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I racconti, Daniele Del Giudice

Recensire Del Giudice mi fa sempre sentire in difetto, come ogni volta che si parla di un autore che si ha timore di non valorizzare abbastanza, di non trasmettere come si vorrebbe, che noi stimiamo in modi che alle volte sono complicati da comunicare.

Del Giudice non è uno scrittore semplice. Con semplice non intendo difficile, bensì intendo uno scrittore che va letto con attenzione e con cura. Una narrazione dalla quale non puoi distrarti, ma che se glielo permetti ti fa entrare completamente in ciò che leggi. Ti chiede lo sforzo di farti guidare tra le parole.

Di Del Giudice si potrebbe dire che è quasi maniacale nelle scelte lessicali, delle espressioni, dei modi di dire, e questo per ogni ambito di cui tratta, spazi esso nella scienza, nell’arte, nella vita. L’uso di tecnicismi non è mai eccessivo e mai fuori luogo, ma funzionale alla storia. I dettagli e la ricerca dell’esattezza sono una costante che accompagna sempre lo stile di Del Giudice.

Raccontare I racconti – per usare una ripetizione voluta – non è facile, intanto perché questo libro è postumo, per cui la scelta di come questi scritti si susseguono non è quella voluta dall’autore, decisa da lui. Altri occhi, altre mani hanno compiuto questa operazione al posto suo. Per questo sento di dover consigliare di leggerli anche per come ci sentiamo più ispirati, dai titoli, dalla lunghezza se abbiamo un viaggio in metro, in aereo o in treno. La forma di quest’opera non è determinante alla sua lettura, non è significativa, almeno non per chi l’ha scritta.

I racconti sono una raccolta di testi, alcuni già editi – come, per esempio, Il museo di Reims che in Francia è uscito come un testo a sé – e altri inediti. Il libro ha la prefazione di Tiziano Scarpa che io consiglio di leggere solo alla fine, dopo essere entrati nel mondo di Del Giudice. Un mondo dove i personaggi dialogano con ciò che li circonda, con gli oggetti, i manufatti, che attraverso i sensi comunicano emozioni e percezioni. La vista che viene a mancare ne Il museo di Reims, l’udito che si fa motore del racconto L’orecchio assoluto.

Il genere non ha più senso di esistere, perché tutto nelle opere di Del Giudice si mischia, mosso dal solo potere della parola, puntuale e secca. L’autore ripiega la sua padronanza della lingua, si può adattare spaziando tra i racconti più disparati. Nei Mercanti del tempo ci troviamo di fronte a un racconto in tre atti dove il tempo diventa un oggetto che può essere venduto al supermercato, in una realtà distopica e fantascientifica. È forte il legame che Del Giudice sviluppa tra la sua arte – la letteratura – e la scienza, considerandole entrambe degli ambiti in cui è necessaria, se non fondamentale, una grande immaginazione.

Era anche uno scrittore figlio del suo tempo, che vedeva nella scrittura un mezzo per parlare della contemporaneità, eppure lui riesce a vedere oltre il presente. In Evil Live scrive una storia che è attuale ancora oggi e che tratta dei rapporti che si avranno grazie a internet, quando però internet all’epoca in cui è stato scritto questo testo era ancora agli albori. Sembra che analizzi il presente riuscendo a proiettarlo nel futuro, in un modo quanto mai realistico e premonitore.

Non manca di certo l’entusiasmo della scoperta, partendo da una spedizione polare in Ritornare a Sud, fino a ritornare al volo, uno dei suoi temi più ricorrenti, in Di legno e di tela.

Il percorso più bello che si può fare con queste prose brevi è quello attraverso la scrittura stessa, i meccanismi dell’intreccio, le descrizioni, i colori, l’esattezza chirurgica del suo vocabolario, la curiosità vivissima, il modo in cui racconta, in cui intreccia la finzione della narrazione con l’esperienza della vita. E benché usciti da questa lettura sembrerà che forse un collegamento tra tutti questi testi – al di fuori di chi li ha scritti – non ci sia, abbiamo appena compiuto un viaggio, ricco e profondamente diversificato.

Uno mio professore dell’università diceva spesso che le raccolte di racconti fanno fatica a valorizzare tutti i loro testi, questo perché tra molti racconti si finisce sempre per preferirne alcuni su altri, che alcuni sono a tutti gli effetti venuti meglio di altri, ci hanno colpiti di più o sono solo più belli e più ricchi, più curati. Anche con Del Giudice alcuni racconti ci faranno questo effetto, e un po’ ammetto che mi dispiace. Proprio per questo motivo se posso consigliare una modalità di lettura che è stata utile a me, vorrei invitarvi a trovare per ogni testo un valore, un punto su cui confrontarsi.


Del Giudice è uno scrittore di cui si crede, erroneamente, che abbia scritto poco, poiché in realtà ha solo pubblicato poco, pochi racconti, pochi romanzi. Eppure, prolifica e ricca è la sua produzione come giornalista, dove attraverso le sue recensioni di libri mostrava come i libri si possono raccontare, in un percorso di letture scelte da lui. Ma è anche uno scrittore pieno di testi inediti e mai giunti alla pubblicazione. Il suo motto, di fatto, era “nessun giorno senza una riga”. Si potrebbe dire erede di Calvino, ispiratore e punto di riferimento di scrittori quali Emmanuel Carrere e Ian McEwan.

Mi verrebbe quasi da dire che Del Giudice sia uno psicanalista della scrittura, scompone e ricompone la realtà, ti fa ottenere risposte, ma mai alle domande che ci si è posti all’inizio, bensì a quelle che si sono presentate durante. Riesce a far prendere consapevolezza dei sentimenti contenuti nei suoi racconti, ma solo una volta arrivati alla fine riesci ad avere la chiarezza necessaria per maneggiarli.

Leggere Del Giudice è concedersi tempo per meditare e riflettere, rallentare.



Fonti:

  • Del Giudice D., I racconti, Einaudi, Torino 2016;


Intervista a Roberto Ferrucci, Pierpaolo Vettori, Elena Stancanelli per la Fondazione Sasso Corbaro: https://fb.watch/fyYO8Cx_IO/


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