VIVIENNE WESTWOOD E LE SUE RIVOLUZIONI
- Chiara Iannaccone

- 17 ore fa
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“Il denaro è il mezzo per un fine, non un fine in sé e per sé”.
“Acquistare meno, scegliere meglio, far sì che duri”.
“Preparare e cucinare il proprio cibo”.
“Prendere parte attivamente alla Rivoluzione che ci si sta apprestando a costruire”.
Tutti abbiamo letto indicazioni simili a queste, magari sfogliando un testo scolastico o leggendo un articolo sul cambiamento climatico.
Esposte in questa forma e affiancate ad altri sei precetti, in realtà fanno parte del “Decalogo Rivoluzionario”, stilato nel 2013 da una delle donne più iconiche del ventesimo
secolo.
Una stilista, un’ecologista, una sovversiva che invece le regole le ha sempre rotte, per poi
riorganizzarle, crearne di nuove e rompere anche quelle.
Vivienne Isabel Swire nacque l’8 aprile del 1941 a Tinttwistle nel Derbyshire e la sua, nonostante le difficoltà economiche del dopoguerra, fu un’infanzia serena e caratterizzata da un profondo attaccamento alla lettura; sua madre, però, sosteneva non fosse salutare per la sua vista e un giorno la indusse a disfarsi della tessera della biblioteca in cambio di cinque scellini. La piccola, tuttavia, continuò a prendere in prestito le tessere dei suoi amici e a frequentare la struttura in segreto, convinta che un libro fosse il miglior accessorio che si possa sfoggiare; a proposito di accessori, la piccola aveva solo cinque anni quando si confezionò con le proprie mani un paio di scarpe ispirata dalla madre, capace di realizzare abiti su misura per lei e i suoi fratelli, utilizzando scampoli e ritagli che modellava direttamente sui loro corpi.

Quando nel 1958 la famiglia Swire si trasferì a Londra, per una Vivienne ormai diciassettenne fu naturale iscriversi al corso di moda e oreficeria dell’Harrow School of Art, dove però poté rimanere solo un semestre, a causa della retta troppo alta. Alla scuola per futuri insegnanti che iniziò a frequentare come seconda scelta continuò comunque a creare accessori e pezzi unici, che sfoggiava abbinati ad outfit vistosi, issata su tacchi altissimi, probabilmente somiglianti a quelli che, nei primi anni ’90, avrebbero consacrato la sua leggenda, facendo accasciare sulla passerella persino l’impareggiabile Naomi Campbell.
Uno dei luoghi in cui si sentiva maggiormente a suo agio era il mercatino di Portobello Road, dove si recava per vendere le sue opere e dove conobbe il suo primo marito Derek Westwood, che sposò con un abito ovviamente cucito da lei e che le diede il suo primo figlio e il cognome con il quale sarebbe passata alla storia. Si trattò di un matrimonio breve, al termine del quale Vivienne tornò dai suoi genitori; in quel periodo da madre single la sua ispirazione rimasero i materiali poveri e gli oggetti di recupero, ma anche le esperienze del fratello Gordon, che nel frattempo si era iscritto a sua volta all’Harrow e che viveva con uno studente di arte fascinoso, interessato alla politica e pieno di talento, ma soprattutto capace di riconoscere il talento negli altri. Un giovane di nome Malcolm Mc Laren.
Divennero inseparabili da subito, entrambi progressisti, ingegnosi e con la giusta quantità di incoscienza che sta alla base delle avventure di enorme successo.
La loro partì da un indirizzo: 430 King’s Road.
Il nome del negozio cambiò spesso (“Let It Rock”, ”Too Fast to Live Too Young to Die”, “SEX”, “Seditionaries”, “World’s End”) a seconda dello stile che di volta in volta proponeva: borchie, zip, strappi, tartan, lattice, slogan provocatori, spille da balia, immagini dissacranti, che trasformavano i capi di abbigliamento in simboli di rivolta e strumenti di protesta sociale; un laboratorio che in breve tempo diventò un punto di riferimento per le controculture e l’underground. E poiché ovunque si sviluppino i germogli dell’anticonformismo non tardano ad accostarsi gli amanti della musica alternativa, tra i clienti della coppia iniziarono ad essere annoverati Iggy Pop, Andy Warhol, Debbie Harry, Billy Idol, Alice Cooper... ma soprattutto Steve Jones, Paul Cook, Glen Matlock e John Lydon, quattro ragazzi che spesso rovistavano tra i capi di quella piccola boutique dell'avanguardia. Fu Malcolm, che nel frattempo aveva dirottato il suo occhio per il talento anche sul mondo della musica, a pensare che insieme avrebbero rappresentato perfettamente l’estetica della nuova corrente che stava nascendo: il punk.
I quattro, con Matlock sostituito in seguito da Sid Vicious, divennero l’icona dell’anticonformismo, della trasgressione e dell’anarchia già a partire dal nome: i Sex Pistols.
Fu Vivienne a costruire la loro immagine, a colpi di spille da balia piazzate in punti strategici, pneumatici usati come spalline e ossa sbiancate disposte a formare scritte.
E fu sempre lei, quando il suo stile iniziò a essere riconoscibile e quindi i suoi capi unici a diventare più costosi, a incoraggiare chiunque non potesse permetterseli a prenderne ispirazione e a creare o propri da sé, per esempio bucando dei vecchi maglioni.
In quello stesso momento, però, maturò in lei la consapevolezza che la ribellione e l’originalità stavano diventando di moda e che il sistema che tentavano di rovesciare aveva in realtà bisogno di loro.
Si mise dunque alla ricerca di una nuova ispirazione e la trovò nei libri di storia e in particolare nei ritratti del XVII e XVIII secolo, grazie ai quali incominciò a dare forma all’estetica ribattezzata “new romantic”, in cui l’iconografia conservatrice fatta di gorgiere, balze e crinoline veniva sdoganata e abbinata alle immancabili platform vertiginose, alla pelle e al velluto.
Anche se il rapporto con Malcolm iniziava a scricchiolare, il nuovo gruppo che lui promuoveva, gli Adam and the Ants, fu il primo a sperimentare il nuovo look e a contraddistinguersi per l’aspetto un po’ piratesco, un po’ barocco e un po’ futuristico, presto affiancati dagli Spandau Ballet, dai Duran Duran e dai Depeche Mode.
Per la seconda volta era Vivienne a vestire la musica.
E ancora una volta fu nel suo policromatico mondo interiore, nella sua creatività e nel suo bisogno di esprimere sé stessa che la donna trovò nuovamente le risorse per ricominciare quando, durante la separazione, Mc Laren le mosse guerra sul brand e le fece perdere numerosi contratti.
Puntò tutto sulla sua persona, senza dipendere dalle multinazionali, studiando la storia del costume e unendola alla filosofia di Hobbes, Rousseau e Kant, all’arte di Goya e Tiziano, alla letteratura e al simbolismo.
Fece sfilare corsetti, gonne teatrali, lingerie a vista, tartan e tweed, del quale diceva “È come il burro: non si sbaglia mai!”.
Vinse per due anni consecutivi il premio British Designer of the Year e la prima volta, nel 1990, venne premiata proprio da un membro di quella casa reale che tanto si era divertita a smitizzare con le sue magliette scarabocchiate: la principessa del Galles Lady Diana.
Anche il Victoria and Albert Museum nel 2004 le dedicò la più grande retrospettiva mai riservata a uno stilista vivente: Vivienne era diventata un classico, senza perdere la sua vena sarcastica, il suo intuito e il suo sguardo rivolto ora alle origini ora all’avanguardia... E nel frattempo era anche riuscita a innamorarsi altre due volte!
Nonostante la storia fin qui raccontata, o forse proprio alla luce di questa storia, sarebbe riduttivo considerarla solo una stilista: Vivienne Westwood è stata un’attivista, una militante, una voce scomoda contro l’emergenza climatica e il consumismo, denunciati anche dalle passerelle e con decenni di anticipo sull’odierno dibattito in tema di sostenibilità. Con la sua sartoria impeccabile e il suo caos calcolato ha vestito non solo generazioni diverse, ma le loro rivoluzione e le loro contraddizioni, trasformandole in arte.
Colei che voleva profanare la monarchia è diventata a sua volta una visionaria regina, del paradosso, del punk, delle battaglie per il pianeta.
Ci ha lasciati il 29 dicembre del 2022, ma la sua eredità vive nei musei, nei movimenti ecologisti e soprattutto in chi considera la moda un modo per prendere posizione.
Acquistiamo meno, scegliamo meglio, facciamo sì che duri. Ma soprattutto, ogni volta che scegliamo un capo di abbigliamento per raccontare qualcosa di noi e non solo per coprirci, pensiamo al genio di Vivienne, che non ha mai avuto paura di mostrare ciò era e ciò che che pensava e di mettere in discussione il mondo.




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