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Diane Nguyen non è solo la bussola morale di BoJack Horseman

1 ora fa
Tempo di lettura: 4 min

“Penso che ci siano persone che ti aiutano a diventare la persona che sei e che poi sia giusto che restino nel tuo passato."

Quando BoJack Horseman ha debuttato su Netflix, nel 2014, le aspettative vertevano sull’ennesima serie animata – un po’ demenziale – con animali antropomorfi come protagonisti. 

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L’opera di Raphael Bob-Waksberg, invece, si è rivelata uno dei ritratti più onesti, spietati e devastanti della condizione umana mai prodotto negli ultimi dieci anni. 

Ambientata a “Hollywoo”, una versione distorta di Los Angeles, narra una realtà in cui animali e umani convivono. La serie si dipinge dell’assurdità del suo mondo per esplorare temi ben più terreni: la depressione, le dipendenze e il trauma generazionale. 

Al centro di questo turbinio di casini c’è BoJack, un attore fallito in cerca di redenzione. Se il protagonista equino è il buco nero che si divora tutto ciò che ha intorno, Diane Nguyen sembra inizialmente la luce che dovrebbe illuminarlo. 

Ridurre, però, il personaggio di Diane alla “coscienza morale” di BoJack Horseman sarebbe una semplificazione alquanto fuorviante. È una lettura comoda, perché permette allo spettatore di orientarsi nel caos etico della serie, appoggiandosi ad un punto fermo. Questa lettura, però, tradisce una natura più profonda del personaggio. 

Diane non è un faro: è un campo di tensione. Non è l’incarnazione di una morale, ma di un bisogno – spesso disperato – di costruirne una che regga il peso della propria esistenza. 

All’inizio della serie, Diane è la ghostwriter di BoJack. Una ragazza brillante, intelligente, femminista, socialmente impegnata che sembra possedere una chiarezza etica che manca a chiunque altro. Per il protagonista (ed anche per lo spettatore) Diane rappresenta un arbitro morale, è a lei che spetta decidere se BoJack è una “buona persona”, è lei che si occupa della scrittura del libro che dovrebbe regalare un senso a tutta la sua vita. 

Questa posizione, però, è una trappola. Diane si nasconde dietro la sua integrità come fosse un’armatura che le permette di nascondere le proprie insicurezze. Criticare l’assurdo vuoto dell’industria cinematografica e dello spettacolo o gli enormi errori che commette BoJack le permette di sentirsi al sicuro sul suo piedistallo. 

Ma l’umanità non è fatta da giudizi taglienti; è fatta di compromessi, di scelte difficili, ed è proprio quando vede crollare questa facciata che Diane capisce di non poter salvare il mondo – e di certo nemmeno sé stessa. 

Il momento di svolta nell’analisi di questo personaggio risiede nel concetto di “Good Damage” (Danno Buono). Per anni Diane si porta dentro il trauma di un’infanzia difficile, una famiglia che la sminuiva, coltivando così l’idea che quel dolore dovesse servire a qualcosa. È in questo quadro che si inserisce il rapporto fondamentale tra dolore e autenticità. Diane è convinta che sia la sofferenza a renderla “interessante”, profonda. La sua scrittura, il suo impegno e il suo sguardo critico sembrano alimentarsi da una ferita che lei non vuole – o non riesce – a far guarire. A differenza di altri personaggi, Diane questo dolore non lo vuole anestetizzare, lo coltiva quasi, temendo che liberarsene possa significare perdere una parte di sé essenziale. La felicità, per Diane, non è difficile: è un sospetto. È convinta che un giorno, dopo aver scritto un libro profondo che racconta la sua sofferenza quel dolore sarebbe stato il “danno buono”, un sacrificio necessario per produrre bellezza.

Nella sesta stagione tocchiamo con mano la sua profonda crisi creativa. Diane non riesce a completare il suo memoir, la depressione la blocca. È qui che lei – e noi con lei – entra in contatto con la sua fragilità: la scoperta che quel dolore non è un investimento, il dolore è dolore. 

Diane, alla fine (senza spoiler), riesce a trovare il modo di rinunciare al suo ego di “intellettuale sofferente” e sceglie la sua salute mentale. Capisce che non deve aiutare nessuno a capire il mondo, attraverso il suo trauma; deve solo imparare a viverci dentro a quel mondo. 

Questa fragilità si manifesta anche fisicamente. La serie sceglie di mostrare gli effetti degli antidepressivi, ad esempio, sul corpo di Diane. Aumenta di peso, il viso si fa più tondo, e questa è una delle rappresentazioni più coraggiose della tv contemporanea. Non esiste una singola battuta sul suo cambiamento fisico, è semplicemente il segno visibile di una battaglia interna ed invisibile. 

Il suo nuovo corpo è la prova che ha smesso di voler essere un'idea scolpita nel dolore per accettare di essere una materia viva, che muta per sopravvivere.

Questa è la Diane reale, quella che abbandona ogni ruolo, soprattutto quello della “ragazza saggia e cool”. L’abbandono di un io ideale per permettere alla donna che è di diventare sé stessa anche se lotta con gli effetti collaterali del guarire. È un passaggio fondamentale che sposta il focus dall’idealizzazione alla realtà: l’umanità di un essere vivente passa per l’accettazione che la guarigione ha un costo, un prezzo che non somiglia quasi mai ad una trasformazione cinematografica perfetta. 

Il percorso di Diane si conclude con una delle lezioni più complicate dell’età adulta: capire quando il proprio benessere deve venire prima della lealtà verso chiunque altro. Se per anni si è sentita responsabile della stabilità di BoJack, nella fase finale della sua storia assistiamo a quel distacco necessario per continuare la sua vita. La sua fragilità diventa la sua forza nel momento in cui accetta di non dover il “faro” di nessuno. 

Quando sceglie di allontanarsi dal caos che la circonda, Diane compie un atto di sopravvivenza. La sua evoluzione si completa nella realizzazione che alcune persone sono fondamentali nel nostro divenire, ma non sono necessariamente destinate a restare nella nostra vita per sempre. 

Diane Nguyen ci insegna che il nostro essere umani non risiede nella capacità di essere integerrimi o di avere sempre la risposta giusta, ma nella profonda capacità di perdonarsi il non essere “eroi”. Diane finisce la serie non come un’icona realizzata, ma come una persona reale: ammaccata, cambiata, ma libera dal peso di dover essere perfetta. 

In un mondo di animali che cercano di comportarsi come umani, Diane è stata l’unica ad accettare quanto sia difficile – ma profondamente meraviglioso- essere imperfetti. 


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