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DREAMING... SAN FRANCISCO

San Francisco è un raro caso di bizzarre identità allo stesso tempo solide e mutevoli. Nel corso della sua storia è stata molto cose diverse: prima un contesto urbano messo in piedi da persone senza grandi prospettive arrivate dal resto degli Stati Uniti in cerca dell’oro, poi è una città bohémienne piena di artisti attivisti, dallo spirito libero dalla produzione culturale sovversiva, infine l’epicentro globale dell’industria tecnologica legata all’Internet e la terza città nel mondo per numero di residenti miliardari dopo New York ed Hong Kong.

Per prima cosa è sempre stato sempre un epicentro, anche durante queste trasformazioni radicali. Un posto impossibile da ignorare, capace di generare con regolarità una sensazione di spaesamento non così diversa da quello che devono aver provato le persone che si videro passare davanti un’intera casa una mattina del febbraio 2021. A San Francisco è come se ci fosse sempre qualcosa fuori posto, anche quando non è facile individuare cosa: succedono cose che in teoria non dovrebbero succedere, si vedono cose che non siamo abituati a vedere, esistono regole che valgono soltanto a San Francisco: qualcuno sposta una casa, qualcuno altro va in giro con un’ enorme iguana sulla spalla, è legale circolare per strada completamente nudi e qualcuno lo fa… E no, non siete particolarmente sfortunati se trovate in vacanza estiva il tempo che non è dalla vostra parte. A San Francisco è normale che faccia più caldo ottobre che a luglio, così come è normale che durante l’estate la città sia spesso avvolta dalla nebbia e, dato che negli Stati Uniti si inventano parole ed espressioni per qualsiasi cosa, le persone del posto parlano di “june gloom”, oscurità di giugno, “no sky July” luglio senza cielo, “fogust” che insieme ad August e Fog diventa la “nebbia di agosto”. L’influenza delle correnti fredde dell’oceano Pacifico, unita all’aria calda che arriva dall’entroterra, crea un microclima molto particolare. Questa città da disponibilità ad accantonare luoghi comuni ed etichette.

Per provare a orientarci, e comprendere cosa sia oggi questo posto, partiamo dalle cose semplici: San Francisco non è la Sylicon Valley, che a sua volta non è la Bay Area, per quanto questi sostantivi dalle nostre parti vengono spesso usati in modo intercambiabile. La Bay Area è la metropolitana che circonda la baia in cui l’oceano Pacifico si infila nella costa accidentale degli Stati Uniti. E si considera tutto il vasto territorio che circonda la baia al nord, est e a sud. Il suo Pil supera quello di nazioni come Israele, Austria, Emirati Arabi Uniti. La cosiddetta Sylicon Valley, il distretto industriale che è il punto di riferimento mondiale per la tecnologia, l’innovazione e servizi legati a Internet, coincide più o meno con la ragione centrale meridionale della Bay Area, la città più popolosa della baia e forse il vero cuore della Valle, passando per Palo Alto, Cupertino, e Mountain View che sono diventati nel tempo sinonimi delle grandi aziende di cui ospitano le imponenti sedi, uffici unici al mondo che sembrano un po’ delle banche d’affari e un po’ delle scuole materne. San Francisco invece è una penisola a nord della Silicon Valley e al centro della Bay Area: un quadrato irregolare di 11 km di lato, con il mare su tre fronti. È piccolissima, e non solo per gli standard americani: è poco più estesa di Siena, e se fosse una città italiana non entrerebbe nella lista dei 100 comuni più grandi del paese. Per questo motivo nel tempo gli abitanti sono riusciti a sottrarre all’oceano qualche chilometro quadrato, costruendo interi quartieri sopra montagna di sabbia, sassi e rifiuti edili: è il caso di Marina, Mission Bay, Hunters Point e Embarcadero. Altra informazione fondamentale, soprattutto se non volete fare figuracce con i residenti, nessuno la chiama Frisco. Il nome di San Francisco viene in realtà da San Francesco d’Assisi, al quale i coloni spagnoli dedicarono il presidio che insediarono ufficialmente il 29 giugno del 1776. La sua posizione era considerata promettente per il commercio navale, ma il contesto geografico faceva pensare che non potesse diventare più di un piccolo insediamento militare: gli spagnoli cedettero San Francisco al Messico nel 1821, poi gli statunitensi la reclamarono insieme al resto della California durante la guerra messicano-americana e la ottennero nel 1848. Un anno prima che a San Francisco cambiasse tutto.

Un pioniere svizzero, John Sutter, poi americanizzato così, durante la guerra aveva ottenuto una commessa dagli americani per costruire un fortino usato contro gli statunitensi. Un giorno, lavorando dalle parti del fiume Sacramento, uno dei suoi carpentieri si imbatte in un grosso filone aurifero. In altre parole trova l’ oro. La notizia si diffuse rapidamente perché quel ritrovamento confermava voci che circolavano da anni sull’abbondante presenza del prezioso metallo in quella regione: iniziò così la cosiddetta “corsa all’oro”, che nel giro di pochi anni avrebbe cambiato completamente San Francisco e la California. Centinaia di migliaia di persone arrivarono da ogni parte degli Stati Uniti e anche dal resto del mondo. A quei tempi, in cui i viaggi che duravano fino a 6 mesi, era comune che epidemie di tifo e colera decimassero i passeggeri a bordo delle navi. Ma l’oro c’era ed era tantissimo, al punto che nessuno aveva interesse a fare il percorso opposto: una volta arrivate nella baia, le navi venivano abbandonate, distrutte, oppure trasformate in ostelli e saloon.

A San Francisco si arrivava per restare. Un giorno il figlio di un imprenditore tessile tedesco, Levi Strauss, arrivato dall’Europa con la sua famiglia, inventò il tessuto resistente adatto all’esigenza di cercatori d’oro: il Denim o jeans.

Levi girava per le miniere con un carretto per venderli ai pionieri: quanti di voi lo stanno indossando adesso? Nacque il mito dei forti 49ers, quelli del 1849, l’anno che vide i più numerosi arrivi in città: la ragione per cui, tra le altre cose, la squadra di football si chiama ancora oggi, San Francisco 49ers. La corsa all’oro interessa tutti fino al Canada e, nel 1890, la popolazione dell’isola di San Francisco superò i 300.000 abitanti; 10 anni dopo si avvicinò ai 400.000. Negli anni seguenti iniziò investire nella Bank of America, Mr Giannini che diventò uno dei banchieri più importanti degli Stati Uniti. Ne prese il controllo fondendola con la sua Bank of Italy, e finanziò tra le altre cose la costruzione del Golden Gate, la produzione del primo film animato di Walt Disney, Biancaneve sette nani, e altre società informatiche rilevanti; da lì in poi fu una galoppata. Non c’è niente che gli americani preferiscono al creare qualcosa di nuovo, specialmente se possono farlo cancellando il passato senza troppi convenevoli: a San Francisco il terremoto aveva fatto la metà del lavoro: invece di arrestare la crescita della città, le scosse la resero ancora più impetuosa. Oltre al Golden Gate negli anni successivi furono realizzate gallerie, ferrovie e dighe, prodotti. E vent’anni dopo, a seguito della grande depressione finanziaria del 29, neanche una delle banche fondata a San Francisco fallì. Sarebbe successo ancora, in futuro: più di una volta San Francisco si sarebbe scoperta in grado di costruire enormi fortune su grandi disastri, oppure capace di usare la sua forza economica, l’imprenditorialità dei suoi abitanti, per proteggersi da eventi sfavorevoli. Dopo la guerra, infatti, la sua identità cominciò a cambiare: le comunità afroamericane e asiatiche erano diventate numerosissime. Tutti i quartieri centrali e semicentrali erano sovraffollati. Lo spazio era poco, l’aria inquinata, le famiglie della classe media, quasi tutte bianche, scelsero di trasferirsi nelle zone suburbane, in cerca di contesti che consideravano più sicuri e più spaziosi, più verdi e più bianchi: il White flight. La fuga della borghesia e della classe media verso ulteriori spazi e l’emigrazione dall’Asia e dall’America latina, diedero all’identità pionieristica e avventuriera della città, una dimensione meno economica e più culturale, ugualmente caotica ma più fertile, creando attivismo intorno a qualsiasi causa sia possibile immaginare e attirando chiunque fosse in cerca di un posto in cui reinventarsi e poter essere se stesso senza subire il giudizio bigotto dell’America più tradizionalista: giovani, studenti, artisti, intellettuali, persone senza radici o che erano state costrette a strapparle. Gli anni 50 e 60 a San Francisco furono quelli della beat generation e degli hippy, dei figli dei fiori della summer of love del pacifismo e della controcultura, della trasformazione di Castro in uno dei primi quartieri gay al mondo e della fioritura di movimenti politici visionari e radicali, San Francisco cambiava inventandosi un modo diverso di vivere quell’epoca e dirsi americani. E attraeva persone interessate a partecipare a quell’esperienza collettiva. In quegli anni la città espresse con Harvey Mills la prima persona apertamente gay nella storia statunitense a ricoprire un incarico istituzionale, la crescente influenza della sinistra in città che diede inizio al dominio politico del partito democratico, tanto che dalla metà degli anni 60 San Francisco non ho più avuto un sindaco repubblicano. Poi fu la volta di Giorgio Moscone che diceva di Jones “ è sensibile e realista, un pacificatore” e impedì che si aprisse un’inchiesta sui presunti brogli elettorali orchestrati dal People Temple. La classe dirigente della città lo paragonava a Gandhi o a Martin Luther King.

Successivamente banche e fondi intuirono subito il potenziale del laboratorio dello Stanford research Institute da cui sarebbero nati i colossi come HP e Kodak, che avrebbero rivoluzionato l’industria della fotografia e quella dei personal computer. Non fecero mai mancare investimenti e capitali alle idee degli studenti. Nel giro di pochi anni la valle a sud di San Francisco diventò il più grande centro di ricerca e sviluppo sul Mac semiconduttori in silicio, processori, software, mentre i transistor, a loro volta inventati nella Valle, cambiavano la radio, il telefono e in generale l’industria degli elettrodomestici. La lista delle aziende che hanno poi avuto origine in questo pezzetto di terra è quasi ridicolo: Google, Meta, cioè Facebook, Instagram e WhatsApp eBay, Adobe, PayPal, Oracle, Cisco Western Digital, Nvidia, per citare soltanto le più grandi. Poi c’è Wallet Fargo, Visa, che è Byron e naturalmente Apple. Oggi non sono solo i conservatori a dire che la vita San Francisco è diventata insostenibile. Quelli se la ridono, e la usano come strumento di propaganda ma sono i progressisti del New York Times a dire che non si può andare avanti così, come i liberisti dell’Economist e socialisti del Nation. Qualcuno potrebbe considerarlo il prezzo del successo. Ma intanto sono svanite anche le previsioni speranzose sognatrici del passato, l’idea che grazie a Internet e il mondo sarebbe diventato più amichevole e intimo, che la stampella delle democrazie avrebbe trovato un alleato fondamentale e che saremmo stati più liberi in pace che mai, che le primavere arabe fossero solo un antipasto. Non esiste alcun dubbio sul fatto che San Francisco, la Silicon Valley e la Bay Area abbiano reso il mondo un posto complessivamente migliore. Ma è diventato difficile sognare questa frontiera. Fate come se vi avessi raccontato le invenzioni, i successi, il ruolo del mondo, gli scandali, i guadagni stellari, in definitiva la storia incredibile di una di queste aziende. Come se per ognuna di queste aziende ce ne fossero altre 1000 che non avete mai sentito nominare, a meno che non frequentiate uno dei 1000 settori che guadagnano una montagna di denaro. Che poi, ma che dico 1000. Immaginatevi gli uffici di tutte queste aziende, scrivanie, sedie, porte, macchine del caffè, divani e le persone dentro ufficio e tutte queste sedi con tutti questi soldi, grandinate di soldi senza senso, ormai una rarissima parte non americani, investimenti di sceicchi e fondi sovrani. In un posto così piccolo che si è sviluppato in un mondo così grande da ospitare in quantità autentici geni e altrettanti cialtroni, persone dall’intelligenza straordinaria clamorosi mitomani, tutti e tutte alla guida di un esercito, un esercito dalle dimensioni di un impero medievale. Ragazzi intelligentissimi, brillantissimi, studiosissimi, freschi di laurea eppure paralizzati in uno stato di post adolescenza, arrivati a San Francisco da un angolo del pianeta dopo essere stati sedotti per anni dal suo mito nella propria cameretta, per tentare di giocarci. Alcuni ce la faranno davvero ma sono tanti che resteranno faticosamente per qualche anno e poi ripartiranno dopo aver aggiunto al curriculum le righe necessarie a ottenere un buon impiego altrove. Tanti verranno spremuti dal costante prolungamento informale degli orari di lavoro travestito da flessibilità e aperitivi per fare networking. Saranno spremuti anche dal costante impegno politico intellettuale richiesto per letteralmente qualsiasi cosa, in un contesto in cui l’attivismo politico si mescola a quello corporate e decidere di non esprimere le proprie idee su ogni singola cosa è considerata un’eresia. Frustrazioni represse che generano un ambiente in cui tutti o quasi sembrano pensarla allo stesso modo e il dissenso è visto come una minaccia alla propria incolumità. Relazioni deboli che si sviluppano nella città, dove le persone vanno e vengono di continuo: dal sessismo, ampiamente documentato, al sistema immobiliare spietato, dove chi compra affitta e chi affitta subaffitta, dove si vive sempre fuori, tutto il giorno, perché si abita in case minuscole, sporche, nei vani scala, negli sgabuzzini rifugio. D’altra parte, se sei arrivato a San Francisco sognando che la tua app possa diventare Google, se sei stato conquistato dalla storia leggendaria di come il più grande strumento di organizzazione della conoscenza di sempre fu inventato in un garage, non ti farei troppi problemi quando la tua prima sistemazione in città si rivelerà essere… un garage.



Fonte: “ California-La fine del sogno”. Francesco Costa. Mondadori.


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