Il robot selvaggio: la nostra recensione
- Giorgia Micucci

- 20 ore fa
- Tempo di lettura: 2 min
Il canovaccio del robot che abbandona le sue direttive per abbracciare l’emotività non è più l’innovazione al sapore futuristico di asimoviana memoria.
Dall’Uomo Bicentenario a Wall-E, la narrativa letteraria e cinematografica ormai ci ha abituato ad automi sempre più umani, in grado di smuovere i sentimenti cercando di gettare il cuore al di là della sempre più presente uncanny valley.
Il Robot Selvaggio (The Wild Robot), film d’animazione del 2024 targato Dreamworks tratto dall’omonimo libro illustrato di Peter Brown e diretto da Chris Sanders (famoso per aver diretto pietre miliari del genere del calibro di Lilo & Stitch e Dragon Trainer) non fa eccezioni: un automa (Roz) multifunzione nato per servire naufraga in un’isola abitata interamente da animali a seguito del rovesciamento di un container da una nave cargo.
E come fa un robot a servire in un ambiente dove, sostanzialmente, sembra non servire ad anima viva?

Il topos sembra già apparecchiato: goffi tentativi di approccio iniziali, la ricerca di un punto d’incontro comunicativo tra le parti, eventuali fraintendimenti a favore di trama, e vissero tutti felici e contenti trovando una scontata sinergia.
Invece, la storia prende subito un’altra direzione.
Asimov si scuote e prende improvvisamente sottobraccio Luis Sepulveda, il miracolo cibernetico trova un piccolo di oca selvatica in seguito ad un tragico incidente, e tramite una saggia opossum trova il punto d’incontro comunicativo nella scoperta di un’inaspettata genitorialità.
Come nella storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Roz maschera rozzamente come “direttive” le fasi fondamentali della crescita di un cucciolo: cibo, nuoto, volo entro le migrazioni autunnali.
Roz apprende il suo lato umano seguendo un percorso programmato, legandosi con altri personaggi riesce nell’intento, l’algido schema viene soppiantato dai primi tormenti nel vivere un rapporto viscerale con la creatura che devi crescere, non servire.
Il volo come distaccamento dal circolo genitoriale è altresì un topos abbastanza ricorrente, ma vedere un robot che cade preda di ricordi mai così umani è sempre rassicurante, in un’epoca dove la tecnologia viene considerata sacra e profana, futile e fondamentale, spaventosa e rassicurante.
Il robot selvaggio non è solo un inno alla genitorialità, ma è anche la tecnologia dimensionata nella società: supporto, non colonna portante; portatrice di sinergia, non mezzo di contrasto.



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