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Quando muori resta a me: la nostra recensione

Dopo i successi su Netflix e la prolifica produzione ormai decennale ricca di opere che hanno lasciato un segno generazionale, Zerocalcare si cimenta in una tematica poco trattata nei lavori precedenti: il rapporto tra padre e figlio.

Figura delineata finora solo ai margini della produzione del fumettista romano, il padre (le cui fattezze sono ispirate a Ping Ping, padre di Po nella fortunata serie Kung Fu Panda) in Quando muori resta a me viene descritto con tutta la profondità che merita; dalle buffe manie alle malinconiche pieghe emotive il rapporto tra i due personaggi principali dell’opera viene delineato lungo l’autostrada verso un paesino incastonato tra le Dolomiti, luogo d’origine del nonno paterno.


Copertina di Quando muori resta a me

Un paesino tanto piccolo quanto incrostato di ricordi, e di rancore.

Tra faide familiari e il legame difficile del protagonista con il padre dopo la separazione dei genitori tra tentativi di approccio e sensi di colpa crescenti, Zerocalcare tratteggia con il suo inconfondibile sentore inquieto e squisitamente incastrato nella sua generazione un genitore che tenta goffamente in tutti i modi di imprimersi nella vita del figlio in limitati frangenti di tempo.

Nel racconto si intrecciano echi di un passato tenue e doloroso, dialetto veneto zampettato con dolcezza, il sentore di una vita semplice e remota che si scontra con il cordoglio che rimane sbrindellato tra le mani.

Gli occhi di uno Zerocalcare bambino che incontrano la storia che, fuggevole, si presta ad essere sinergizzata con le sue fantasie.

E un personaggio che spunta dal passato per ricordare cosa resta del futuro.


E ricordavano a tutti una cosa molto semplice.

E molto antica:

Non esiste peccato più grave che sfidare l'ordine.

Per chi lo fa, non esiste tregua, perdono o oblio.

Mai.


Come nel suo capolavoro di ormai dieci anni fa Dimentica il mio nome, l’autore mescola sapientemente emozioni realmente vissute con fantasiose rivisitazioni del passato; rivissuti psicosomatici narrati con lo stile che da sempre lo contraddistingue, mai troppo invischiato nella nostalgia ma sempre con quell’occhio incerto verso il futuro, la paura di restare indietro e il timore di essere andato troppo avanti per il mondo in cui ancora continua a vivere.

Quando muori resta a me è più di un memento mori, è una presa di coscienza.

Quando una persona muore non solo i suoi beni terreni rimangono.

Pure i fardelli interni vengono passati come testimoni, affinché ciò che resta non rimanga un mero viluppo di risultati, ma frutto di una vita trascorsa a trasportare ciò che di più intimo aveva chi c’era prima di noi.

Un filo increspato di un vessillo sdrucito che ci rappresenta.

Anche se ci sembra di essere sempre nello stesso punto, siamo negli stessi passi di chi ha camminato per portarci qui.


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