ULTRAVIOLET BATTLE HYMNS AND TRUE CONFESSIONS

È uscito oggi Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions, il nuovo album dei Dream Syndicate.


È il quarto disco di inediti a vedere la luce dal 2017. Non male come vena creativa per una band che si era sciolta nel 1988.

I Dream Syndicate, capeggiati da Steve Wynn, hanno avuto un ruolo fondamentale per la nascita del cosiddetto sottogenere del rock Paisley Underground a Los Angeles all’inizio degli anni ‘80. Si tratta di una generazione di musicisti che aveva 16 o 17 anni quando è deflagrato il punk: l’età giusta. Cinque anni dopo però il pubblico ha perso interesse verso il rock e la chitarra spesso non è più lo strumento fondamentale. Nascono così queste band i cui giovani componenti suonano perché le radio non fanno più ascoltare il tipo di musica che loro vogliono sentire: canzoni che abbiano al centro lo strumento a sei corde senza disdegnare sonorità psichedeliche. Ma questa del Paisley Underground, il cui nome viene mutuato dalle camicie floreali che i musicisti amavano indossare, non è una scena creata a posteriori dalla critica musicale, ma una vera e propria unione di amici coetanei che si stimano, collaborano tra loro e il fine settimana si trovano per il barbecue. Alcuni degli interpreti principali sono i Dream Syndicate, i Green on Red, le Bangles, i Three O’Clock e i Rain Parade. La parabola di queste band è abbastanza simile e nella maggior parte dei casi consiste in un paio di album di rottura col sound del momento e di grossa vena creativa per poi appiattirsi su un prodotto più mainstream. La pietra miliare dei Dream Syndicate è il disco d’esordio The Days of Wine and Roses, registrato nel corso di tre notti perché di giorno i componenti del gruppo lavoravano. Il suono è innovativo ma sono chiare le influenze del già citato punk, di Velvet Underground e Stooges ma anche di Neil Young e i suoi Crazy Horse. Nessun riempitivo, nessun punto morto e un’incredibile omogeneità tra i brani senza però cadere nella trappola della formula o della ripetitività: questi sono gli ingredienti dell’album. Il pezzo più monumentale è la title track che conclude il disco con le sue chitarre ossessive e distorte; spiccano sicuramente anche la ballata con feedback rumorosi When You Smile il cui testo ricorda vagamente la strofa più onirica di Heroin, il solido rock d’apertura Tell Me When it’s Over, il classico That’s What You Always Say con evidenti influenze new wave e l’unico pezzo scritto dal chitarrista solista Karl Precoda: Halloween. Particolare piuttosto in controtendenza rispetto alle canzoni del momento: la parola “love” non compare nemmeno una volta.


Segue nel 1984 un altro disco dal titolo The Medicine Show di altrettanto spessore. Il guaio del secondo album è la produzione: se il processo di registrazione del primo era stato spontaneo e immediato, in questo caso le sessioni sono interminabili e il massiccio lavoro di produzione vede l’aggiunta di una tastiera che non sempre si sposa col sound della band e di coretti che attenuano. Il produttore Pearlman della major A&M li mette al lavoro per cinque mesi, sette giorni su sette, dodici ore al giorno per incidere otto nuove canzoni. Le idee e i brani ci sono: Burn, la title track, John Coltrane Stereo Blues, Meretville e Still Holding On to You sono tutte canzoni che nelle versioni live brillano più di quanto accada loro nel disco la cui lavorazione le ha depredate di spontaneità e immediatezza. L’album segna anche un grande passo avanti nella capacità di scrittura di Wynn che, a 24 anni, sembra un autore decisamente più maturo per la profondità dei testi. L’album riceve un accoglienza contrastante e sarà seguito, nel 1986, da una svolta decisamente più pop con Out of the Grey. Questo nuovo disco, sicuramente il meno rilevante nella carriera della band, è sorretto dalla cavalcata Boston che dal vivo diventerà un classico in tutte le sue reinterpretazioni da quelle più distorte fino alle acustiche e da Now I Ride Alone e Forest For the Trees. Out of the Grey è stato recentemente riedito col titolo What can I Say? No regrets… in versione triplo cd dalla Fire Records, nuova etichetta della band: contiene il disco originale, un live inedito del periodo e varie cover e outtakes. Il 1988 segna la fine della prima parte di vita della band con la pubblicazione di Ghost Stories, un album sul solco di un rock più tradizionale rispetto agli esordi ma decisamente meno plasticato di Out of the Grey. Spiccano l’oscuro brano d’apertura The Side I’ll Never Show, l’allegra My Old Haunts, la ballata su tappeto di piano Whatever You Please e la conclusiva When the Curtain Falls che dal vivo troverà una nuova dimensione quando verrà suonata più velocemente. In mezzo a questi ultimi due dischi però succede qualcos’altro: viene registrato un concerto che verrà pubblicato a band sciolta col titolo di Live at Raji’s (molti anni dopo saranno aggiunte le tre canzoni mancanti e diventerà lo show integrale). Questo live restituisce linfa vitale alle canzoni: soprattutto a quelle di The Medicine Show e di Out of the Grey dando loro la potenza tipica della band dal vivo: penso soprattutto a Burn, Boston e la conclusiva John Coltrane Stereo Blues. L’ultimo album non è invece rappresentato in quanto deve ancora essere pubblicato, fatta eccezione per il brano d’apertura del concerto: una potente rilettura rock del brano blues See That My Grave is Kept Clean di Blind Lemon Jefferson. L’unico neo è che la grandissima quantità di effetti usati dal chitarrista Paul Cutler, subentrato a Karl Precoda dopo i primi due album, non si sposa sempre alla perfezione con tutti i brani della band.

Come anticipato, in seguito la band si scioglie per il desiderio di Steve Wynn di iniziare una carriera solista, che peraltro sarà prolifica e di grande valore finendo per valergli lo status di divinità tra musicisti e addetti ai lavori.



Nel 2012 però, in occasione del trentennale di The Days of Wine and Roses, il rocker immagina una reunion della band per un tour celebrativo. Accanto a lui lo storico batterista e amico Dennis Duck, il bassista Mark Walton che aveva suonato negli ultimi due album della prima incarnazione dei Dream Syndicate e alla chitarra Jason Victor; quest’ultimo, collaboratore di Wynn da una decina d’anni, sostituisce Precoda e Cutler che non si sono dichiarati interessati al progetto. C’è poi anche un membro jolly che spesso farà capolino negli studi di registrazione e sui palchi: è Chris Cacavas, già tastierista dei Green on Red. Questa formazione rende assolutamente giustizia ai fasti giovanili riproponendo il primo album dal vivo e, due anni dopo anche The Medicine Show, divenuto a propria volta trentenne. Sporadicamente i quattro (a volte cinque) continuano a esibirsi finché, dopo alcuni anni, decidono di tornare in studio per un nuovo disco. Il rischio dell’operazione è alto come ha avuto modo di spiegare Steve Wynn parlando di reunion: se sei troppo simile agli inizi ti tacciano di utilizzare una formula, se provi a fare qualcosa di nuovo ti accusano di strumentalizzare il nome della band. Il risultato è invece sorprendente e segnerà il primo capitolo di una trilogia di dischi omogenei e riusciti sotto l’etichetta Anti (la stessa con cui aveva realizzato una trilogia mica male anche un certo Tom Waits qualche anno prima con Mule Variations, Blood Money e Alice). How Did I Find Myself Here viene pubblicato nel 2017 e se la gioca tranquillamente alla pari coi vecchi capolavori della band. Otto canzoni di cui forse solo una, Like Mary, che risale a vecchie sessioni risulta un po’ un pesce fuor d’acqua e non aggiunge nulla. Per il resto un disco pazzesco a partire dalla title track di oltre undici minuti, passando per l’ossessiva e delicata Glide, la frenetica The Circle e la minacciosa 80 West fino a un brano più orecchiale, liberamente ispirato a Tell Me When It’s Over dal titolo Filter Me Through You che apre l’album. A questo punto i Dream Syndicate diventano il progetto principale di tutti i suoi componenti e poco dopo tornano in studio per These Times che uscirà nel 2019. Se How Did I Find Myself Here è un album di solido rock basato sull’interplay tra le due chitarre, questo seguito mette in primo piano la componente psichedelica della band risultando molto vario ma nel contempo organico. A farla da padrone è Black Light con un testo visionario molto concentrato sulla rimica e sulla ritmica delle parole. È un altro disco che si fa ascoltare dall’inizio alla fine senza bisogno del tasto skip dal pezzo d’apertura The Way In, passando per la rocckeggiante Put Some Miles On fino alle ballate Still Here Now e Bullet Holes. Meno di un anno e subito un terzo album The Universe Inside: uscito nell’aprile 2020 in pieno lockdown mondiale, diventa il primo disco nella storia della band a piazzarsi nella classifica Billboard. Si tratta di un’ulteriore evoluzione rispetto ai primi due album: una jam session di 80 minuti in studio trasformata in un disco lungo un’ora e composto da cinque canzoni con qualche sovraincisione di fiati, slide guitar e l’utilizzo di appunti presi da Wynn sullo smartphone come lyrics dei brani. Un’esperienza che amplifica la psichedelia di These Days allontanandosi dalla classica forma canzone senza paura.


E ora nuova etichetta, la Fire Records, e un nuovo album per i Dream Syndicate che nel corso dei loro concerti del 2022 celebreranno anche il raggiungimento degli ...anta di The Days of Wine and Roses eseguendolo per interno al termine di ogni show. Mentre attendiamo le date italiane di ottobre possiamo scaldarci con l'ascolto di molti altri concerti perché Steve Wynn incoraggia e promuove la registrazione dei suoi live e la loro diffusione online e così, su www.archive.org, potete trovare centinaia di concerti della sua carriera da solista e con la band scaricabili o ascoltabili in streaming gratuitamente.

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