Da Valery a Alexanderplatz: storia di una metamorfosi
- Chiara Iannaccone

- 8 ore fa
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Era il 1982 quando la voce potente e drammatica di Milva raccontò per la prima volta la solitaria camminata nella capitale della Repubblica Democratica Tedesca Berlino che sarebbe diventata una delle canzoni più iconiche del suo repertorio: quella “Alexanderplatz” firmata dalla geniale penna di Franco Battiato e del suo storico paroliere Giusto Pio.
Prima di diventare l’opera immortale che ancora oggi è capace di far respirare l’aria gelida di un mondo diviso, la canzone si chiamava “Valery” ed era il delicato e malinconico ritratto di una ragazza trans nella Bologna dei primi movimenti di liberazione omosessuale. Una ballata poetica nella quale il cantautore Alfredo Cohen tratteggiava affettuosamente la vita dell’artista e attivista Valerie Taccarelli e che era inserita nell’album del 1977 “Come barchette dentro un tram”, musicato proprio da Battiato.
Di origine torinese Cohen, all'anagrafe Alfredo D'Aloisio, era stato tra i fondatori del FUORI! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) e il suo stile appariva come asciutto e intimo, quasi sul modello della canzone francese. Tra le prime voci dell’identità trans e omosessuale italiana, conobbe Valerie quando lei aveva solo quindici anni e militava nei circoli poi sfociati nel Cassero LGBT Center di Bologna. Le diede alloggio nella propria casa e la sua ispirazione nacque guardandola impegnata in attività semplici e quotidiane come le faccende domestiche: queste immagini banali, ma di grande tenerezza, entrarono nel testo di “Valery” e contribuirono a raccontarne la ricerca di dignità e il desiderio di fuggire da un mondo ostile.
Fu proprio in quel tendere all’altrove a fare avere a Battiato un’intuizione artistica: quel clima emotivo di solitudine urbana, fragilità e smarrimento notturno potevano essere portati a un livello più universale. Quell’atmosfera di quieto straniamento poteva essere estesa dalla storia personale alla Storia con la “S” maiuscola, alle vicissitudini di una nazione spaccata in due e dunque di tutti i popoli che subiscono scelte politiche altrui.
La canzone venne dunque riscritta e rielaborata: il nome non era più quello di una donna, ma quello della grande piazza di Berlino Est, lo stare in disparte con grazia di Valery divenne il girovagare di una protagonista senza nome che, nonostante stesse camminando, sembrava rimanere immobile. Le situazioni erano descritte in maniera più astratta, ma la cornice era quella pesante della cortina di ferro; gli arrangiamenti erano orchestrali, ma capaci di creare un ambiente sospeso. E a consacrare definitivamente il capolavoro arrivò la voce di Milva, interprete amatissima da Battiato, che con la sua interpretazione drammatica e vibrante, trasformò “Alexanderplatz” in un simbolo di alienazione, libertà, ricerca della propria identità e desiderio di appartenenza.
Ci sono canzoni che hanno due vite, ma forse non è il caso di questo iconico brano. Forse non ha due storie diverse, forse non è nato due volte: forse ha semplicemente cambiato pelle, ma i passi di Valery e quelli della donna sconosciuta sono gli stessi. Solitari e tormentati ma dignitosi passi, che possono essere anche quelli di tutti noi, in un mondo che alza muri e sogna fughe.
Valerie Taccarelli ha raccontato che Cohen, prima di permettere a Battiato di mettere mano al pezzo, andò a trovarla per chiederle la sua opinione: disse subito di sì, aggiungendo che sarebbe stata onorata che la Divina Milva lo interpretasse. Valerie, che qualcuno voleva far vivere ai margini, è stata cantata in tutto il mondo, ha oltrepassato confini, cambiato volto, parlato lingue diverse. Divisa come Berlino. Grande la sua piazza. Sfaccettata come la Storia.

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