Deep Purple a Este il 17 luglio 2026: la recensione del concerto
- Raffo Ferraro
- 18 lug
- Tempo di lettura: 5 min
25 anni dopo. No, non è una citazione sbagliata del titolo di un film, si tratta del tempo trascorso dal mio primo concerto dei Deep Purple a quello di ieri sera a Este (PD) che ha chiuso la due giorni italiana, in attesa di un altro passaggio a Milano in autunno.

"Sono vecchi" dicevano alcuni al giovane me che si apprestava alla sua prima esibizione di una band di livello internazionale nel 2001; "Sono vecchi" dicevano alcuni intervistati in attesa di assistere, a Melbourne, a uno dei loro primi show della reunion del 1984; e all'epoca non erano manco quarantenni. Ma il rock, si sa, ormai non è più una cosa (solo) da giovani. Quindi capita che questa band con due componenti ultraottantenni e due che si avvicinano alla medesima età, riesca a tenere un concerto sotto molti aspetti ancora sorprendente. Se appartenete a quelli che sostengono che senza Blackmore non sono più i veri Deep Purple o che si aspettano nel 2026 di sentire Made in Japan del 1972, vi sconsiglio di proseguire oltre con la lettura. Blackmore ha abbandonato la band nel 1993 (quasi 35 anni fa!) e nel frattempo la storia Purple è andata avanti prima con Steve Morse alla chitarra (dal 1995 al 2022) e in seguito con l'ultimo arrivato Simon McBride. E dopo Blackmore, anche Jon Lord nel 2002 si è chiamato fuori rimpiazzato da Don Airey; ma il segreto della carriera quasi sessantennale dei Deep Purple è sempre stato quello di sostituire i componenti con altri che non cercassero di assomigliare al predecessore o di scimmiottarlo ma che aggiungessero al sound qualcosa di proprio. Ed è questo che li ha portati qualche settimana addietro a uscire col nuovo album Splat!, di cui tutto si può dire tranne che suoni trito e ritrito, a distanza di soli due anni dal predecessore =1 e già con l'idea di tornare in studio per registrare nuove canzoni a inizio 2027. Aggiungiamo a questo il fatto che, alla loro veneranda età, nel 2026 i Deep Purple saranno protagonisti di un centinaio di date in 3 continenti per rendere l'idea di quanto amore per la musica trasudi da questi musicisti.
La data di Este, nella splendida cornice del Castello Carrarese, inizia con la ruggente Highway Star, il cui crescendo di batteria si rivela perfetto per l'apertura e il cui strepitoso assolo di chitarra che segue la terza strofa scalda, per non dire infiamma, il pubblico. Gillan, come farà per tutto lo show, dosa la voce e interpreta il classico in modo consono alla sua attuale età e, pur ovviamente non raggiungendo le vette degli anni '70, la tiene in piedi a meraviglia col suo timbro inconfondibile. La canzone è anche l'ennesima conferma della solida sezione ritmica con Roger Glover al basso e il batterista Ian Paice che non sbaglia un colpo e non è mai prevedibile. La serata prosegue con A Bit on the Side dal penultimo lavoro e già questa è un'ottima notizia; ormai siamo abituati con le band storiche che nelle scalette finiscano alcuni brani dell'album più recente, salvo poi sparire per sempre dalle setlist nel corso del successivo tour. Ottima canzone dinamica e perfetta per il range attuale di Gillan e per permettere a Simon McBride di presentare al pubblico il proprio sound nei pezzi originali che ha contribuito a scrivere, oltre che nelle reinterpretazioni dei classici. E proprio in tema di vecchi pezzi, il concerto procede con due canzoni tratte da In Rock del 1970 e, visto che citavo Blackmore in precedenza, colgo l'occasione per sottolineare come con lui le setlist dei concerti fossero estremamente più statiche: sempre le solite canzoni eseguite sostanzialmente nello stesso ordine con una spruzzata dell'album di volta in volta da promuovere. Dalla sua uscita (senza nulla voler togliere agli immensi meriti che ha avuto nel contribuire a scrivere molti dei pezzi più amati e nel definire un sound) i Deep Purple hanno ripescato a piene mani dai vecchi album, proponendo in sede live brani che non erano mai stati suonati o che erano stati accantonati da decenni: proprio in questa categoria rientrano Hard Lovin' Man e Into the Fire che hanno deliziato il pubblico di Este. Segue il solo di chitarra di Simon McBride che sfocia nella canzone d'apertura di Splat!, l'energica Arrogant Boy. Si torna quindi indietro di un album con Lazy Sod a cui segue un altro grande classico che è Lazy, vero e proprio banco di prova per testare l'intesa dell'ultimo arrivato con i componenti storici trattandosi di un pezzo lungo e prevalentemente strumentale. A proposito di brani dimenticati, segue When a Blind Man Cries. Mi è sempre risultato complicato comprendere come mai questa splendida ballata sia stata tagliata dall'album Machine Head e come abbiano potuto i discografici dell'epoca in un album pregno di capolavori puntare su Never Before, l'unica canzone a mio avviso mediocre, come singolo di punta per lanciare Machine Head. Chiuso l'excursus, l'interpretazione del pezzo è sublime; il sound di McBride a mio avviso si sposa meglio rispetto a Morse con le atmosfere del brano e Gillan riesce con la sua performance a lasciarti sempre a bocca aperta anche se è la duecentesima volta che gliela senti cantare. Tocca poi a Diablo, secondo brano tratto da Splat! e anche da questa performance si tocca con mano la grandezza dei Deep Purple: rispetto alla versione appena uscita su disco, infatti, viene aggiunto un breve intro e nei duetti (duelli?) tra tastiera e chitarra si inserisce Gillan con la sua armonica a bocca (non presente nell'originale) a fare da terzo incomodo dando quel tocco di freschezza e rielaborazione costante delle canzoni che ha reso i Deep Purple un gruppo identificato con le esibizioni live e i loro concerti come qualcosa di mai scontato in cui può sempre succedere qualcosa di diverso rispetto alla sera precedente o successiva. Tocca quindi al brillante assolo di tastiere di Don Airey che, come da tradizione, ci infila qualcosa del Paese in cui sta suonando con qualche accenno a O Sole Mio che, a onor del vero, non sembra accendere il pubblico padovano. Al termine del solo è la volta di un altro pezzo di Splat!, Scriblin' Gib'rish, peraltro entrato nella scaletta per la prima volta la sera precedente a Pisa. Tocca quindi al gran finale e qui mi tocca essere critico a mia volta perché ormai la scelta e la successione degli ultimi brani e dei bis è sostanzialmente immutata da quasi 25 anni. Space Truckin' e Smoke on the Water chiudono la serata col pubblico che nel frattempo si alza dai posti a sedere e si avvicina al palco. I bis sono Hush e Black Night preceduti da un'interessante canzone strumentale denominata Guinnesis.
Si chiude così il concerto e i presenti rimangono incantati all'idea del pezzo di storia a cui hanno assistito con le ultime note che ancora risuonano loro nelle orecchie. Ti basta guardarli per leggerglielo negli occhi. Una storia, quella dei Deep Purple, che inevitabilmente si avvia verso la conclusione ma della quale l'ultima parola non è ancora stata pronunciata e l'ultima in ordine di tempo al momento è Splat! che è un album da ascoltare e riascoltare.


Commenti