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Il cinema di Eleonora Danco: il corpo, la città, il reale

C’è qualcuno che cammina per Roma con una maschera sul viso e un impermeabile rosso. Il passo è normale, il corpo no. È una figura anomala, diversa, che scruta, indaga, osserva… ed è pronta a farti scoprire qualcosa che non sapevi nemmeno di nascondere.

Radio Nowhere blog: cinema

Eleonora Danco si forma con i grandi Proietti e Gassman. Come si impara una lingua madre e poi si sceglie di tradirla. Ha recitato per Moretti, Bellocchio, Scola, Avati. Ha attraversato il cinema degli altri con la grazia necessaria. Poi ha cominciato a fare domande.

Le domande sono la sua forma d'arte. Non nel senso socratico, pulito, filosofico. Nel senso che le domande fanno male, disturbano il sonno, imbarazzano. Le rivolge agli adolescenti e agli anziani, ai passanti di Trastevere e di Parioli, a chiunque abbia ancora qualcosa da nascondere, cioè a tutti. Sessualità, fede, morte, futuro. Le cose che non si dicono al tavolo di famiglia e che lei porta in mezzo alla strada, sotto il sole di Roma, con una telecamera puntata e nessuna pietà.

N-Capace, (2014). La madre è morta e lei ne fa un film. Non un lutto, non una commemorazione: un'anima in pena che vaga tra Roma e Terracina e interroga il mondo dei vivi. Il titolo è già un programma estetico: negazione e possibilità convivono nella stessa parola, come il dolore e il desiderio lo fanno nello stesso corpo.

Dieci anni dopo, n-Ego. La città non è più sfondo, è anatomia. San Lorenzo, Trastevere, Parioli: quartieri come stati d'animo, come diagnosi. Elio Germano e Filippo Timi appaiono e scompaiono come figure oniriche in un paesaggio che ha smesso di essere reale per diventare qualcosa di più vero. Lo sbilanciamento è il metodo. Le domande oscillano tra intimità e provocazione, e lasciano tutto in uno stato di tensione aperta.

La regista attraversa la città per mesi, seleziona persone attraverso un ascolto immediato e istintivo, in un approccio diverso, che definisce un “cinema del reale”, una dimensione sospesa in cui la realtà viene spinta fuori dalla sua logica quotidiana fino a diventare qualcosa di nuovo e irripetibile, che si offre allo sguardo.

Il confronto con Pasolini è inevitabile e lei lo sa. Come nei Comizi d'amore, l'intervista diventa sonda, strumento di estrazione. Ma dove Pasolini documentava, Danco performa. Dove lui cercava il popolo, lei cerca la crepa, quel punto in cui la persona smette di rispondere e comincia a cedere. È lì che il cinema cambia forma. E diventa necessario.

Il suo linguaggio visivo dialoga con la pittura e il surrealismo. Le inquadrature richiamano De Chirico, Magritte e Buñuel, mentre lo spazio urbano diventa elemento centrale della composizione. La dimensione sonora assume un ruolo determinante grazie alle collaborazioni con Markus Acher per N-Capace e Marco Tecce per n-Ego, che contribuiscono a creare una struttura ritmica irregolare e discontinua.

In mezzo, i cortometraggi del 2022: SubReal Urbe, Ostia Ostia Ostia, Metro C.  

Il corpo che abita l'architettura, o che ne viene abitato. Non è chiaro chi si voglia che comandi.

Il teatro resiste, parallelo e necessario: dEVERSIVO, Sabbia, Intrattenimento Violento. I titoli dicono già tutto su come considera il rapporto con il pubblico.

I premi sono arrivati: Torino, il Sindacato Critici, le candidature ai David e ai Nastri. Ma i premi sono per chi è arrivato da qualche parte. Il cinema della Danco è un cinema in movimento perpetuo, scomodo per definizione, che non cerca la forma giusta perché la forma giusta è esattamente ciò che vuole rompere.

C’è qualcuno che cammina per Roma con una maschera sul viso. Vi guarda. Ed è pronta a farvi entrare in qualcosa che non stavate cercando.



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