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Il grande bluff di Pulse of Gaia (EX Hellwatt): storia del festival mai cominciato.

9 minuti fa
Tempo di lettura: 8 min

Un percorso fatto di cambi di nome, comunicati opachi e commissioni trattenute. Quanto costa davvero un concerto che non c'è mai stato? Un festival può fallire prima ancora che venga montato il palco. Può fallire nella fase più delicata: quella in cui si annuncia un programma, si vendono i biglietti, si promettono grandi artisti e si chiede al pubblico di fidarsi. La storia dell’evento nato come Hellwatt Festival, poi diventato "Summer Shows" e infine Pulse of Gaia, sembra appartenere proprio a questa categoria. Un progetto presentato come uno degli appuntamenti musicali più ambiziosi mai organizzati in Italia, con artisti internazionali e decine di migliaia di spettatori attesi alla RCF Arena di Reggio Emilia, si è concluso con l’annullamento di tutte le date. Il problema, però, non è soltanto che i concerti siano saltati. Il problema è il modo in cui si è arrivati a quella decisione e il prezzo che, ancora una volta, rischiano di pagare soprattutto gli spettatori.

Un progetto cresciuto più velocemente delle sue fondamenta

Fin dall’inizio, diversi mezzi d’informazione e operatori del settore avevano evidenziato dubbi sull’organizzazione del festival e sulle competenze di chi ne aveva assunto la direzione artistica. Victor Yari Milani, indicato come direttore artistico, si trovava alla prima esperienza nella gestione di un evento di queste dimensioni. L’inesperienza, di per sé, non dovrebbe rappresentare una colpa. Molti progetti innovativi nascono da persone nuove e da idee non convenzionali. Ma quando si parla di eventi da centinaia di migliaia di spettatori, con artisti internazionali, piani di sicurezza complessi, contratti milionari e responsabilità logistiche enormi, l’improvvisazione non è un’opzione sostenibile.Le criticità emerse nel corso dei mesi hanno riguardato comunicazioni contraddittorie, modifiche al programma, dubbi sulla vendita dei biglietti e un aumento dei costi rispetto alle previsioni iniziali. A maggio, C.Volo, la società che gestisce la RCF Arena, ha allontanato Milani, contestando una gestione ritenuta approssimativa. Il punto non è stabilire, senza un’inchiesta completa, chi abbia avuto torto o ragione in ogni singolo passaggio. Il punto è che una struttura di questo livello avrebbe dovuto verificare prima la solidità del progetto, le competenze dei responsabili e la sostenibilità economica dell’operazione.Invece, il pubblico ha assistito a un festival che cambiava identità mentre i biglietti erano già in vendita. Tre nomi per un unico progetto (Hellwatt Festival, Summer Shows e Pulse of Gaia), in una sequenza che ha trasmesso più confusione che affidabilità.

La responsabilità non può fermarsi al direttore artistico

Dopo la cancellazione, il rischio è che tutto venga ricondotto alla figura del direttore artistico. Sarebbe una spiegazione comoda, ma probabilmente insufficiente. Un evento di questo tipo non è il prodotto di una sola persona. È il risultato di decisioni prese da società, partner finanziari, gestori della struttura, consulenti, organizzatori, istituzioni e soggetti che autorizzano o sostengono l’iniziativa. La domanda, quindi, non è soltanto chi abbia sbagliato nella gestione del festival. La domanda più importante è chi avrebbe dovuto accorgersi prima che qualcosa non funzionava. La RCF Arena non è uno spazio privato qualsiasi. È una struttura strategica per il territorio, sostenuta anche da risorse pubbliche e inserita in un sistema di aziende e soggetti economici locali. C.Volo è partecipata da diversi soci, tra cui Coopservice, che negli anni ha sostenuto la società anche attraverso finanziamenti significativi. Questo non significa che ogni investimento privato debba essere protetto da un ente pubblico, né che un progetto imprenditoriale non possa fallire. Significa, però, che quando un’iniziativa viene presentata in sedi istituzionali, coinvolge una struttura di interesse territoriale e punta ad attirare centinaia di migliaia di persone, il livello di controllo e trasparenza dovrebbe essere molto più alto. Il Comune di Reggio Emilia ha ospitato la presentazione dell’evento e ha continuato a dichiarare fiducia nella RCF Arena. La domanda che molti cittadini e spettatori si pongono è se quella fiducia sia stata accompagnata da verifiche adeguate.Non si tratta di attribuire automaticamente responsabilità amministrative al Comune o di sostenere che Coopservice abbia commesso illeciti. Si tratta di chiedere conto delle valutazioni effettuate prima di sostenere, promuovere o finanziare un progetto così esposto.

Il denaro investito e il rischio scaricato sugli altri

Le cifre riportate dai mezzi d’informazione descrivono un’operazione estremamente onerosa. Solo gli anticipi per i cachet degli artisti avrebbero raggiunto diversi milioni di euro, a cui aggiungere allestimenti, produzione, comunicazione, materiali tecnici e organizzazione. Nel frattempo, C.Volo avrebbe accumulato disavanzi per circa 2,2 milioni di euro. Sono numeri che rendono ancora più difficile comprendere come sia stato possibile avviare un progetto tanto ambizioso senza una comunicazione pubblica chiara sulla situazione economica e sulle garanzie disponibili. In questi casi, il rischio imprenditoriale dovrebbe essere assunto da chi prende le decisioni e dispone degli strumenti per valutarlo. Ma spesso, quando un progetto fallisce, le conseguenze si distribuiscono su soggetti che hanno avuto un ruolo molto più marginale.A pagarne il prezzo possono essere i lavoratori coinvolti nell’organizzazione, gli albergatori, i ristoratori, i fornitori, le imprese locali e, soprattutto, gli spettatori che hanno acquistato i biglietti.È questo il meccanismo più ingiusto: chi decide può rivendicare il carattere "imprevisto" degli eventi, mentre chi ha semplicemente comprato un biglietto si ritrova a dover dimostrare di avere diritto a riavere i propri soldi.

Il pubblico non perde soltanto il prezzo del biglietto

Quando un concerto viene cancellato, la comunicazione ufficiale tende a ridurre tutto al rimborso del biglietto. Ma l’acquisto di un biglietto per un grande festival raramente è una spesa isolata. Molti spettatori arrivano da altre città o dall’estero. Prenotano treni, voli, alberghi, bed & breakfast, auto a noleggio e trasferimenti. Organizzano cene, acquistano pacchetti turistici e prendono giorni di ferie. Nel caso di Pulse of Gaia, gli albergatori di Reggio Emilia hanno parlato di un danno consistente, con numerose prenotazioni cancellate dopo l’annullamento delle date. Ma anche per gli spettatori il danno può essere significativo. Il rimborso del biglietto, quando arriverà (se arriverà), non cancella automaticamente le altre spese. E soprattutto non restituisce il tempo perso, le ferie organizzate, i viaggi programmati né la fiducia accordata a chi aveva messo in vendita l’evento. Secondo una comunicazione pubblicata dalla RCF Arena, le operazioni di rimborso dovrebbero essere completate entro il 30 ottobre, a causa dell’elevato numero di richieste. Per chi aveva pagato mesi prima, questo significa attendere a lungo per riottenere denaro già versato.Anche il tema delle commissioni di prevendita ha generato proteste e dubbi. In molti casi, infatti, al danno per la cancellazione dell’evento si aggiunge la beffa: il costo della prevendita non viene rimborsato, lasciando il pubblico a dover sopportare una perdita economica secca per un servizio di cui non ha potuto usufruire.

La prevendita come finanziamento e il guadagno sul nulla

La prevendita è diventata una componente strutturale del settore degli eventi: serve a misurare l’interesse del pubblico, a finanziare la produzione e a garantire liquidità agli organizzatori. Tuttavia, quando un evento salta del tutto senza che le commissioni vengano restituite, il meccanismo rischia di trasformarsi in una forma di finanziamento a fondo perduto a carico del pubblico.

Non è un caso isolato

La vicenda di Reggio Emilia non è un episodio completamente nuovo nel mondo dei grandi festival.Nel 2017 il Fyre Festival, alle Bahamas, venne venduto come un’esperienza esclusiva e irripetibile, con influencer, modelli e promesse di lusso. Gli spettatori, una volta arrivati, trovarono una situazione completamente diversa da quella pubblicizzata: infrastrutture insufficienti, servizi inesistenti e un evento sostanzialmente imploso prima ancora di iniziare. Il caso portò a procedimenti giudiziari e alla condanna dell’organizzatore per frode.Nel 2019 anche Woodstock 50, pensato per celebrare il cinquantesimo anniversario del festival storico, venne cancellato dopo mesi di problemi finanziari, cambi di sede, difficoltà organizzative e contrasti con i partner. L’evento non riuscì a superare la distanza tra l’ambizione del progetto e la sua concreta sostenibilità.Sono storie diverse, con responsabilità e contesti differenti. Non è corretto sovrapporle completamente a Pulse of Gaia. Ma hanno un elemento comune: la promessa pubblica arriva prima della verifica reale delle condizioni necessarie per mantenerla. E quando il progetto fallisce, i costi non ricadono soltanto su chi lo ha ideato. Ricadono su un’intera filiera e soprattutto sul pubblico, che spesso scopre troppo tardi quanto sia fragile la tutela di cui dispone.

La responsabilità delle istituzioni

Un’amministrazione pubblica non può garantire il successo di un festival privato. Può però pretendere trasparenza quando il progetto ha un impatto rilevante sul territorio. Prima di concedere patrocini, utilizzare sedi istituzionali o promuovere un grande evento, sarebbe opportuno conoscere chi sono i responsabili effettivi dell’organizzazione, quali esperienze hanno maturato e quali contratti siano stati firmati con gli artisti. Sarebbe inoltre necessario sapere quali garanzie esistano per il pubblico, quali coperture assicurative siano state attivate, come vengano gestiti i ricavi della prevendita e cosa accada in caso di cancellazione. Non si tratta di trasformare il Comune in un organizzatore di concerti. Si tratta di evitare che un progetto privato venga presentato come un’occasione di rilancio territoriale senza che nessuno sia chiamato a spiegare con chiarezza quali rischi comporti. Dopo la cancellazione, dire che "non sussistono le condizioni necessarie" è una formula troppo generica per un evento che aveva già messo in moto milioni di euro, migliaia di persone e un’intera città. Il pubblico merita di sapere quali condizioni siano venute meno: la sicurezza, i contratti, la sostenibilità economica, le autorizzazioni, la disponibilità degli artisti o la capacità organizzativa. La trasparenza non è un dettaglio comunicativo. È parte della responsabilità.

Cosa dovrebbe cambiare

La vicenda Pulse of Gaia dovrebbe servire a rivedere le regole dei grandi eventi, non soltanto a individuare un capro espiatorio. Prima dell’apertura della prevendita dovrebbero essere richieste garanzie finanziarie adeguate e una quota dei ricavi dovrebbe essere mantenuta in fondi separati e vincolati per i rimborsi. In caso di cancellazione, le procedure dovrebbero essere automatiche e non costringere gli acquirenti a compilare moduli complessi o a rincorrere informazioni frammentarie. Dovrebbe inoltre essere chiarito fin dall’inizio se il rimborso comprende il prezzo del biglietto, le commissioni di prevendita e gli eventuali costi aggiuntivi. Nei festival internazionali sarebbe utile prevedere anche forme di copertura per le spese di viaggio e alloggio, spesso molto più elevate del costo del biglietto.Servirebbero, infine, controlli preventivi più stringenti sui piani di sicurezza, sulla sostenibilità economica e sulle reali competenze dei soggetti incaricati dell’organizzazione. Il pubblico non può essere considerato soltanto una fonte di liquidità. Chi compra un biglietto acquista una promessa: una data, un luogo, un programma e un’esperienza. Se quella promessa non può essere mantenuta, il rimborso dovrebbe essere rapido, completo e accompagnato da una comunicazione onesta.

La lezione di Reggio Emilia: oltre il danno, la fiducia perduta

Il fallimento di Hellwatt, poi Pulse of Gaia, non è soltanto la storia di un evento cancellato. È la storia di un sistema che ha lasciato correre troppi segnali d’allarme prima di fermarsi. Un nome cambiato più volte, un direttore artistico rimosso, artisti cancellati, dubbi sulla sicurezza, costi crescenti, comunicazioni frammentarie. Una struttura con conti già complessi. E, alla fine, decine di migliaia di persone costrette ad aspettare il proprio denaro. Ma oltre al danno economico immediato c’è una perdita più difficile da quantificare, quella della fiducia. La fiducia degli spettatori nelle organizzazioni del territorio. La fiducia degli albergatori, dei fornitori e delle imprese che investono sulla capacità di una città di ospitare grandi eventi. La fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni che scelgono di sostenere, promuovere o difendere questi progetti. Il problema rischia inoltre di estendersi oltre Reggio Emilia. Ogni grande evento cancellato dopo mesi di annunci, prevendite e comunicazioni poco chiare contribuisce a rafforzare l’idea che in Italia sia impossibile organizzare manifestazioni di questo livello con serietà, trasparenza e professionalità. Se questa percezione si consolida, le conseguenze non saranno soltanto economiche. Il pubblico potrebbe iniziare a puntare su altri Paesi, altre città e altri

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organizzatori, preferendo luoghi in cui le garanzie appaiono più solide e le responsabilità più definite.L’Italia possiede strutture, competenze, pubblico e artisti per ospitare grandi festival internazionali. Quello che sembra mancare, in alcuni casi, è la capacità di costruire questi eventi su basi realmente sostenibili.Un festival può anche essere cancellato. Quello che non dovrebbe mai essere cancellato, insieme all’evento, è il rispetto per chi lo ha pagato. E soprattutto non dovrebbe essere sacrificata la fiducia di un pubblico che, dopo una vicenda come questa, potrebbe scegliere di rivolgersi altrove.

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