Come un cavallo appeso al soffitto di Nicolas Ballario. La nostra recensione
Come un cavallo appeso al soffitto è il primo romanzo di Nicolas Ballario pubblicato lo scorso 15 settembre ed edito da Mondadori. Sul fatto che Ballario sapesse scrivere e divulgare il mondo dell'arte c'erano pochi dubbi; il suo curriculum denso di collaborazioni con riviste e testate di indubbio prestigio lo precede, senza considerare l'attività come speaker radiofonico e conduttore televisivo che lo hanno reso il volto più riconoscibile dell'arte contemporanea. Scrivere un romanzo, però, per quanto ambientato nel mondo dell'arte, è un altro paio di maniche. Prima di entrare nel vivo della recensione, posso anticipare che, per quanto mi riguarda, la prova è superata a pieni voti.

Fin dalle prime pagine Come un cavallo appeso al soffitto mi ha fatto pensare al romanzo d'esordio di un altro personaggio che aveva fino a un dato momento messo a frutto il proprio talento come autore in un ambito diverso: quello delle sceneggiature: mi riferisco al regista Quentin Tarantino e al suo C'era una volta a Hollywood arrivato dopo il celebre film e che dallo stesso differisce non poco.
La prima similitudine consiste nel fatto che entrambi i romanzi sono ambientati in luoghi familiari ai rispettivi autori: Tarantino racconta di attori e controfigure nella pulsante Los Angeles del 1969 per disquisire nel contempo di cinema e intervallare la narrazione con considerazioni di svariate pagine su film e attori dell'epoca. Una cosa molto simile avviene nel lavoro di Ballario il cui intreccio si svolge in una Venezia, che è protagonista almeno quanto la voce narrante e gli altri personaggi, nei giorni che precedono l'apertura della prestigiosa Biennale.
Entrambi gli autori non si esimono dal plasmare i fatti a favore di trama; in particolare, nel romanzo di Ballario, artisti vivi e morti convivono nello stesso luogo e tempo e dopo appena una manciata di pagine il protagonista - un giovane giornalista sottopagato che sgomita per ritagliarsi un proprio spazio nel mondo dell'arte contemporanea - si trova al bar della Biennale avendo come vicini di tavolo Patti Smith, Robert Mapplethorpe, Madonna, Jean-Micheal Basquiat e Loredana Bertè. E molti altri sono i personaggi noti che fanno capolino nella narrazione che copre un arco temporale di un paio di giornate.

Il linguaggio funziona benissimo in un'epoca di profonda trasformazione dello stesso nella narrativa: non puoi più essere iper descrittivo considerando che il lettore tramite internet e televisione conosce la maggior parte delle cose che gli vengono raccontate. I vocaboli sono però ricercati, non banali e trasmettono emozioni e immagini nitide, in particolare quando raccontano opere e installazioni che magari il lettore medio non conosce; sono certo che l'obiettivo dell'autore sia incuriosire chi legge ad approfondire e a cercarle per vederle coi propri occhi, ma il libro scorre fluido anche senza questo passaggio. I dialoghi funzionano sia quando è il protagonista narrante a interloquire con qualcuno, sia quando si limita a riportare battute che ascolta da altri. La trama sembra avere qualche flebile cedimento di tanto in tanto, ma poi si riprende pienamente e questo raduno di personaggi vivi e morti prende forma senza sconfinare nel ridicolo.
Proprio in relazione alla tecnica di scrittura e all'intreccio ho colto l'ultima similitudine tra Come un cavallo appeso al soffitto e la versione cartacea di C'era una volta a Hollywood (allargabile a qualunque film di Tarantino): come lettore mi sono sentito spinto a proseguire nella lettura e a divorare le pagine non tanto per l'urgenza di sapere cosa sarebbe successo in seguito, quanto per immergermi nella bellezza della narrazione e dei personaggi.
Il romanzo di Ballario è una dichiarazione d'amore e odio, anche se odio è forse un termine troppo forte. Amore per l'arte contemporanea che è una forma di espressione più lenta e meno immediata rispetto ad altre, ma non per questo meno affascinante; non è necessario spiegare le opere come non si spiegano certi film o canzoni, quanto piuttosto fornire al fruitore una chiave di lettura con la quale possa trarre le proprie conclusioni con cognizione di causa. L'amarezza (più che odio) è invece riservata al sistema dell'arte contemporanea che si pone come chiuso, elitario e che non lesina invidie, gelosie e difese di posizioni di potere che poi potere non è al di fuori di quel minuscolo microcosmo. Un'ulteriore nota dolente è costituita dall'ipocrisia che, in chiusura di questa recensione, vi lascio raccontare direttamente dalla voce narrante del romanzo:
"Il sistema dell'arte contemporanea è finto. Recita il rischio, la radicalità, la libertà, mentre in realtà ha paura di tutto ciò che non riconosce. Si muove come un salotto elegante che finge di amare il disordine, purché sia già stato approvato, assicurato e illuminato bene. È un sistema che parla di rottura ma funziona per cooptazione, che celebra l'outsider solo quando ha imparato il linguaggio giusto, che ama l'urgenza a patto che arrivi con un press kit. Tutto sembra estremo, ma pochissimo è davvero in gioco. Le opere si assomigliano perché devono rassicurare chi le guarda e chi le compra, e perché le posizioni politiche si trasformano in stile. E allora la finzione non sta nelle opere, ma nel contesto che le circonda: nel consenso preventivo, nell'indignazione programmata, nell'idea che tutto sia aperto mentre i confini sono rigidissimi. È un teatro che ha bisogno di sentirsi necessario, ma che spesso dimentica di essere vivo. E quando qualcosa di vero entra, qualcosa che non chiede legittimazione, che non sa stare in posa, il sistema lo osserva con sospetto, alla stregua di un corpo estraneo: interessante, sì, ma pericoloso".


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