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I fantasmi di Mark Lanegan

"Il sole se n'è andato, e questo è tutto quello che so davvero

Niente angeli nell'aria

Con cuori buoni come l'oro

Più ti avvicini ai cancelli

Più i cancelli sono chiusi"

El Sol.


La prima volta che ascoltai Whiskey for the Holy Ghost mi trovavo in un periodo dove ero ridotto mentalmente a pezzi, tra relazioni andate in fumo ed in uno stato mentale di isolamento, dove spesso la presenza di altre persone mi rendeva nervoso, passare giornate intere da solo non faceva che peggiorare le cose. Un giorno il proprietario del negozio di dischi di fiducia mi fece il regalo di propormi questo album dalla copertina evocativa, nient'altro che una bottiglia di whiskey, delle sigaretta fumanti in un portacenere ed una Bibbia su un tavolo. L'album si apriva così con uno spavaldo fischio sopra un carillon a tinte horror, poi una voce incredibilmente profonda e addolorata si tuffava in una catarsi di cinquanta minuti cantando proprio quello che stavo provando da mesi.

Whiskey for the Holy Ghost del 1994 è l'apice discografico di Mark Lanegan, musicista e cantante nato a Washington nel 1964, dove ha prima ha fatto parte della scena Grunge di Seattle con gli Screaming Trees, per poi intraprendere una carriera da solista, che lo ha reso tra i protagonisti, seppur di "nicchia", degli anni 90. Nella recente autobiografia del 2021, Sing Backwards and Weep, Lanegan si racconta con schiettezza e senza risparmiarsi, guardando in faccia i propri demoni, dando in pasto ai fan un ritratto di una personalità piena di debolezze, con una lunga dipendenza dall'eroina, non esitando ad ammettere di aver sfruttato amici, Kurt Cobain fra tutti, che tra l'altro lo adorava, dichiarandosi colpevole nell'aver contribuito alla sua discesa infernale con la droga. Non mancano racconti di elemosina e notti passate in strada senza un soldo, ma è soprattutto un'etica sull'arte e una passione per la musica, con descrizioni lucide sugli incontri con artisti che saranno d'ispirazione a colpire. E' proprio l'animo acustico di Nick Drake, Leonard Cohen, o voci libere come Tim Buckley, solitarie come Tim Hardin e Dino Valente, con l'animo più cupo di Nick Cave a ricamare di elogi, voci che farà sue, intingendole nel suo personale Country Blues. Nell'album, il suo secondo da solista e seguito del suo pregevole esordio The Winding Sheet del 1990, oltre alle doti canore e l'originale intreccio di chitarre Desert Blues, sono i testi a colpire, Lanegan si dimostra un grande paroliere, con un linguaggio semplice, a tratti biblico, riuscendo ad elaborare il proprio dolore in modo incredibilmente lucido e poetico, in un esercizio vocale sommesso ed espiatorio: "Mamma morente che respira a malapena in un letto di chiodi/Per vagare attraverso la rovina fumante e pallida/Sono venuto su un angelo e un usignolo/Indietro dove arriva l'oscurità/Tra la terra e il cielo/Un peso morto sulle ossa del mio corpo/Penso di aver scavato una buca troppo in profondità/Penso di aver scavato troppo in profondità", canta nella dilatata Riding the Nightingale, dove si fa sentire l'influenza più marcata del Tim Buckley di Blue Afternoon, mentre la splendina Carnival e la straripante Borracho sono le canzoni che più delle altre risentono dell'influenza Grunge proveninte dal suo passato con gli Screeming Trees: "I guai arrivano lentamente/Una luce eterna viene a risplendere su di me/ Luminosa al mattino/e a te che non ne hai bisogno fottiti/un whiskey per ogni fantasma/e mi dispiace di quello che ho fatto/Perché sono io che so quanto è costato". Kingdoms of Rain è dove in più di tutte si ritrova l'influenza sepolcrale di Nick Cave "Sono quelle aureole nei capelli o diamanti che brillano lì, senza una speranza, senza una preghiera, questa pioggia picchia come la morte". La cullante House a Home ci dondola su qualche veranda della provincia americana fino alla classica El sol e le notturne Dead on You e Shooting Gallery, che sembra intinta di Bourbon e nicotina. Sunrise è uno dei punti più alti dell'album, in un crescendo emotivo scandito dal violino e controvoce femminile: "Mi chiedo dove sei, alba, mentre il deserto dorme, il salice solitario piange al sorgere del sole", sembra di essere catapultati nello scenario di Chiedi alla polvere di John Fante. In Pendulum si fa sentire il fantasma di Johnny Cash "Gesù Cristo è stato qui e se n'è andato, che prezzo doloroso da pagare/ Ha lasciato la sua vita in un temporale, lacrime fredde ed occhi scuri in su, pendolo oscillante" fino alla chiusura astratta ed agghiacciante di Beggar's Blues, dove la voce di Lanegan si fa più minacciosa, sta rompendo con qualcuno e sembra deciso a vagare da solo per il suo inverno, immaginando la sua solitudine come una catena di vagoni ferroviari lunghi dieci miglia. il Country Folk qui è spogliato e avvolto di nebbia, lento e carico di emozione.

Da segnalare è il grande lavoro del bassista Mike Johnson, già da qualche anno nei Dinosaur Jr per rimpiazzare Lou Barlow, qui invece alle chitarre acustiche, slide e saltuariamente al piano ad impreziosire un album prodotto benissimo, con aggiunte strumentali mai invadenti, come il bellissimo violino di Dave Kreuger in House a Home, o il sassofono di Mike Stinnett nell'elegia di Sunrise. Ci sono stati momenti dell'album in cui avrei voluto togliere la voce di Mark Lanegan ed accarezzarla, e proprio come nella sua autobiografia ci sono ringraziamenti ad artisti che hanno partorito album che l'hanno tenuto in vita e fatto uscire dai periodi più bui come Closer o Pink Moon, credo sia giusto ringraziare lui per essere riuscito a fare lo stesso con me e con molte altre persone. Nell'ultimo ventennio Mark Lanegan si è cimentato in vari progetti, su tutti quello con i Queen of the Stone Age, e collaborazioni non sempre all'altezza; una chicca è la rivisitazione di Pelle con Manuel Agnelli per il tributo di Hai paura del buio degli Afterhours di qualche anno fa, da segnalare l'interessante album elettro industrial Downwelling, con il producer italiano Alessio Natalizia (Not Waving) del 2019, ma Whiskey for the holy ghost rimarrà probabilmente l'uscita discografica migliore della sua vita. Mark ha lasciato questo mondo lo scorso febbraio a 57 anni, per l'occasione il quotidiano Repubblica ha pubblicato una rara intervista di qualche tempo prima, dove Mark appariva rasserenato e con un mezzo sorriso, con il suo consueto tono sommesso in quanto alla morte ha detto: quando arrivi alla mia età è un sacco di tempo, sarei molto triste se non dovessi morire ad un certo punto...


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