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Emma Marrone e l’arte di essere fragili

Con Sbagliata, ascendente leone, la cantante salentina Emma Marrone si racconta in un coraggioso documentario, che non ha la pretesa di ripercorrere l’intera carriera della donna evidenziandone le imprese titaniche, quanto piuttosto l’obiettivo di chiacchierare con un essere umano che ha conosciuto il dolore (“Di persona, s’intende / E lui mi ha conosciuto / Siamo amici da sempre”, per citare un brano di Roberto Vecchioni), ma ha ancora voglia di cantare. Non solo canzoni pop rock.

È un film generoso, in cui qualsiasi messa in scena cede il posto agli attimi di vita, ai ruggiti, ai lamenti, di Emma; ci vengono regalati scorci di un’esistenza che ha vacillato, peccato, amato.

E noi non siamo più spettatori né pubblico, ma amici, a cui viene data fiducia per accogliere il racconto di un’anima.

È la messa in gioco della protagonista ad attrarre, a farci sperare di essere davvero al suo fianco.

La stessa eleganza, il medesimo incedere sicuro con cui Emma avanza sul palco, trascinando l’asta del microfono con sé, sono indici della sua volontà di affrontare la vita di petto, a testa alta. Si rimane ipnotizzati davanti a questo corpo di guerriera che conquista, a questo cuore grande che ci fa capire perché sia votato all’arte. Non esistono fronzoli né scorciatoie, solo franchezza. Prendere o lasciare.

La regia del lungometraggio è d’ispirazione, sobria ma efficace, la coppia BENDO (Andrea Santaterra, Lorenzo Silvestri) sa quando esporsi in piroette celebrative (basti pensare all’inizio del documentario, dove la grandezza dell’Arena di Verona richiede un’entrata ad effetto, anche cinematograficamente parlando), e quando invece cedere il campo ai silenzi, alle lacrime, e quindi alla distanza, rispettosa e timida, dal soggetto ritratto.

Ci sono sempre grande consapevolezza e rispetto (merito anche del lavoro di montaggio in post-produzione). Indubbiamente traspare una grande sintonia tra le menti registiche e la cantante protagonista, una grande comunione d’intenti. La macchina da presa segue la cantante senza ostacolarla, pur sapendo bene anche quando non lasciarla, ponendole domande.

È interessante notare come, per esempio, durante l’intervista in interno, la protagonista venga ripresa di tre quarti in primissimo piano, in un’angolazione in cui la macchina da presa scopre il volto della cantante ma quasi si nasconde: è un occhio che, pur essendo presente, scruta senza disturbare, quasi avesse appena scoperto il soggetto e ne fosse enormemente affascinato, e perciò intimidito.

Ciò che più colpisce del lungometraggio è l’ottima opera di sintesi: viene narrata la vita di una celebrità senza insistere troppo sul pathos derivante dagli ostacoli che Emma ha dovuto e deve affrontare. Non si cerca la lacrima facile, si racconta una storia e basta.

La grande raffinatezza del racconto risiede proprio nella capacità di non cercare la via più comoda, scelta che implica la totale assenza di filtri. In questo nobile obiettivo, riconosciamo Emma.

Emma Marrone, o Real Brown (come si fa chiamare su Instagram), è una delle cantanti più conosciute e apprezzate del panorama musicale italiano. La sua carriera è iniziata con la vittoria a Amici nel 2010, e da allora è stata inarrestabile. Non vi annoierò con numeri e dati (un assaggio per i più scettici: sul comodino della cantante ad oggi sono presenti ben 29 dischi di platino e 11 dischi d’oro), ma è giusto chiacchierare ancora sui motivi per cui Sbagliata, ascendente leone sia un documentario facile e al contempo molto complicato.

L’aggettivo facile non vuole essere dispregiativo, quanto piuttosto mettere in evidenza il fatto che fosse intuitivo rintracciare elementi narrativi forti nella storia di Emma, poiché le sfide che costellano la sua esistenza sono state grandi, spaventose, dolorose. Come accade per ciascun essere umano, non tutto è sempre in discesa, e c’è da dire che Emma ha scalato montagne gigantesche, purtroppo ben peggiori di quelle che chiunque potrebbe incontrare (come racconta nel documentario, ha dovuto fare i conti con un tumore per ben 3 volte).

C’è poi da dire che la coppia registica riprende Emma quando la sua carriera è già ben avviata da anni, perciò c’è già carne al fuoco per una buona storia. Banalmente, il documentario avrebbe potuto ripercorrere il percorso lavorativo della cantante salentina, dal 2010 a oggi, inserendo le immancabili e puntuali foto d’infanzia e i primi passi verso la musica, tra i corsi di canto e le sessioni di scrittura dei brani nella sua cameretta da bambina. È qui che l’asino non casca. Questo lungometraggio è diretto, feroce, consapevole. Non si sofferma sui pietismi, non cede ai compromessi, né cerca la solidarietà dello spettatore. Riassume i segreti, l’essenziale di una vita, e davanti allo schermo ritroviamo semplicemente una bella persona, che lotta per proseguire il suo sogno; una donna che sa che, al di là di tutto, il posto dove vorrà sempre tornare è casa sua (non solo quella della famiglia di sangue, importantissima e bellissima, ma anche quella degli amici, delle chiacchiere davanti a un buon vino).

Non c’è bisogno di trovare escamotage per conquistare lo spettatore, perché quest’ultimo è già conquistato dalla persona, prima che dalla cantante. Emma si mostra senza voler impressionare. A tutto ciò, si aggiunge l’occhio estetico di una regia giovane e ben calibrata, responsabile e dinamica. Ecco che questo documentario può solo dare, sorprendere, incoraggiare.

Apprezzabile anche la dedica al padre, da poco scomparso, di Emma: un omaggio inserito solo alla fine (“A mio Papà”), prima dei titoli di coda, realizzato perché necessario, indiscutibile, ma al contempo intimo, personale, il proseguo di una conversazione a due, di cui noi, gli altri, gli spettatori esterni, possiamo solo intuire l’onda d’urto, la forza, captare le onde di un amore padre-figlia incommensurabile.

Perché Emma non cede. Si reinventa, sopravvive, fa rumore. Si aggrappa alla vita che c’è, a quella che rimane, e la omaggia. E anche qui, Vecchioni ci spiega perché: “L’emozione di amici che partono / Figli che nascono / Sogni che corrono nel mio presente / Io sono vivo / E tu, mio dolore / Non conti un cazzo di niente”.


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