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John Fahey - Ascesi e folk mistico

Isolato, il momento che sta dentro e fuori del tempo,

Lo scatto che ci travolge, perduti in un fiotto di sole,

Il timo selvatico intravisto, o il lampo d’inverno

O la cascata, o una musica udita così intimamente

Che non è affatto udita, ma diventa la musica

Finché la musica continua.

Thomas Eliot "The Dry Salvages"


Takoma si trova nel Maryland, vicino a Washington, è famosa per essere tra i posti più pacifici e tolleranti d'America. Boschi, tartarughe, corsi d’acqua, luoghi e suoni che andranno a formare la coscienza sonora di John Fahey, chitarrista nato il 28 febbraio 1939.

Si sa questo e poco altro di Fahey, che risulta uno dei personaggi più schivi, avvolti nel mistero e di cui si hanno meno informazioni di tutto il panorama musicale del 900. Questo non farà che accrescere la sua leggenda, facendo sì che negli anni sia stata soprattutto la sua musica a parlare. John Fahey è il chitarrista che più di chiunque altro ha introdotto il flusso di coscienza nella musica folk, trasformandola in musica classica, portandola ai confini della musica occidentale, con un sguardo ed un evoluzione di stile intimo e mistico orientale. E' lui Il padre spirituale della chitarra primitiva americana, trasformando l'assolo in un esercizio di metafisica più vicino ai raga indiani di musicisti come Ravy Shankar che ai bluesman del delta. La sua formazione avvenne nel mondo del blues nero, restando per tutta la vita un collezionista di vecchi dischi con la passione per chitarristi come Charlie Patton, Skip James, Blind Willy Johnson, ma sarà con musicisti classici, Stravinsky su tutti, o d'avanguardia come Harry Partch che scoccherà la scintilla e lo porterà ad esperimenti ed un'evoluzione lontana dai bluesman dell'epoca. Dopo le prime registrazioni sul finire degli anni 50 fonda la sua etichetta Takoma Records, una delle prime etichette discografiche indipendenti, che utilizzò per produrre i propri dischi, in omaggio al suo posto natio. Negli album Death Chants (1964) e Transfiguration Of Blind Joe Death (1965) seppur non ancora totalmente a fuoco si iniziano a sentire le basi per i futuri capolavori: Wine and roses, la lunga e trascendentale What the sun Said nel primo, On the Sunny Side on the Ocean nel secondo, sono colorati acquerelli che dipingono paesaggi interni e profondi, dove ci si può accorgere subito dell'influenza ricevuta da chitarristi come l'australiano Mick Turner (Dirty Three), o ad esempio sperimentatori americani come Bonnie Prince Billy o Jim O'Rourke che ne alimenterà la riscoperta a metà anni 90.

E' da qui che Fahey raggiunge la maturità: Great San Bernardino Party (1966), Yellow Princess (1968) e e soprattutto Voice Of The Turtle (1968), dove le canzoni si allungano e dilatano, come nel Raga Called Pat 3 e 4, in un blues "indiano" personalissimo. Fahey È uno dei primi musicisti in ambito pop-rock a fare concerti da solo, accompagnandosi sempre e solo con la chitarra: una chitarra dal suono familiare, una steel acustica, ma con melodie e armonie insolite già a partire dall’accordatura, usata quasi come una band, ad inseguire su se stessa strati e strati di melodie e armonizzazioni; una voce unica, grezza e magnetica, come un’antenna messa a percepire vari mondi possibili. La sua musica ti può portare in un posto in cui non sei mai stato prima. La sua chitarra è il veicolo e il luogo da qualche parte nel tuo subconscio. E' proprio con l'album America del 1971 che tutta la sua forza creativa si palesa, abbandonando ogni idea di contemporaneità, persino di umanità, strappando via i tessuti per svelare una pura e semplice ma splendente testimonianza di bellezza. Tutto funziona con facilità ed imprevedibilità, in Mark 1:15 e in Voice of The Turtle, sembra come se si lasciasse trascinare dal vento. Nella Title track America la musica sembra spianare vallate, alzare montagne e canyon per aprirci a cieli stellati, ma quello di Fahey è soprattutto un paesaggio interiore, ed è proprio questo impressionismo per chitarra che farà dell'album successivo una delle vette massime mai registrate, Fare foward Voyager ( Soldier's Choise) del 1973.

L'album a differenza dei precedenti contiene solo tre suite di chitarra dove si perde la ciclicità della canzone e la regolarità del ritmo, con pezzi che si confrontano più direttamente con la musica classica contemporanea in un flusso lento e ipnotico, di suoni tintinnanti, una marea maestosa di frammenti autunnali, melodie in forma libera cullanti di sogni e paure. Le lunghe meditazioni ispirate ai quattro quartetti di Thomas Eliot, in primo luogo evocano paesaggi di natura imponente, poi sembrano voler evocare i fantasmi in fraseggi intimi e caldi. Il Blues è ormai appena riconoscibile all'interno della composizione, che mostra invece un'enorme influenza dalla musica Hinduista, data dall'infatuazione di Fahey per il guru Swami Satchidananda (a cui è dedicato l'album sul retro della copertina), che crea suspense con stridenti dissonanze e improvvisa su una struttura melodica molto simile al miglior jazz di quell'epoca. Nei venti minuti e trenta della title track, la musica ripiega continuamente in se come in una meditazione, nello stile del più classico dei Raga. Inizia con una sequenza quasi invitante, lasciandoti incantato nella sua atmosfera, fino a trasformarsi in una marcia solenne, trascinandosi in uno stato di distaccamento dalla terra ed entrando nelle profondità dell’io e del tempo.

Nonostante fosse un personaggio schivo e con problemi di alcolismo, a metà anni 90 Fahey ha avuto una riscoperta grazie alla stima di molti musicisti della nuova generazione, dai Sonic Youth a Beck, Ben Chasny ne tesseranno le lodi. Sarà soprattutto Jim O'Rourke, con cui collaborerà nell'interessante esperimento avant folk Womb Life del 1997, ad evitargli un tramonto tra i dimenticati. Morirà nel 2001 a Salem in Oregon, a 61 anni, per un trapianto di bypass. Tra le varie ristampe postume uscirà un bel documentario, In search of Blind Joe Death: the Saga of John Fahey. A Salem, sulla sua lapide, si erge l'epitaffio:

"The Voice Of The Turtle, Is Heard of the Land" .




O viaggiatori, o naviganti,

Voi che venite al porto, e voi i cui corpi

Sopporteranno il processo e il giudizio del mare,

O che altro evento, questa è la vostra vera destinazione’.

Così Krishna, come quando ammoniva Arjuna

Sul campo di battaglia.

Non buon viaggio

Ma avanti, viaggiatori.

Thomas Eliot "The Dry Salvages"


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