottura degli equilibri personali, stavano diventando insostenibili.
La morte del loro manager Brian Epstein avvenuta solo due anni prima, aveva lasciato un vuoto difficile da colmare e stavano iniziando a germogliare attriti, a causa della lotta di leadership tra John Lennon e Paul McCartney, dell'insofferenza per la presenza costante in studio di Yoko Ono e dei desideri di realizzazione
personale, ad esempio di George Harrison che aveva espresso il desiderio di intraprendere una carriera solista. Queste dinamiche conflittuali rischiavano di portare allo scioglimento del gruppo, che stava quindi affrontando un periodo di riunioni quotidiane per questioni artistiche e controversie economiche legate alla gestione del patrimonio, in una battaglia legale che ne stava dilaniando i componenti.
Fu in questo contesto che, una mattina di primavera, Harrison ebbe la sensazione di non riuscire più a respirare, decise di non presentarsi alla seduta del consiglio di amministrazione di Apple, la casa discografica da poco fondata dalla band, lasciò Londra e fece quello che facciamo tutti quando ci sembra di aver perso la speranza: si rifugiò a casa di un amico.
Quel giorno, nel Surrey, ci fu un momento in cui la luce del sole oltrepassò i rami degli alberi appena risvegliati dal gelo e il cielo sembrò ricordarsi di essere azzurro, proprio mentre i due
stavano chiacchierando e suonando in giardino. Anche l’amico, infatti, era un musicista: Eric Clapton, artista di fama mondiale, ma soprattutto una delle poche persone di cui George si fidasse davvero. Tra loro esisteva un legame fatto di musica, silenzi e della reciproca comprensione tra due persone che hanno imparato a riconoscere nell'altro la stessa stanchezza per il rumore del mondo. Vedendo la natura rinascere in modo tanto puro, Harrison imbracciò una delle chitarre acustiche di Clapton e cominciò a suonare improvvisando sulla melodia le prime parole: Here comes the sun. Ecco che arriva il sole.
“È stato semplicemente il rilascio di tutta la tensione accumulata – dichiarò successivamente raccontando da dove era venuta l'ispirazione - c’era il sole, presi in mano uno strumento dopo settimane e fu semplicemente la prima cosa che venne fuori”.
Anche il testo è essenziale: poche parole
ripetute quasi come un mantra mentre le note, costruite con un arpeggio leggero, intrecciano un tessuto luminoso e richiamano una profonda sensazione di quiete, probabilmente ciò che ha reso il brano un manifesto di quella che oggi chiamiamo mindfulness. Non ci sono metafore complesse né immagini ricercate, solo il racconto della primavera, più che come una stagione come uno stato d'animo: ecco che il sole torna a farsi vedere, dopo mesi di buio, dopo un inverno che sembrava non finire, dopo un periodo in cui ogni cosa sembrava pesare più del dovuto.
“Here Comes the Sun” fu registrata tra il luglio e l'agosto successivi negli studi di Abbey Road. Harrison incise voce e chitarra acustica con McCartney al basso e ai cori e Starr alla batteria e alle percussioni, mentre Lennon, ancora convalescente dopo un incidente automobilistico, non prese parte alle registrazioni. A impreziosire il brano fu poi
l'intervento di George Martin, che sovraincise un tessuto orchestrale composto da flauti, ottavini, clarinetti, viole, violoncelli e contrabbasso, oltre all'uso del sintetizzatore Moog. Sono numerosi i critici che, tuttora, considerano questo arrangiamento uno dei più raffinati della musica pop: un lavoro capace di arricchire il pezzo senza sottrargli la sua autenticità, ma custodendo intatta l'anima di un uomo che suona la chitarra in giardino.
Pubblicata nel settembre dello stesso anno nell'album “Abbey Road” non fu scelta come singolo; tuttavia, con il passare del tempo, sarebbe diventata una delle canzoni più amate dell'intero repertorio del gruppo e oggi è il loro pezzo più ascoltato sulle piattaforme digitali, oltre che la colonna sonora di film, cerimonie, spot pubblicitari e di tutti quei momenti della vita in cui sentiamo che il nostro cielo si è aperto o sta per farlo.
Le tensioni che avevano appesantito
quell'inverno, però, non si sciolsero con l'arrivo della bella stagione: “Abbey Road” fu l'ultimo album registrato insieme dai Fab Four e, il 10 aprile del 1970, McCartney divulgò un comunicato stampa sotto forma di self interview, in cui annunciava pubblicamente la sua uscita dalla band, sancendone di fatto lo scioglimento.
Nonostante il piccolo miracolo di tenere insieme il gruppo non le fosse riuscito, la canzone sembrò comunque incarnare un'idea di benessere e ottimismo così universale che nel 1977 l'astronomo Carl Sagan propose di inserirla nel “Voyager Golden Record”, il disco d'oro inviato nello spazio a bordo delle sonde Voyager come testimonianza della civiltà umana; i Beatles furono entusiasti della proposta, ma alcuni intoppi legati ai diritti d'autore impedirono che la canzone partisse davvero verso le stelle, quando la sonda fu lanciata. Due anni più tardi, quasi come a strizzare un occhio a
quell’occasione mancata, Harrison avrebbe inciso “Here Comes the Moon”, un ideale seguito del brano che lo aveva reso immortale.
Ma una canzone la cui storia era stata semplice fin dall’inizio non aveva bisogno di arrivare nello spazio: nata in una delle giornate più ordinarie della storia del rock, dopo mesi in cui tutto sembrava immobile, grazie solo a una breve fuga, a un minuscolo atto di ribellione si accontentava di essere lì in quel piccolo giardino inondato di sole del Surrey. Eppure è stata capace di raggiungere il luogo più difficile, cioè l’istante in cui ci sembra di non sentire più il freddo e, anche se non sappiamo ancora da dove, ci accorgiamo che la luce è tornata.


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