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Roy Montgomery - Camera Melancholia

Il pioniere dell'underground neozelandese degli ultimi tre decenni, Roy Montgomery, tra i più talentuosi musicisti al mondo, ci ha abituato abituato negli ultimi anni ad una produzione di album frequente e sempre di alto livello, che è culminata proprio con la sua ultima uscita, Camera Melancholia, un doppio album di musica quasi del tutto strumentale, ispirato e dedicato a Kerry McCarthy, morta di cancro all'inizio del 2021, compagna di Roy per vent'anni e madre di due figli avuti insieme.

Nella prima parte dell'album Montgomery esegue i riverberi di chitarra che lo hanno contraddistinto da sempre, in una meditazione lo fi tra John Fahey e Kevin Shields dove canalizza gli strumentali contemplativi e introspettivi che ha esplorato nell'ultimo quarto di secolo, mentre nella seconda parte, Aura of the Afterlife, offre sei elegie d'organo, dove una ricca malinconia lo pervade in una musica intrisa di un incredibile mistero e magia oscura. In una recente intervista Montgomery ha detto: “Volevo registrare queste idee e poi avere il tempo su di esse, non per poter dire: adesso ho chiuso la porta, il mio lutto è finito. Non funziona così, specialmente quando hai figli. Ma sapevo che se avessi aspettato troppo a lungo, si sarebbe trasformato in qualcos'altro. L'album non riguarda la mia elaborazione del lutto, sto cercando di trasmettere l'essenza della persona”. Fin dai primi anni 90, Roy Montgomery è stato artefice di progetti e collaborazioni importanti con gruppi come Hash Jar Temple e Dadamah, potendo vantare album importanti come This is not a Dream e Well Oiled, intraprendendo poi un'ambiziosa carriera da solista, percorrendo un cammino unico e senza compromessi, aprendo ad una vena impressionista fatta di paesaggi interni e metafisici, come nelle cupe elegie che compongono l'indimenticabile And Now The Rain Sounds Like Life Is Falling Down Through It del 1998, forse il suo capolavoro, o nel più sperimentale Allegory of Hearing del 2000, dove nostalgici echi di chitarra riescono ad esprimere in ugual misura immagini esterne e sensazioni interne, come nei lunghi 18 minuti di At the Intersection of Herzog & Wenders, una prova lampante delle sue grandi capacità nel calarsi in una catarsi profonda con lo strumento.

Camera Melancholia, condivide un suono ed un imperativo simile ad un altro suo grande lavoro intimo, Temple IV del 94, dove il chitarrista neozelandese attraversava il lutto della compagna di allora, nella quale riverberi di chitarra sembrano richiamare l'amata dall'aldilà in un alternarsi di estasi ed introspezione che raggiungeva il punto più alto in Jaguar Meets Snake, dove la suspence sembrava essere continuamente sul punto di cedere. In Camera Melancholia ogni traccia prende il nome da un evento nella vita della coppia, A Series of Images From Your Youth, Some Footage Of Dancing That No-One Else Saw sono intrise di ricordi, sembrano cogliere il tempo insieme con compassione senza crogiolarsi nel dolore. Allo stesso modo, Courtship Caught Fleetingly cattura un momento di interazione a distanza che è familiare ma non solenne. Sembra una sequenza di ricordi felici piuttosto che un cupo lamento, un'esibizione di luminosa speranza piuttosto che cupa tristezza. La dolce e cullante ninna nanna Playing with the Children ci porta fino alla splendida In Mutual Flux, fore il pezzo più evocativo dell'album e che ne chiude la prima parte. la seconda metà dell'album, potrebbe sembrare stilisticamente più funerea, ma anche questa è intrisa della felicità che puoi comprendere solo provando l'amore. Montgomery abbandona la chitarra per l'organo, ma aggiunge al travolgente stato d'animo ecclesiastico un'incertezza cosmica, offrendo pace e gratitudine seppur lasciando spazio all'interpretazione.

Inizia con toni puliti, costringendo l'ascoltatore a situarsi in una vasta cattedrale prima di permettere ai suoni di sollevarci nei cieli. Nella terza parte, l'organo si trasforma in toni elettronici storditi, riecheggiando gli stessi suoni di organo ma spingendosi nel territorio dei Tangerine Dream, mentre nella quarta sottili elementi indiani e un drone sostenuto simile ad un harmonium e pizzicamenti simili a un sitar, considerano una diversa specie di aldilà. Quando raggiungiamo il finale sfocato, Montgomery sembra tornarne su terreni familiari, annuendo ai primi Popol Vuh, con oscillazioni d'organo sbavate e pesanti che ci trasportano dalla chiesa alla foresta. È una visione olistica di un aldilà che è completamente in linea con la filosofia musicale di Montgomery, ed è toccante come pochissimi album commemorativi ascoltati negli ultimi anni.


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