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L’oro del Reno: Lorenzo Pullega e la poesia dell’Emilia-Romagna




Radio Nowgere Blog: cinema

L’oro del Reno, esordio alla regia di Lorenzo Pullega, mostra come un semplice progetto commissionato possa trasformarsi in un viaggio straordinario lungo il Reno, il corso d’acqua che nasce in provincia di Pistoia e attraversa l’Emilia-Romagna fino all’Adriatico. Il film è un vero e proprio percorso poetico “on the river”, in cui storie sospese e personaggi eccentrici si intrecciano tra presente e passato senza mai cedere alla nostalgia.

Sin dalle prime sequenze emerge la cifra stilistica del film, una leggerezza visionaria che richiama la follia creativa del primo Pupi Avati in Le strelle nel fosso (1979), dove provincia, mistero e malinconia si fondevano con naturalezza. Qui, come nel cinema del maestro emiliano, il paesaggio non è mai neutro: si mostra come un organismo vivo, capace di osservare, assorbire e restituire.

La voce narrante di Neri Marcorè poi, contribuisce a guidare lo spettatore in uno spazio senza tempo, in cui, eventi antichi e recenti convivono e restituiscono un senso del mondo sospeso e delicato.

l’Emilia-Romagna è raccontata non come uno sfondo geografico ma come materia poetica. Le case sbrecciate, gli edifici sommersi, i sotterranei umidi e le sante locali, costruiscono un universo in cui luce e nebbia, ironia e introspezione, quotidiano e fantastico convivono in equilibrio perfetto. L’autore non folclorizza la regione ma ne restituisce l’anima, mostrando una provincia capace di unire mistero e poesia.

La struttura ad episodi richiama la costruzione frammentaria di Roma di Federico Fellini, dove ogni episodio è parte di un mosaico coerente, sempre in equilibrio e mai incline all’eccesso. Come in Roma anche in L’oro del Reno, la voce del regista viene usata come espediente narrativo, una guida ispirata che trasforma ogni scena in un’esperienza diretta e personale. Gli episodi infondono ritmo e tensione, e la vita provinciale si intreccia con momenti surreali e fiabeschi, senza però mai risultare artificiosa.

I piccoli dettagli della vita quotidiana si intrecciano con un’atmosfera di mistero, mostrando così come il regista riesca a bilanciare, con maestria, capacità di osservazione e libertà creativa, costruendo un universo poetico unico.

Se c’è un limite, è nella prudenza della follia creativa, qui dove alcune sequenze sembrano trattenute dal timore dell’eccesso. Ma la direzione è chiara: il Reno diventa percorso simbolico, testimone silenzioso delle vite che lo abitano e chiave narrativa per esplorare memoria, morte e bellezza effimera.

L’oro del Reno conferma che questo giovane autore possiede uno sguardo capace di trasformare un fiume in protagonista e una regione in universo simbolico. Qui, dove la provincia si fa poesia e il tempo scorre tra acqua e memoria, il cinema dimostra che le storie locali possono parlare all’universale.


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