IL SIGNORE DELLE FORMICHE. La NOSTRA RECENSIONE

Il signore delle formiche di Gianni Amelio apre lo sguardo dello spettatore su un fatto di cronaca oggi forse non troppo ricordato, ovvero l’incarcerazione del poeta Aldo Braibanti (Luigi Lo Cascio), avvenuta nel 1968 con l’accusa di plagio ai danni del giovane Giovanni Sanfratello, che, nel film, prende il nome di Ettore Tagliaferri. La vera ragione dell’accanimento pubblico contro Braibanti, tuttavia, era la relazione omosessuale che egli aveva intrattenuto con Sanfratello.

Accanto al protagonista, emerge, inoltre, l’interessante figura di Ennio Scribani (Elio Germano), immaginario cronista dell’Unità che prende a cuore l’ingiustizia subita da Braibanti.

Malgrado le tristi pagine di cronaca che tutt’oggi ci accompagnano, in un certo senso sorprende amaramente riflettere sul fatto che negli anni ’60 - tutto sommato un periodo di tempo non estremamente lontano dal nostro, nel quale il ventennio fascista era ancora relativamente vicino, ma già da tempo debellato, l’epoca del boom - lo Stato abbia così fortemente agito ai danni di una persona solamente a causa del suo orientamento sessuale.

Il modo in cui la vicenda viene raccontata è abbastanza classico, ma piuttosto godibile, ricco di immagini accattivanti. Ricordiamo l’inquadratura che dall’alto riprende Ettore Tagliaferri (Leonardo Maltese) legato al letto dell’ospedale psichiatrico dove i familiari lo hanno richiuso con la speranza di “guarire” la sua omosessualità e dove, tra le altre cose, è sottoposto alla aberrante pratica dell’elettroshock. Sembra quasi un’immagine degna di Caravaggio.

Da notare la modalità con cui inizia film, praticamente in medias res e con una inquadratura originale.

Un altro passo degno di attenzione è rappresentato dal momento in cui la madre di Braibanti, giunta in prossimità della casa del figlio, si accorge della scritta infamante dipinta sul muro di ingresso. La donna interrompe la lettura della lettera cui si stava dedicando e la corrispondente voci fuori campo di Lo Cascio si blocca repentinamente; la macchina da presa fa sì che, piano piano, lo spettatore si renda conto dell’offesa scritta sul muro nel momento stesso in cui la madre di Braibanti stessa se ne accorge.

Il film presenta un cast d’eccezione. I due noti protagonisti, Lo Cascio e Germano si rivelano, come loro solito, capaci di comunicare quel senso di schiettezza e di profonda umanità che rende la loro recitazione tanto preziosa. Accanto a loro, tuttavia, destando maggiore sorpresa, emerge l’interpretazione di Leonardo Maltese. Il giovane, pur trovandosi alla sua prima apparizione sul grande schermo, restituisce un lavoro attoriale davvero gratificante e profondo, riuscendo ad esprimere una forte sensazione di candore e di spontaneità. Un esempio di quanto affermato è ravvisabile, al suo massimo livello, in una delle scene relative al processo contro Braibanti, nella quale Ettore, spaesato e trasfigurato dall’esperienza dell’ospedale psichiatrico, è chiamato a testimoniare e a riportare la propria versione dei fatti. In questa occasione, Maltese offre una interpretazione veramente molto intensa e vivida, sostenendo magistralmente il lungo primo piano che la macchina da presa gli dedica.

Anche Davide Vecchi, che veste i panni del fratello di Ettore, pur incarnando un personaggio secondario, presenta momenti di livello piuttosto alto, soprattutto nelle scene più drammatiche.

Il signore delle formiche non è, probabilmente, un film di straordinario impatto, dotato di elementi talmente fuori dal comune da renderlo imperdibile, ma è senz’altro un lavoro cinematografico molto apprezzabile. Questo, al netto di alcuni punti sfavorevoli, come una presunta imprecisione legata alla posizione che L’Unità tenne riguardo al caso Braibanti: sembra, infatti, che il giornale si sia opposto nettamente alla sentenza subita dal poeta, mentre, nel film, il quotidiano appare sostanzialmente restio ad appoggiare Aldo Braibanti, se si esclude l’impegno del giornalista Ennio Scribani.


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