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L’ultimo Canto del Colosso: Addio a Sonny Rollins, la Voce Assoluta del Sax Tenore

Con la scomparsa di Theodore Walter "Sonny" Rollins, avvenuta il 25 maggio 2026 all'età di 95 anni nella sua casa di Woodstock, nello Stato di New York, non assistiamo semplicemente alla perdita di un leggendario musicista. Si consuma l'epilogo definitivo di un'intera era geologica della cultura del Novecento.

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Rollins era l’ultimo titano rimasto in vita di quella straordinaria e irripetibile stagione che vide il jazz rifondare la musica occidentale. Ha diviso il palco, lo studio e il respiro creativo con Charlie Parker, Miles Davis, Thelonious Monk, Max Roach, John Coltrane e Coleman Hawkins.

Definito da critici e colleghi come il "più grande improvvisatore vivente" — e descritto dal musicologo Stefano Zenni con un'efficace iperbole come "il più grande dopo Omero" — Rollins ha trasformato il sassofono tenore in una fucina di narrazione epica. Il suo stile univa un vigore fisico monumentale a una lucidità logica senza pari

 

1. Le Radici di Harlem e l'Apprendistato tra i Giganti

Nato a Harlem nel 1930 da genitori di origine caraibica, Sonny Rollins crebbe immerso nei suoni del Rinascimento di Harlem. I ritmi di calipso e le melodie popolari delle Indie Occidentali rimarranno un pilastro del suo vocabolario espressivo per tutta la vita.

Il battesimo nel Bebop: Parker, Davis e Monk

Inizialmente attratto dal pianoforte, passò al sassofono tenore ispirato dalla maestà di Coleman Hawkins e dall'essenzialità geometrica di Lester Young. Alla fine degli anni Quaranta, i grandi maestri del neonato bebop si accorsero subito di quel ragazzo dal suono insolitamente robusto.

Nei primi anni Cinquanta, la sua presenza divenne cruciale nelle formazioni più innovative della scena di New York:

·      Con Miles Davis: registrò sessioni storiche per la Prestige Records. Davis gli affidò la composizione di pietre miliari dell'hard bop come Oleo, Airegin e Doxy.

·     Con Thelonious Monk: instaurò un sodalizio artistico basato sulla gestione dello spazio. Monk insegnò a Rollins a usare il silenzio come elemento propulsivo.

·     Con Charlie Parker: Rollins ebbe l'onore di registrare accanto a "Bird", subendone l'impatto ma sviluppando un'identità stilistica del tutto autonoma.

 

2. Il Colosso del Sassofono e la Rivoluzione del Trio Piano-Less

La seconda metà degli anni Cinquanta rappresenta l'età dell'oro discografica di Sonny Rollins. È il periodo in cui si afferma come il leader indiscusso del sassofono moderno, in una stimolante rivalità a distanza con John Coltrane.

Saxophone Colossus (1956)

Registrato nel 1956 per la Prestige, con Tommy Flanagan, Doug Watkins e Max Roach, Saxophone Colossus è uno dei massimi capolavori della storia del jazz.

L'album si apre con St. Thomas, un calipso basato su una melodia tradizionale che la madre gli cantava da bambino. Il brano divenne il suo biglietto da visita planetario. Nello stesso album, il capolavoro assoluto è Blue 7. Il critico Gunther Schuller dimostrò come Rollins sviluppasse l'intero assolo partendo da un singolo frammento melodico del tema, variandolo con una coerenza formale degna di Beethoven.

L'audacia del Trio senza pianoforte

Nel 1957, Rollins compì una delle rivoluzioni formali più radicali del jazz: l'eliminazione del pianoforte dalla sezione ritmica, dando vita al celebre "piano-less trio" (sassofono, contrabbasso, batteria). Questa scelta lo privava di una rete di sicurezza, lasciandolo solo davanti al ritmo.

·     Way Out West (1957): registrato a Los Angeles con Ray Brown e Shelly Manne. Con un'iconica copertina da cowboy, l'album dimostrò la capacità di Rollins di prendere canzoni del repertorio western e trasformarle in oro jazzistico.

·     A Night at the Village Vanguard (1957): catturato dal vivo nel celebre club di New York con Elvin Jones e Wilbur Ware. Questo album documenta Rollins al vertice della sua forza geometrica, capace di riempire lo spazio acustico con un suono torrenziale.

 

3. L'Ascetismo del Ponte: La Prima Grande Pausa (1959-1961)

Nel 1959, all'apice del successo, Rollins fece qualcosa che sconvolse l'ambiente musicale: si ritirò improvvisamente dalle scene.

Non avendo un posto in casa dove esercitarsi senza disturbare i vicini, Rollins scoprì che il Williamsburg Bridge, il grande ponte sospeso tra Manhattan e Brooklyn, offriva lo spazio perfetto. Per oltre due anni, con ogni condizione atmosferica, salì sulla passerella pedonale per esercitarsi fino a quindici ore al giorno, suonando contro il rumore dei treni della metropolitana.

Questa scelta divenne uno dei miti più potenti del jazz, un esempio di integrità artistica. Rollins non cercava la celebrità; cercava la perfezione tecnica.

Il ritorno: The Bridge (1962)

Quando decise di tornare a registrare nel 1962, il titolo dell'album fu The Bridge. Accompagnato dal chitarrista Jim Hall e dal contrabbassista Bob Cranshaw, Rollins mise in mostra un suono parzialmente mutato: più nitido, più spigoloso. Il disco fu un successo trionfale, dimostrando che l'esilio volontario aveva affinato il suo genio.

 

4. L'Impegno Civile e l'Esplorazione dell'Avanguardia

Sonny Rollins non è mai stato un musicista distaccato dalla realtà sociale del suo tempo. Negli anni Cinquanta e Sessanta, la sua musica divenne un veicolo di protesta per i diritti civili degli afroamericani.

Freedom Suite (1958)

Nel 1958 registrò Freedom Suite, una composizione estesa eseguita in trio con Oscar Pettiford e Max Roach. Nelle note di copertina scrisse parole di una chiarezza disarmante per l'epoca:

"L'America è profondamente radicata nella cultura negra. Eppure, ironicamente, il negro è ancora compresso e perseguitato. Che debba ancora lottare per i suoi diritti civili elementari è una delle grandi contraddizioni della nostra storia."

Musicalmente, la suite è un tour de force di diciannove minuti in cui Rollins espone temi diversi, alternando momenti di feroce swing a passaggi lirici e astratti.

Il confronto con la New Thing

Negli anni Sessanta, mentre l'avanguardia del "Free Jazz" scardinava le strutture tradizionali, Rollins scelse di confrontarsi direttamente con la nuova ondata. Ingaggiò nella sua band musicisti dell'avanguardia come il trombettista Don Cherry. Album come Our Man in Jazz (1962) mostrano un Rollins proiettato verso l'astrazione, capace di decostruire gli standard senza mai perdere il radicamento nel ritmo.

 

5. La Spiritualità, la Svolta Elettrica e i Rolling Stones

L'insoddisfazione cronica spinse Rollins a un secondo stop tra il 1968 e il 1971. Viaggiò in India, dove risiedette in un ashram studiando la filosofia yoga e la meditazione. Questo soggiorno trasformò il suo stile di vita: Rollins divenne vegetariano e abbracciò una severa disciplina fisica che gli consentì di mantenere una straordinaria vitalità sul palco.

Il ritorno negli anni Settanta e Ottanta

Quando tornò sulle scene nel 1972, incorporò elementi di funk, R&B e strumentazione elettrica nei suoi complessi, connettendosi con un pubblico giovane. Brani come Don't Stop the Carnival diventarono nuovi inni festosi nei suoi concerti, momenti in cui il sassofonista sprigionava un'energia debordante.

L'assolo per i Rolling Stones: Tattoo You (1981)

Nel 1981, Mick Jagger e Keith Richards lo convinsero a collaborare ad alcune tracce del loro album Tattoo You. Il risultato fu lo straordinario e struggente assolo di sassofono tenore nel brano Waiting on a Friend. Questo intervento rimane uno dei più celebri esempi di incursione di un gigante del jazz nella musica rock planetaria.

 

6. L'Estetica del Live e l'Eredità Immortale

Il vero habitat naturale di Sonny Rollins non è mai stato lo studio di registrazione, ma il palcoscenico. Rollins soffriva la natura statica della sala d'incisione; per lui, la musica era un evento effimero, un rito che poteva compiersi solo nel presente assoluto.

Il silenzio dello strumento e il lascito

Nel 2014, a causa di problemi respiratori cronici, Sonny Rollins è stato costretto a prendere la decisione più dolorosa: smettere di suonare il sassofono. Ha affrontato questo definitivo esilio dal palcoscenico con profonda dignità spirituale, ritirandosi nella sua casa di Woodstock e continuando a dispensare riflessioni sulla vita alle nuove generazioni.

1. Saxophone Colossus (1956): Il manifesto dell'hard bop e dell'improvvisazione tematica.

2. Way Out West (1957): L'audacia pionieristica del trio senza pianoforte.

3. A Night at the Village Vanguard (1957): L'energia selvaggia dell'improvvisazione dal vivo.

4. Freedom Suite (1958): Il jazz che si fa manifesto politico e orgoglio culturale.

5. The Bridge (1962): La rinascita lirica e matura dopo l'esilio sul ponte.

La sua discografia essenziale, da Saxophone Colossus a The Bridge, rimane un faro per l'umanità. Sonny Rollins ha insegnato al mondo che l'improvvisazione non è un mero esercizio di velocità, ma una forma di onestà intellettuale assoluta. Oggi il suo sassofono tace, ma l'eco di quel suono immenso continuerà a risuonare ovunque vi sia un musicista che cerca, con un tubo di metallo, di dare voce all'eterno. A noi non resta che l'ascolto, il silenzio della tua assenza e la gratitudine immensa per la tua arte. Buon viaggio, ultimo titano del jazz.

 

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