Il rumore del silenzio e il jazz che non fa dormire
C’è un momento preciso, ascoltando l’ultimo lavoro di Alberto Masala, in cui la musica smette di essere un semplice ascolto e diventa un pugno nello stomaco. Succede con la traccia ‘Non nel mio nome’. Nessuna introduzione, nessun filtro: solo una voce roca, scarna, profondamente sarda eppure universale, che si incastra tra i graffi del clarinetto di Marco Colonna e i tempi spezzati delle percussioni di Fabrizio Spera. In quel momento capisci che ‘RASIL’ – album uscito a metà maggio 2026 per l’etichetta trameAltre – non è un disco da mettere in sottofondo mentre prepari la cena o rispondi alle email.

Viviamo in un’epoca musicale anestetizzata. Gli algoritmi dello streaming ci cullano con playlist create appositamente per non disturbare, per fare da tappeto sonoro alle nostre giornate. La musica d'impegno sembra un cimelio del passato, un ricordo sbiadito degli anni Settanta sostituito da un pop patinato che preferisce non esporsi per non perdere follower o contratti pubblicitari. Poi arriva un poeta ultrasettantenne nomade come Masala – uno che ha fondato il Link Project a Bologna, ha tradotto Kerouac e Ferlinghetti e ha passato la vita a usare la parola come forma di resistenza – e ci sbatte in faccia la realtà con la forza di un uragano.
‘RASIL’ prende il nome da una bambina palestinese di otto anni, uccisa a Gaza poche ore prima di un cessate il fuoco arrivato troppo tardi per lei. Già il titolo è una dichiarazione di guerra all'indifferenza.
Una scelta che trova un riscontro concreto anche nella destinazione del progetto: l'intero ricavato della vendita del disco, infatti, viene devoluto a sostegno di progetti umanitari e di assistenza medica in Palestina.
È il segno che per Masala, Colonna e Spera l'impegno non si ferma alla teoria o alla suggestione artistica, ma vuole incidere, per quanto possibile, sulla realtà materiale di quel territorio. I tre musicisti non cercano il consenso né la melodia rassicurante. Costruiscono invece un requiem laico, un’opera di poesia sonora in tredici tracce dove il free jazz più radicale incontra la durezza della cronaca.
La forza di questo progetto sta proprio nel rifiuto di ogni compromesso. In brani come ‘Canto’ o ‘ E piange Gaza’ non c'è traccia della commiserazione distaccata dei telegiornali della sera. C’è una rabbia viscerale, antica, che sembra salire dalla terra. La batteria di Spera non tiene il tempo; evoca crolli, macerie, battiti cardiaci accelerati dal terrore. Il sassofono e il clarinetto di Colonna non cercano l'assolo virtuoso: urlano, piangono, imitano la voce umana nelle sue espressioni più estreme di dolore e rivolta. E sopra a tutto si staglia Masala. La sua non è una lettura di poesie, è una performance sciamanica. Le parole pesano come macigni quando evoca gli ulivi sradicati, la polvere che soffoca il futuro, i silenzi spettrali che seguono le esplosioni.
Si potrebbe obiettare che un disco del genere sia difficile, ostico, persino respingente al primo ascolto. Ed è esattamente così. Deve esserlo. L’arte autentica non ha il compito di consolarci o di farci passare una serata piacevole: ha il dovere di metterci scomodi. ‘Se dico quella Terra’ è un brano che fa male, che scuote la coscienza di chi ascolta e costringe a guardarsi allo specchio, a fare i conti con una complicità morale fatta di silenzi e sguardi voltati altrove.
In questo senso, l'incontro tra la parola di Masala e l'improvvisazione jazz dei suoi compagni di viaggio è una simbiosi perfetta. I tre si muovono insieme, guidati dallo stesso istinto. Non c'è nulla di accademico o studiato a tavolino: si sente che ogni nota, ogni inflessione vocale e ogni pausa nascono dall'urgenza di lasciare una testimonianza che non poteva più essere trattenuta.
RASIL è una scossa necessaria nel panorama culturale di oggi. È un disco monumentale, doloroso e tragicamente attuale. Ci ricorda che la voce può essere ancora una trincea e che, finché ci saranno artisti disposti a urlare il proprio dissenso nelle fessure della storia, l'indifferenza non avrà vinto del tutto. Spegnete le luci, mettete le cuffie e lasciatevi colpire. Ne abbiamo un disperato bisogno.


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